Si chiama Mi Japan Festival e si terrà a Milano in ottobre: ma in questi giorni, dal 9 al 18 febbraio 2010, si può gustare una preview dei corsi, degli eventi e delle manifestazioni che avranno luogo in ottobre. E “gustare” è la parola giusta, visto che molti eventi ruoteranno intorno alla cucina giapponese, e ai segreti della sua preparazione. Ma non si vedranno solo chef alle prese con makizushi e onigiri: ci sono eventi legati a design, lifestyle, cosplay, anime, manga, tecnologia. Senza dimenticare ovviamente le grandi tradizioni: arti marziali, cerimonia del tè, ikebana, origami, bonsai. Dove? Al Symposium XXI, in via Stampa 6/A, Milano. Il programma è qui. Kawaiiii!
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Ecco una notizia che ho pubblicato sul settimanale L’Espresso. Per l’ennesima volta il Giappone si mostra all’avanguardia nell’innovare stili di vita e di consumo.
Duecento nuovi negozi a risparmio energetico dotati di pannelli fotovoltaici. L’idea è della Seven Eleven, la più grande catena di convenience stores del pianeta con 36.842 punti vendita in tutto il mondo (ma non in Italia) dove comprare articoli di prima necessità a basso costo. Seven Eleven è radicata soprattutto in Giappone e Stati Uniti e proprio dalla roccaforte giapponese è partita l’iniziativa: il 22 gennaio è stato aperto a Kyoto il primo negozio di nuova concezione a basso consumo energetico, dotato di pannelli solari, illuminazione a LED e lucernario. Il negozio è dotato anche di un caricatore per auto elettriche, così da stimolare nei clienti l’idea di andare a fare la spesa, in futuro, usando auto non inquinanti. L’obiettivo è quello di arrivare a 200 negozi “a basso impatto ambientale” in Giappone entro il febbraio 2011, per poi esportare il modello all’estero. Un’iniziativa che si sposa con l’impegno preso dal governo giapponese: ridurre entro il 2020 le emissioni gassose del 25% (rispetto ai livelli del 1990). Ma anche una mossa per precedere analoghe iniziative che verranno prese nel prossimo futuro dalle catene concorrenti di Seven Eleven.
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Quattrocento anni fa, nel 1610, moriva a Pechino uno straordinario intellettuale, il primo uomo ad aprire davvero un ponte culturale fra l’Occidente e la Cina: padre Matteo Ricci, un gesuita di Macerata. La sua figura, paradossalmente, è molto più conosciuta e onorata in Cina che in Italia. Quattro secoli dopo la morte di Ricci, la Regione Marche, terra natale del gesuita, realizza in Cina una magnifica esposizione dedicata a lui e al suo tempo: Matteo Ricci, incontro di civiltà nella Cina dei Ming.
L’esposizione, apertasi il 6 febbraio 2010 a Pechino, documenta il primo significativo incontro tra la civiltà europea e la civiltà cinese attraverso la figura e l’opera del gesuita maceratese, e presenta 200 opere, provenienti dalle maggiori Istituzioni museali italiane e cinesi, tra cui capolavori del Rinascimento italiano (Raffaello, Tiziano, Lotto, Barocci) che saranno per la prima volta esposti in Cina accanto a preziosi documenti dell’arte e della cultura dell’impero dei Ming.
Ma chi fu Matteo Ricci? Nato a Macerata nel 1552, entrò nel 1571 nella Compagnia di Gesù, studiando nel Collegio Romano, dove trovò come maestro il celebre matematico Cristoforo Clavio. Ancora studente di filosofia, nel 1577 venne assegnato alle missioni dell’India. Dopo quattro anni in India (a Goa e Cochin) fu chiamato a Macao per studiare la lingua cinese e prepararsi a tentare l’impresa della Cina. Nel settembre 1583 entrò nella città di Zhaoqing, dove fondò la prima residenza. In diciotto anni di faticosissima ascesa verso la corte imperiale aprì altre tre residenze, finché non venne chiamato a Pechino con decreto imperiale a presentare doni quale ambasciatore d’Europa. Dal 1601 visse a Pechino protetto dall’imperatore, producendo le sue opere cinesi più importanti. Alla sua morte, avvenuta nel 1610, l’imperatore concesse, per la prima volta nella storia della Cina, un terreno per la sepoltura di uno straniero. E oggi in Cina, è considerato una figura non meno importante di Marco Polo.
