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Archive for maggio 2009

Il telegenico e inutile presidente afghano Hamid Kharzai – noto come “il sindaco di Kabul” per la sua incapacità di controllare il resto del territorio statale – si prepara febbrilmente alle elezioni presidenziali che si terranno ad agosto. Su questo tema l’Osservatorio Argo ha pubblicato on line a maggio un dossier dal titolo “Afghanistan. Verso le elezioni presidenziali”. Kharzai fa bene a preoccuparsi: in questi anni è riuscito a scontentare tutti, americani, europei, onlus occidentali, Onu, ma italianianche le tribù afghane, i talebani e i pakistani. Intanto, nulla di nuovo dal fronte afghano: uccise da una bomba quattro persone fra cui una bambina di 5 anni, feriti soldati italiani…mentre i talebani continuano a sostenersi con le coltivazioppiooni di oppio (a sinistra). Così, per esempio, si è scoperto che  la banda internazionale di narcotrafficanti italo-albanesi appena smantellata a Perugia dalle Forze dell’ordine si riforniva di eroina direttamente in Afghanistan. Ma naturalmente la questione oppio è solo un tassello di un mosaico in cui rientrano a pieno titolo la guerra combattuta ai talebani in Pakistan, i civili sfollati, la tragedia della valle dello Swat dov’è stata instaurata la shari’a, e sopratuto il pericolo rappresentato da un Pakistan dotato di armi nucleari ma incapace di controllare la guerriglia islamica, cosicché ora i talebani mordono anche la mano che li ha sempre nutriti; il think-tank South Asia Analysis Group sottolinea un fatto emblematico: nei giorni scorsi i talebani  hanno attaccato una sede dei Servizi Segreti Pakistani (ISI) a Lahore.

Per fronteggiare questa crescente instabilità l’Onu ha creato un nuovo gruppo di contatto, l’AfPak, che comprende la Nato, la Cina, l’Iran , la Russia e i Paesi del Golfo Persico. E il presidente ameMinasiricano Obama ha cambiato le priorità di  bilancio del Pentagono rispetto alla (disgraziata e dannosa) era Bush: un  anno fa la Casa Bianca prevedeva 87 miliardi di dollari per l’Iraq e 47 per l’Afghanistan, ora sono 65 per l’Afghanistan e 61 per l’Iraq.

Per saperne di più, e per capire come e perché ciò che accade in Afghanistan riguarda anche il nostro futuro, ecco due libri e un appuntamento (oltre al dossier di Argo già segnalato sopra). I libri sono scritti entrambi da diplomatici italiani con lunghe esperienze in Afghanistan: Nicola Minasi è l’autore di Mille giorni a Kabul (Rubbettino editore, pp. 294, euro 20), mentre l’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo – Segretario generale 2709039delegato dell’Alleanza Atlantica dal 2001 al 2007 – è autore di La strada per Kabul. La comunità internazionale e la crisi in Asia centrale (Edizioni del Mulino, pp. 192, euro 16). Per presentare quest’ultimo libro e per ragionare sulla pericolosa involuzione della situazione afghana l’Ispi-Istituto per gli Studi di Politica Internazionale promuove nella propria sede di Milano (via Clerici 5) il 9 giugno alle ore 18 una tavola rotonda dal titolo: “Afghanistan. Quale posta in gioco per l’Europa?”. Parteciperanno, oltre all’autore del volume, Paolo Magri, Antonio Martino, Carlo Scognamiglio e Vincenzo Nigro.

