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Care lettrici e cari lettori, voglio ringraziarvi: è stato bello passare quest’anno in vostra compagnia. Insieme abbiamo discusso di tante cose, e lo testimoniano i 562 commenti che avete inserito su MilleOrienti nel corso del 2009. Ora ci attende qualche giorno di festa in cui staremo un po’ tutti con parenti e amici, e  per cominciare bene vi invito a cliccare il video qui sotto: è un cartone animato panjabi di auguri in stile bollywoodiano….:-)

Auguro a tutti un luminoso 2010!
a presto,
Marco Restelli.

Ai regali di Natale ci avrete già pensato, ma…ai libri da leggere durante le vacanze e oltre? Ecco qui sotto alcune recensioni di libri per tutti i gusti, su vari aspetti delle culture asiatiche (arte, storia, letteratura, biografie, cinema) e su vari Paesi (India, Cina, Giappone). Sono libri del 2009, benché non siano nuovissimi. Oggi i libri spariscono dalle pagine dei giornali e dagli scaffali delle librerie in pochissimo tempo. Io penso invece che meritino una vita molto più lunga, e che sia giusto parlarne (bene o male) anche più tardi. Perché i libri, a differenza del latte, non hanno una data di scadenza.


«Quattro secoli di pittura Rajput. Mewar, Marwar, Dhundhar. Miniature indiane nella collezione di Isabella e Vicky Ducrot». Con saggi di Rosa Maria Cimino (Università del Salento),  Vicky Ducrot (esperto d’arte indiana e collezionista) e della dr.ssa Daljeet (curatrice della sezione Dipinti del National Museum di Delhi). Editore Skira, euro 70.
Questa pubblicazione, riccamente illustrata, è una vera strenna natalizia: è un libro abbastanza costoso (70 euro) ma vale il suo prezzo perché presenta una collezione davvero straordinaria di miniature provenienti dagli antichi stati principeschi dei Rajput nel Rajasthan. Le miniature rappresentano sia temi religiosi sia scene di corte e di “amor cortese”, e Vicky Ducrot con la moglie Isabella le ha raccolte in oltre 30 anni di ricerche internazionali e di viaggi in India (Ducrot, grande viaggiatore in Asia, è non a caso il fondatore del Tour Operator “Viaggi dell’Elefante”). Il risultato di tante ricerche è quello che potremo ammirare non solo in questo libro ma anche nella mostra che il Mao, Museo d’arte Orientale di Torino, allestirà da marzo a giugno 2010 con il titolo «Miniature indiane della collezione Ducrot». Un’opera raffinata, dunque,  per tutti gli amanti dell’arte indiana.

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«L’acqua non è mai la stessa. Le acque nella tradizione culturale dell’Asia». A cura di Carolina Negri e Giusi Tamburello, Leo Olschki editore, euro 24.
Giappone e Cina: come si sono rapportate le culture di questi due Paesi, nel corso dei secoli, a un elemento fondamentale come l’acqua? Per mezzo di una ricca serie di contributi di nipponisti e sinologi (più l’intervento di un’indologa), questo volume analizza le rappresentazioni letterarie, filosofiche e pittoriche dell’acqua facendo luce sulla centralità culturale di questo elemento nelle civiltà asiatiche. Il volume raccoglie gli atti di un convegno tenutosi all’università di Lecce nel 2007 e certo comprende scritti specialistici destinati a un pubblico non digiuno di culture orientali; tuttavia anche il non-specialista potrà cogliere la grande bellezza di certe poesie o brani di prosa dedicati all’acqua (come questi versi del Kokinwakashu: «Quasi schiuma d’acqua/vana resta a galla/questa vita penosa; nondimeno/affidandomi alle onde/non riesco a cessare di sperare»).
I titoli di alcuni saggi renderanno più chiaramente l’idea dei contenuti del volume: «L’acqua nel taoismo e nelle arti del paesaggio della tradizione cinese»; «Il significato delle terme nel Giappone antico»; «Il lago dell’oracolo dei Dalai Lama»; «Immagini d’acqua nelle poesie d’amore del Kokinwakashu»; «L’acqua nella letteratura giapponese per l’infanzia»; «Tuffi di luce: acqua, nuoto e corpo nel cinema cinese»; «L’acqua nella cultura indiana». Insomma un libro di grande profondità e poesia, da gustare lentamente, come una tazza di tè verde.