L’esposizione su Ricci, organizzata da Mondomostre, è curata da Filippo Mignini, direttore dell’Istituto Matteo Ricci per le relazioni con l’Oriente e circolerà in tre tappe: Pechino, Capital Museum, 6 febbraio – 20 marzo 2010; Shanghai, Shanghai Museum, 2 aprile – 23 maggio 2010; Nanchino, Nanjing Museum, 4 giugno – 25 luglio 2010. C’è da sperare che, dopo il tour cinese, avremo modo di ammirare la mostra anche in Italia, tanto più che fra il 2010 e il 2011 si terranno un gran numero di eventi culturali sotto l’egida dell’Anno della Cina in Italia.
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Boa Sr aveva circa 85 anni ed è morta la scorsa settimana. Era l’unica a parlare il “bo”, una delle 10 lingue dei Grandi Andamanesi.
Boa era la discendente di una delle più antiche culture della Terra; si stima infatti che il suo popolo abbiano vissuto nelle Isole Andamane (un arcipelago dell’oceano indiano, appartenente all’India) per almeno 65.000 anni.
Ne dà notizia (nel comunicato che qui riporto) Survival International, un’organizzazione che dal 1969 aiuta i popoli indigeni di tutto il mondo a proteggere le loro vite, le loro terre e i loro fondamentali diritti umani. Survival è un’organizzazione di cui ho grande stima, e che vi invito a conoscere; MilleOrienti ne ha già parlato qui
Quella dei Bo era una delle 10 tribù di cui si componeva il popolo dei Grandi Andamanesi. Quando i Britannici colonizzarono le Isole Andamane, nel 1858, i Grandi Andamanesi contavano almeno 5.000 persone. Ora ne sopravvivono solo 52. La maggior parte fu uccisa dai colonizzatori o dalle malattie da essi importante. Non riuscendo a “pacificare” le tribù con la violenza, i Britannici cercarono di “civilizzarli” catturandoli e tenendoli rinchiusi nella famigerata “Casa degli Andamani”. Dei 150 bambini nati nella casa, nessuno ha superato l’età di due anni. Oggi, i Grandi Andamanesi sopravvissuti dipendono largamente dal governo indiano per il cibo e le case, e fra di loro è molto diffuso l’abuso di alcool.
«Da quando era rimasta la sola a parlare [il bo]» ha raccontato il linguista Anvita Abbi che la conosceva da molti anni, «Boa Sr si sentiva molto sola perchè non aveva nessuno con cui conversare… Boa Sr aveva un grande senso dell’umorismo; il suo sorriso e la sua risata fragorosa erano contagiosi.Non potete immaginare il dolore e l’angoscia che provo ogni giorno nell’essere muto testimone della perdita di una cultura straordinaria e di una lingua unica».
In un bellissimo video ospitato sul sito di Survival, potete ascoltare Boa Sr cantare in Bo.
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Cari Padani,
benvenuti nella nuova Padania-Panjab. Da “padano doc” quale sono (padre milanese, madre bergamasca, educazione a colpi di polenta) sono lieto di annunciarvi che il nostro repertorio musicale, dopo “Oh mia bèla madunìna” e “La montanara uè” si arricchisce di un non meno interessante contributo: bhangra music made in Berghem! L’espressione può risultare oscura, perciò troverete un utile dizionarietto nelle righe sotto questo video – che forse non è un capolavoro, ma ci mostra un pezzo di nuova realtà italiana: la presentazione degli Indian Culture Club di Bergamo, ovvero Italian Bhangra Music. (E ovviamente il video è ricco di riferimenti a Bollywood…)
Berghem: nome, in bergamasco, di Bergamo, ridente cittadina padana. Un tempo sugli alpeggi dei monti bergamaschi lavoravano i bergamini, che erano mandriani transumanti. Oggi gli eredi dei bergamini, addetti alle vacche nelle aziende zootecniche – non solo nella bergamasca ma in tutta la Padania – sono extracomunitari (quale italiano vuole svegliarsi alle cinque del mattino per mungere?). Molto spesso si tratta di indiani del Panjab (Punjab secondo la traslitterazione inglese), una regione nota come “il granaio dell’India”. Quasi sempre, questi immigrati sono di religione Sikh. I Panjabi tradizionalmente sono ottimi allevatori e agricoltori, perciò oggi decine di migliaia di loro lavorano, stimati, nelle campagne padane.