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kimjongilAl Carissimo Leader Kim Jong-il piace una variante del poker: il poker nucleare. Lo dimostrano i continui rilanci di missili che il regime comunista nordcoreano  fa su quel  nervoso tavolo da gioco che è il nostro pianeta.  Il Carissimo Leader (questo è il titolo ufficiale)  ha lanciato ieri una nuova carta, con la quale salgono a 6 i missili tirati dalla Corea del Nord. A questi si aggiungono gli esperimenti nucleari sotterranei condotti dal regime nordcoreano, condannati dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dagli Usa, dalla Russia, dalla Cina, dal Giappone, dalla Corea del Sud e dall’Unione Europea.  Il regime nordcoreano è riuscito a compattare contro di sè questo enorme fronte di Paesi compiendo una strabiliante serie di errori. Per citare solo gli ultimi:

1) ha contrariato la Cina (fino a oggi preziosa alleata) ignorando le richieste di Pechino di non destabilizzare l’area, e mostrando di ignorarla le ha tolto quel ruolo di mediatore fra Pyongyang e il mondo che Pechino si era data e che le era prezioso sul piano internazionale. Così, ormai convinta che Pyongyang sia una scheggia impazzita, e in attesa di tornare a giocare un ruolo da protagonista su questo scacchiere, a Pechino non è restato che adeguarsi alla politica di sanzioni decisa dalla comunità internazionale, e l’agenzia cinese Xin Hua saluta con malcelata soddisfazione l’adesione di di Seul alla Proliferation Security Initiative.
2) ha irritato la Russia – che un tempo si opponeva a sanzioni contro la Nord Corea – non missile_nuclearepreavvertendola del lancio dei missili.
3) ha preoccupato il Giappone (che è nel raggio d’azione dei missili nordcoreani) spingendolo a un gesto senza precedenti nella storia recente: Tokyo ha chiesto a Pechino di fare pressioni. Dati i rapporti storicamente difficili fra i due colossi asiatici, la risposta interlocutoria di Pechino è già una novità significativa, e uno scacco per Pyongyang. Tokyo è incerta sul modo migliore di rispondere alle provocazioni nordcoreane – sottolinea il Japan Times – ma intanto invoca nuove e più dure sanzioni economiche contro Pyongyang.
4) Ha spaventato, naturalmente, la Corea del Sud, che anni fa aveva lanciato la Sunshine policy verso i cugini del nord, una politica di distensione che ora è stata seppellita. La Corea del Sud ha così deciso di aderire alla Proliferation Security Initiative, il piano a guida americana che in quest’area del mondo mira a bloccare il trasferimento di armi e tecnologia “dalla e alla” Corea del Nord.
5) Ha costretto quindi l’America a spostare attenzione e risorse su un fronte che Barack Obama considerava secondario, rispetto ad Afghanistan, Pakistan e Iran. Così gli Usa si sono impegnati a difendere il Giappone e la Corea del Sud da eventuali attacchi.

Questi disastrosi effetti potrebbero portare Pyongyang a rivedere la propriasoldati nord coreani politica? Per ora non sembra affatto. Pyongyang ha già annunciato “immediate risposte militari” nel caso la Corea del sud o altri Paesi dell’area decidano – sulla base della Proliferation Security Initiative – di fermare e ispezionare navi nordcoreane, alla ricerca di armi o tecnologia vietata. In più, il regime comunista ha dichiarato di non sentirsi più legato all’armistizio del 1953 (ricordiamo che un vero trattato di pace non è mai stato firmato dalla fine della guerra di Corea). Dunque, l’ennesimo rilancio al poker del Carissimo Leader. Ma perché lo fa? Cosa spera di ottenere? Risposta: danaro e credito politico. La minaccia militar-nucleare è l’unica merce di scambio fra il regime nordcoreano e il resto del mondo.

Consideriamo infatti l’attuale situazione interna alla Corea del Nord:
1)
Il Paese è alla fame. La sua economia è allo stremo ormai da vent’anni.
2)
L’unica industria funzionante è quella militare. E in un Paese di 22 milioni di abitanti, ci sono ben 1,2 milioni di soldati. Il quarto esercito del mondo.
3)
Kim Jong-il, il Carissimo Leader, è da tempo molto malato, e medita di lasciare il potere a uno dei suoi figli, ma ha bisogno di garantirgli l’appoggio dell’unico apparato efficiente del Paese, quello militare.
4)
Sta per arrivare nell’area il mediatore americano Stephen Bosworth, cui il regime nordcoreano potrà avanzare una richiesta non nuova: soldi in cambio di pace e stabilità. Non è affatto detto, però, che questa volta il Carissimo Leader abbia giocato bene le sue carte, perché la Corea del Nord non è mai stata debole e isolata come oggi…