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«Il sari rosso». Di Javier Moro, edizioni il Saggiatore, euro 18,50.
Nel 1965, a Cambridge, una ragazza piemontese di nome Sonia Maino conosce un indiano di nome Rajiv Gandhi, figlio di Indira e nipote di Nehru, il fondatore (con il Mahatma Gandhi) dell’India moderna. Quando si sposeranno, lei indosserà il sari rosso che prima di lei, nel giorno del matrimonio, aveva indossato Indira Gandhi. Un sari intessuto da Nehru quando si trovava nelle carceri inglesi. Il rosso, in India, è il colore delle spose. Ma è anche il colore del sangue che ha sempre versato la famiglia Nehru-Gandhi: Indira verrà uccisa in un attentato dai sikh, e anni dopo anche il marito di Sonia, Rajiv, eletto a sua volta primo ministro, verrà ucciso in un attentato dai tamil. A quel punto sarà Sonia, ormai diventata indiana, a prendere su di sè la responsabilità della politica indiana, fino a portare il partito del Congresso alla vittoria alle elezioni del 2009 (di cui MilleOrienti ha scritto in questo post).
Il sari rosso è un libro che si legge come un romanzo: il romanzo-biografia di Sonia Maino Gandhi, una donna che ha vissuto da protagonista molte delle svolte epocali dell’India moderna. L’autore del libro, Javier Moro, è noto per varie opere sull’India, fra cui Mezzanotte e cinque a Bhopal, scritto con Dominique Lapierre.

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Oggi vi propongo un gioco: correggiamo con la penna rossa gli errori di un Professore. Perché farlo? Perché si può perdonare quasi tutto a quasi tutti, ma non una serie di sorprendenti errori in un editoriale di prima pagina di un giornale nazionale come il Corriere della Sera. Perché  errori e imprecisioni si diffondono poi nell’opinione pubblica.

L’editoriale in questione si intitola «L’integrazione degli islamici», ed è uscito sul Corriere della Sera di ieri, domenica 20 dicembre, a firma di Giovanni Sartori. Il prof. Sartori è un insigne politologo di fama internazionale, e le sue tesi sulla democrazia italiana mi sono spesso apparse convincenti. Questa volta però per argomentare la sua tesi tira in ballo la storia dell’India prendendo delle cantonate.

La tesi fondamentale dell’articolo di Sartori, contenuta nella conclusione, è che «illudersi di integrare l’Islam italianizzandolo è un rischio da giganteschi sprovveduti, un rischio da non rischiare». Si tratta di un’opinione che non condivido affatto, ma del tutto lecita. Purtroppo però Sartori, per sostenere l’impossibilità di integrare l’islam in società non islamiche, cita proprio l’esempio sbagliato: l’India. E qui arrivano gli errori di carattere storico e culturale.

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Esiste un limite alla stupidità umana? C’è da chiederselo vedendo cosa è successo in questi giorni a New Delhi. La celebre catena internazionale di gelati Haagen-Dazs ha aperto un negozio nella capitale indiana. Ma cosa succede? Succede che all’inaugurazione del locale viene esposta un’insegna con la scritta: «Anteprima esclusiva per i viaggiatori internazionali. Ingresso riservato solo ai possessori di passaporti internazionali». Si vuole invitare, evidentemente, solo gli occidentali di passaggio a Delhi. All’ingresso del locale si presenta anche un indiano munito di passaporto internazionale ma viene cacciato. La domanda sorge spontanea: com’è possibile che un cittadino indiano non possa entrare in un locale situato nel suo Paese? Vi sembra un fatto incredibile ? Guardate la foto dell’insegna qui a destra…

Leggiamo questa storia il 15 dicembre 2009 sul blog del giornalista Rajesh Kalra, all’interno di The Times of India. Dopo la pubblicazione on line scoppia un putiferio  e  i gestori del locale in franchising si affrettano a fare marcia indietro, dicendo che l’ingresso è consentito a tutti.
Una vittoria? Non tanto, risponde Rajesh Kalra.  Il giornalista/blogger si chiede se quella dei gestori del locale in franchising sia stata un’assurda ricerca di pubblicità attraverso uno scandalo, oppure se sia un’iniziativa rivelatrice di una perniciosa tendenza negli indiani stessi: «La nostra mentalità», scrive Kalra, «è quella degli schiavi: pensiamo che una cosa sia buona solo se approvata dagli stranieri, dai possessori di passaporto internazionale». Un caso di subalternità culturale degli indiani verso gli stranieri: un atto autolesionista, quasi di razzismo contro se stessi. Il che ci riporta alla domanda iniziale…e ai guasti che certi modelli di globalizzazione possono provocare.