Bhangra music: uno stile di musica e danza originario del Panjab, regione settentrionale del subcontinente indiano (oggi divisa fra India e Pakistan) che fu anche la terra di origine del Sikhismo. Il bhangra era ed è suonato e ballato in Panjab in particolare in occasione di Vaisakhi, una bellissima festa che viene celebrata a metà aprile e che è legata alla storia e alla spiritualità sikh. Negli anni Novanta del secolo scorso il bhangra cominciò a diffondersi come stile musicale a Londra, mixandosi con la dance e riscuotendo grande successo fra i giovani in tutta Europa grazie ad artisti come Punjabi Mc (che si esibì anche al Festival di San Remo). Oggi il bhangra è la musica di riferimento di una generazione di immigrati indiani – non solo panjabi – in Europa, e in India è molto utilizzato nei film di Bollywood.
Per saperne di più: potete leggere su MilleOrienti i post della categoria “Sikh in occidente” (qui a fianco) oppure cliccare in alto sulla
pagina “chi sono”, dove troverete la mia bibliografia sui Sikh. In particolare consiglio la lettura del libro di D. Denti -M. Ferrari – F. Perocco (a cura di): «I Sikh. Storia e immigrazione», edito da Franco Angeli, perché parla specificamente dell’immigrazione panjabi e sikh in Italia. E’ un libro nato dalla collaborazione fra sociologi di Cremona e di Padova – che hanno studiato le migrazioni degli indiani in Italia – e indologi (fra cui il sottoscritto) che spiegano cosa sia la cultura sikh.
Era ora che gli immigrati panjabi – sikh e non sikh – dopo anni di oscuro lavoro nelle nostre campagne cominciassero a far venire alla luce, anche in Italia, la loro cultura e la loro splendida musica! Benvenuti in Padania-Panjab…
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Un altro giornalista arrestato in Birmania/Myanmar. Ngwe Soe Lin è stato condannato a 13 anni di carcere. L’accusa: avere fatto un’inchiesta “scomoda” sulle drammatiche condizioni di vita dei bambini rimasti orfani in seguito allo spaventoso ciclone Nargis che devastò la Birmania nel 2008. L’inchiesta di Ngwe Soe Lin è diventata nel 2009 un documentario, Orphans of Burma’s Cyclone, trasmesso dai canali tv di vari Paesi (fra cui il britannico Channel 4) e premiato con il “Rory Peck award for best documentary”.
Il documentario è stato considerato lesivo della dignità nazionale birmana. Ma il vero problema è che Ngwe Soe Lin è un giornalista di Democratic Voice of Burma, un centro di informazione multimediale sulla Birmania/Myanmar cui fanno riferimento vari gruppi dell’opposizione birmana e che ha sede in Norvegia.
La sentenza di condanna è stata emessa il 27 gennaio 2010 dalla Corte Speciale di Insein - un carcere tristemente famoso come “ultima residenza conosciuta” di tanti dissidenti birmani - e segue di poco quella di un’altra giornalista birmana, Hla Hla Win: anch’essa collaboratrice di Democratic Voice of Burma, il 30 dicembre 2009 è stata condannata a 27 anni di carcere.
Se su questa vicenda volete leggere qualcosa in lingua italiana dovete rivolgervi a un giornale svizze
ro. Qui c’è l’articolo di Swisscom (che sbaglia solo l’entità della pena comminata a Hla Hla Win).
Tutto ciò si inquadra nella lotta di potere all’interno del regime militare birmano, proprio quando si parla di elezioni politiche da tenersi nel Paese entro la fine del 2010, e di possibile liberazione della leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi (foto a sinistra) naturalmente dopo le elezioni. Ne parla qui l’Agenzia Reuters, ma la notizia non ha avuto conferme ufficiali.
Democratic Voice of Burma sta lanciando, insieme alle organizzazioni internazionali per i diritti umani, una campagna internazionale per la liberazione di tutti i giornalisti detenuti nelle carceri birmane per reati di opinione.
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Potremmo chiamarle “antinotizie”. Sono quelle notizie che in molti Paesi del mondo fanno discutere e in Italia invece passano del tutto inosservate (il dibattito Pdl-Udc-Pd evidentemente soddisfa, secondo Tv e quotidiani, ogni possibile curiosità umana). Questo avviene perché sono considerate non significative, cioè “non-notizie”? No: è una questione culturale e sociale.