MIO INTERVENTO SULLA COREA DEL  NORD A RADIO CITTA’ FUTURA

Ordine bipolareInfine, per sapere e capire di più sulla Corea del Nord e sulla sua “cugina” del Sud, MilleOrienti consiglia un libro e un blog.
Il libro
è un saggio dello storico e  politologo sudcoreano Hyung Gu Lynn: Ordine bipolare. Le due Coree dal 1989, (EDT, pp. 272, euro 18). Analizza la storia, la cultura, la politica e la società dei due Paesi “cugini”. L’autore si mostra scettico sulla possibilità di una riunificazione a breve termine fra le due Coree, ma anche sulla effettiva pericolosità dell’aggressiva politica nordcoreana, dal momento che il Paese ha e avrà sempre più bisogno degli investimenti sudcoreani, giapponesi e cinesi per poter sopravvivere. Hyun Gu Lynn non dimentica però di sottolineare anche la gravità di due emergenze umanitarie troppo spesso dimenticate: quella dei profughi nordcoreani in Cina, esuli in condizioni disperate, e quella dei diritti umani totalmente cancellati nella Corea del Nord.

Il blog che consigliamo non si rivolge invece ai politologi quanto a tutti coloro che più semplicemente vogliano conoscere e apprezzare qualcosa della cultura, della società, dei costumi e delle tradizioni delle due Coree: si chiama Il Paese del Calmo mattino ed è curato da un esperto di lingua e cultura coreana.

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LA CRONACA DEI FATTI. A Vienna domenica 24 maggio una banda di 6 fondamentalisti sikh, armati di coltelli e pistole, attacca il tempio di una setta sikh “eterodossa” (chiamata Ravidasia o Sach Khand Dera). Nel tempio si erano radunati circa 400 indiani per ascoltare i sermoni di due Sant, cioè di due autorità spirituali della setta. Durante l’attacco restano ferite una quindicina di persone, fra le quali uno dei due Sant, Rama Nand, che muore il 26 maggio. Questa serie di eventi ha due conseguenze immediate: 1) movimenti della destra austriaca chiedono al governo di Vienna misure restrittive nei confronti dell’immigrazione indiana; 2) manifestazioni di protesta e scontri di piazza si scatenano in Punjab – stato dell’India settentrionale a maggioranza sikh – ad opera dei Ravidasia, coadiuvati da gruppi di Dalit, cioè di fuoricasta o “intoccabili”. India Austria Temple ShootingAd Amritsar, a Jalandhar e in altre città del Punjab vengono bruciate automobili e assaltati edifici pubblici;  negli scontri fra manifestanti e polizia muoiono due persone. Per fronteggiare la situazione e allontanare lo spettro della guerra civile (che insanguinò il Punjab negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso)  le autorità politiche e religiose del Punjab si muovono  su più fronti.  Il Capo Ministro del Punjab, Parkash Singh Badal – che è un sikh – condanna duramente l’attacco sikh al tempio dei Ravidasi di Vienna, e contemporaneamente impone il coprifuoco nella città epicentro delle violenze, Jalandhar. Analoga dura condanna dei fondamentalisti sikh che hanno colpito Vienna viene espressa dal Primo Ministro dell’India Manmohan Singh – anch’egli un sikh – e dal partito sikh al governo in Punjab, lo Shiromani Akali Dal, che invita i commercianti a una serrata anti-violenza per martedì 26 maggio. Al momento in cui scriviamo, in Punjab regna la tensione ma la situazione pare sotto controllo.