Il regista Giuseppe Tornatore ha inaugurato in Cina, nella città portuale di Tianjin (天津, nota anche come Tientsin) un cineclub intitolato al suo film premio Oscar: Nuovo Cinema Paradiso. Nome azzeccato, visto che Tianjin (nella foto a fianco) significa “guado del fiume del paradiso”…
La città è una delle quattro muncipalità della Repubblica Popolare Cinese, e oggi conta, nella sua area metropolitana, dieci milioni di abitanti.
Il Nuovo Cinema Paradiso cinese – destinato a proiettare film d’autore – si trova non a caso nella  zona della città che fu “concessione italiana”  fra il 1901 e il 1943 (un capitolo poco noto del colonialismo italiano).

Tornatore, insieme al direttore della Mostra di Venezia Marco Muller (che è anche un sinologo) ha poi presenziato al Festival del cinema italiano: da Venezia a Pechino, che si è svolto nella capitale cinese dal 9 al 12 dicembre 2009. Il film inaugurale è stato proprio il più recente successo di Tornatore, Baarìa, scelto per rappresentare l’Italia nella corsa agli Oscar 2010. L’iniziativa è molto lodevole. Ma attendiamo analoghe iniziative anche in altri Paesi asiatici, magari a partire da quelli con una “discreta” cultura cinematografica, come l’India e il Giappone….

Dopo la fine, nel maggio 2009, di una guerra civile durata 30 anni, lo Sri Lanka ha voltato pagina, avviando una politica di unità nazionale tesa a far entrare il Paese in una nuova fase di sviluppo economico e turistico. MilleOrienti ha descritto la nuova situazione del Paese in questo post. Ora dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) giungono altre buone notizie: è stata restituita «libertà di movimento a circa 135.000 sfollati interni di etnia tamil che si trovano in 20 campi chiusi nel nord del Paese, a Vavuniya, Mannar, Jaffna e Trincomalee». Il comunicato dell’UNHCR è qui. I problemi di assistenza non sono comunque del tutto risolti, e resta la questione dello sminamento del territorio nella penisola settentrionale di Jaffna. Per brevità riporto qui sotto alcuni stralci conclusivi del rapporto Onu.

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Immagine dalla mostra “Cina. Rinascita contemporanea”. Palazzo Reale, Milano

Quali sono, in Italia, gli spazi espositivi per l’arte orientale? Le città italiane non sono certo Parigi, che dispone di meravigliosi centri culturali come la Maison de la culture du Japon oppure l’Institute du monde arabe. Luoghi istituzionali di questo genere non esistono nel nostro Paese, e se ne sente la mancanza in termini di programmazione culturale.

Considerando invece i musei d’arte orientale, se Parigi (per limitarci all’esempio francese) può vantare il grandioso Musee Guimet,  altre città italiane dispongono di musei certo meno imponenti, però tutti meritevoli di essere visti. Ci limitiamo a citare di seguito i centri museali più importanti in questo campo. Roma ha il Mnaor (Museo nazionale d’arte orientale Giuseppe Tucci); Genova ha il Museo d’arte orientale Edoardo Chiossone; Venezia ha il Museo d’arte orientale Ca’ PesaroCagliari ha il Museo d’arte siamese Stefano Cardu; Trieste ha il Civico museo d’arte orientale….

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La nona edizione di River to River. Florence Indian Film Festival si è conclusa giovedì 10 dicembre, con un grande successo di pubblico e di stampa, nell’ambito del cartellone di rassegne 50 giorni di cinema internazionale” a Firenze. Le selezione dei film in concorso, le sezioni speciali e la retrospettiva dedicata a Guru Dutt, l’Orson Welles indiano anni ’50, hanno avuto un ottimo riscontro.

Numerosi gli ospiti di questa edizione: fra i registi ricordiamo anzitutto Ketan Mehta, autore di successi come Mirch Masala e The Rising, qui con il suo nuovo film Colours of Passion, biografia del grande pittore Raja Ravi Varma. Molto azzeccata l’idea della direttrice del Festival, Selvaggia Velo, di abbinare la presentazione del film a una bellissima mostra delle opere di Raja Ravi Varma, allestita nel museo fiorentino di Marino Marini. Al festival fiorentino sono intervenuti anche i registi Raja Menon, Sooni Taraporevala (brillante sceneggiatrice di Mira Nair qui alla sua prima regia), Sanjeev Sivan, Kartik Singh e Dev Khanna; le attrici Nandana Sen e Iyanah Bativala, e lo sceneggiatore Shakir Kadri.