Il terreno principe delle antinotizie, per i mass media italiani, è quello degli Esteri. Il mondo non esiste quasi, per i media italiani.
Il silenzio mediatico è dovuto a questo: i mass-media sono convinti che i mass-italiani non siano interessati al mondo e quindi certe notizie non si danno. Sono antinotizie. Storicamente, gli Esteri sono sempre stati negletti, sia dalla nostra Tv sia dai nostri “grandi” quotidiani. Oggi fanno eccezione i personaggi e gli eventi da prima pagina: Obama, i territori di conflitto con il terrorismo islamico, il Medio Oriente, un po’ di folklore dall’Europa…
Peccato che nel mondo ci sia tanto di più. E che su moltissimi Paesi del globo non si pubblichi nulla, per mesi. A volte per anni.
Il provincialismo dei nostri mass media è in perfetta consonanza con i programmi della ministra Gelmini, che sta ulteriormente riducendo le (già insufficienti!) ore di geografia a scuola. Idea geniale, in un mondo sempre più globalizzato, che richiederà agli italiani del futuro – gli studenti di oggi – una conoscenza approfondita delle civiltà degli “altri”. Perché gli italiani viaggeranno sempre più a casa altrui, e gli “altri” verranno sempre più a casa nostra. La geografia, in tutte le sue declinazioni – geopolitica, geoeconomia, geografia sociale, geografia religiosa – dovrebbe essere una materia principe, in un mondo sempre più connesso.
Invece è ridotta anch’essa ad “antinotizia”.
Dunque, il silenzio dei nostri mass media sul mondo e il silenzio della scuola italiana sulla geografia sono lo specchio di una vecchia idea provinciale dell’Italia. Ma davvero gli italiani vogliono questo?
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Ci sono due Indie. Sotto i riflettori del mondo c’è la shining India, protagonista del boom economico, con le software house di Bangaluru, gli ingegneri informatici, i centri di servizi per l’outsourcing occidentale, le cittadine come Gurgaon dove la gente circola in suv e le giovani donne non vestono più il sari (senza capire che in sari sono molto più belle che in jeans e felpa…).
E poi c’è l’altra India. Quella forgiata da millenni di storia, di cultura, di tradizioni religiose, che ho cercato di raccontare in vent’anni di reportage. L’India delle campagne, dove risiede tutt’ora quasi il 70% della popolazione. Un’India la cui vita dipende ancora in gran parte dai monsoni.
Le due Indie ovviamente sono intrecciate più di quanto sembri, e il loro destino comune dipende da molti fattori, quali la capacità di coniugare sviluppo e ambiente, con un utilizzo intelligente e rispettoso delle risorse naturali. Ma sulla questione ecologico-ambientale l’India per ora sembra sorda e cieca.
Questo articolo del Times of India del 28/01/2010 prende in considerazione la classifica mondiale 2010 dei Paesi secondo l’Environmental Performance Index (Epi) da cui risulta che, nel campo delle politiche di lotta all’inquinamento, l’India è messa molto male: al 123° posto. Le fa compagnia la Cina al 121° posto. Uno scotto inevitabile da pagare per i Paesi in via di sviluppo? Non è così, visto che un altro grande Paese in via di sviluppo, il Brasile, si trova ben più avanti, al 62° posto. (Soddisfo subito la vostra legittima curiosità: al primo posto c’è l’Islanda, mentre l’Italia è al 18°).
Questa brutta situazione implica fra l’altro, per l’India, la necessità di capire di non poter avere come
unico modello le sue città sempre più inquinate; l’India dovrà rilanciare le campagne in chiave “green economy”, valorizzandone le risorse. E’ quanto suggerisce l’analisi del Wall Street Journal contenuta in questo bellissimo video (da cui si accede ad altre video-interviste): si intitola «The Rise of Rural India» e parla della lenta crescita della campagna indiana, che è ancora il più grande mercato del Paese. E che può costituire per l’India sia un modello di sviluppo eco-compatibile (come auspicava il Mahatma Gandhi) sia una leva per far progredire l’intera popolazione del Paese, un terzo della quale vive ancora sotto la linea di povertà.
P.S. un grazie al mio amico Roberto Bonzio, curatore del progetto multimediale Italiani di Frontiera, per avermi segnalato il video del Wall Street Journal.
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