Durante la serata finale sono stati annunciati i vincitori del River to River Digichannel Audience Award:
sezione lungometraggi: l’intenso e suggestivo Heaven on Earth di Deepa Mehta (a fianco, la regista, e sopra la locandina del film). Mehta, nata ad Amritsar, attualmente vive a Toronto in Canada, e il suo nuovo film racconta appunto l’isolamento e la delusione di una neo-sposa panjabi immigrata in Canada. Deepa Mehta è internazionalmente nota sopratutto come autrice della celebrata trilogia «Fuoco, Terra e e Acqua», appena raccolta in cofanetto DVD anche in italiano.
- sezione cortometraggi: il pregnante lavoro di animazione Topi di Arjun Rihan
- sezione documentari: l’interessante e scioccante Children of God di Yi Seung-jun, che racconta come vivono di espedienti i bambini di strada intorno al sacro sito funerario di Pashupatinath, alla periferia di Kathmandu, in Nepal.

Nel Festival fiorentino abbiamo visto numerosi ottimi film: ci sarà qualche distributore italiano abbastanza lungimirante da volerli portare nelle nostre sale? Non ci vuole particolare coraggio, basta solo un po’ di intuito, la capacità di cogliere i trend: l’ interesse per il cinema indiano in Italia è un trend in evidente ascesa, specialmente nelle nuove generazioni. Nell’attesa di vedere se la distribuzione italiana continuerà o meno la sua politica dello struzzo, diamoci un appuntamento a dicembre 2010, per festeggiare insieme il  decennale di River to River!

I mass media di tutto il mondo hanno gli occhi puntati sulla Conferenza ONU sui cambiamenti climatici, in corso a Copenahgen dal 7 al 18 dicembre. In questa città, capitale “verde” di una nazione tradizionalmente attenta all’ecologia, i grandi della Terra stanno facendo un mucchio di chiacchiere su cause e rimedi dell’effetto serra. Negli Usa, il povero Barack Obama sta lottando contro il Senato che si è detto disponibile a discutere, sì, il pacchetto di proposte ecologiche già approvate dalla Camera, ma non prima della primavera 2010 (tanto, c’è tempo….). E le altre due potenze emergenti del pianeta, L’India e la Cina, dal canto loro giocano a scaricabarile (tanto, c’è tempo…).

Il China Daily punta il dito contro i Paesi occidentali, e chiede di trasferire tecnologia verde ai Paesi poveri. Richiesta comprensibile ma non sufficiente. Chi come me ha girato la Cina ha visto le immense regioni desertificate sconvolte dalle tempeste di sabbia sollevata dal vento, perché non ci sono più alberi a trattenere la terra…quanto tempo pensa di avere il governo cinese prima di assumersi la responsabilità di uno sviluppo economico che non tiene conto dell’impatto ambientale?

L’India non è migliore della Cina, in questo campo. Ancora un mese fa,  il ministro dell’ambiente Jairam Ramesh affermava che non ci sono prove che lo scioglimento dei ghiacciai sia dovuto a un riscaldamento globale causato dall’uomo, ignorando le accuse lanciate da un climatologo indiano, Rajendra Pachauri. Del resto, molti media indiani trattano la materia con un misto di curiosità e distacco, come se fosse una materia che interessa essenzialmente gli occidentali. Come se ci fosse tempo da perdere…

C’è invece chi sa di non avere tempo. Sono le piccole nazioni, senza mezzi economici. Mentre i grandi della terra discutono a Copenhagen, due piccoli Paesi hanno agito per segnalare l’urgenza della situazione.
Il governo nepalese ha fatto una riunione sull’Everest, a oltre 4000 metri di quota, per attirare l’attenzione proprio sullo scioglimento dei ghiacci, riserva idrica di tutta la regione. Di questa originale iniziativa parla sul suo blog Orientalia4all.

E l’arcipelago delle Maldive si è mosso in modo simile: già prima del vertice di Copenhagen, in ottobre, il presidente maldiviano Mohamed Nasheed ha convocato una riunione del suo governo….sott’acqua.  Con muta, bombole e maschera i ministri hanno ricordato il problema dell’innalzamento delle acque che minaccia la sopravvivenza stessa dell’arcipelago. Senza dimenticare la meravigliosa barriera corallina, che sta morendo (e sbiancando) a causa del progressivo riscaldamento dell’acqua e dell’inquinamento.

Così, Nepal e Maldive hanno messo in campo due iniziative originali per richiamare l’attenzione mondiale su problemi urgenti.
Se qualche lettore di MilleOrienti fosse interessato ad approfondire le questioni del cambiamento climatico, dell’energia e della sostenibilità, potrà cliccare qui, sul blog “Global Warming is Real”.

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