I PROTAGONISTI E IL CONTESTO. UN’ANALISI CULTURALE. Il sikhismo (qui sotto il suo simbolo, il Khanda) è una religione khandamonoteista che propugna un rapporto diretto fra l’uomo e Dio. E’ la quinta religione al mondo per diffusione, e nacque in Punjab nel XV secolo ad opera di Nanak, primo di dieci Guru. Il libro sacro dei Sikh, il Guru Granth Sahib, contiene 5.894 inni di numerosi poeti e mistici fra cui Ravidas (nel dipinto qui a destra)  Ravidasche fondò un movimento spirituale  nel XIV secolo. E’ da lui che prendono il nome i Ravidasi, cioè i sikh “eterodossi” che hanno subìto l’attacco a Vienna  e poi scatenato le violenze in Punjab. Sono noti anche come Sach Khand Dera perché il Sach Khand o “Regno della Verità” è lo stadio finale dell’ascesa spirituale secondo il Sikhismo, di cui i Ravidasi sono comunque “figli”. A differenza dei Sikh – sia del Khalsa sia di altre comunità minori – non hanno il tempio centrale  in Punjab bensì a Benares (foto a destra);  pregano con lo stesso libro sacro dei Sikh ma non lo considerano – come fanno invece i Sikh – un “Guru vivente”.Ravidas Mandir a Benares

Ma la ragione alla base della disputa fra le due comunità non è tanto di carattere dottrinario (anche perché, è questo il paradosso, ciò che unisce i Sikh e i Ravidasi è molto più di ciò che li divide) bensì sociale: Ravidas  era un fuoricasta, un “intoccabile”, considerato impuro a causa del suo lavoro di ciabattino, in cui lavorava le pelli di animali; tuttavia sostenne nei suoi inni che anche un fuoricasta può giungere a Dio, e che la divisione in caste è un errore. Divenne perciò un eroe dei fuoricasta del Punjab,  e Ravidasi symbolancora oggi il movimento che a lui si ispira (qui a destra, il suo simbolo), cioè quello dei Ravidasi, raccoglie  i suoi seguaci fra i fuoricasta, o Dalit, in particolare del gruppo dei Chamar, i ciabattini.
Anche il Sikhismo sostiene l’uguaglianza degli uomini davanti a Dio e nega il sistema delle caste, ma la divisione castale – benché cancellata anche dalla Costituzione dell’India moderna – resta comunque ancora oggi onnipervadente. In qualsiasi comunità sociale e religiosa (e il nucleo centrale dei Sikh in Punjab resta infatti di casta Jat). I protagonisti degli odierni scontri di piazza in Punjab, dunque, hanno manifestato per difendere la propria identità sociale di Dalit, offesa dall’attacco di Vienna. Perciò, trattandosi di un conflitto intercastale,  agli “eretici Sikh” Ravidasi si sono uniti in piazza anche i Dalit di religione hindu e buddhista (questi ultimi, seguaci di Ambedkar).
Il commento più appropriato a questa desolante situazione ci sembra quello fatto da un giovane blogger sikh: «Credo che questa sia una tragedia degli anni ’80 e ’90, quando in Punjab c’era la guerra civile». Il colpo di coda di un passato che sembrava chiuso per sempre. Sembrava…

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THE SHOW 1Ritmo. Musica. Ritmo. Danza. Ritmo. Colori. Ritmo….è un trionfo di energia, come un rullo di tamburi, Bollywood The Show, il musical (qui, un video) che è approdato al Teatro Arcimboldi di Milano, dove sarà in scena fino al 24 maggio compreso. Applaudito da 500mila spettatori in tutto il mondo, lo spettacolo diretto da Toby Gough ripercorre la storia del cinema indiano attraverso la vicenda dei Merchant, famiglia di grandi coreografi e ballerini, protagonisti di un’industria cinematografica – quella di Bollywood appunto – in cui musica e danza sono elementi essenziali. La trama ruota intorno al conflitto tradizione/modernità, impersonati dall’anziano Shantilal Merchant – insegnante di danza nel classico stile kathak, legato alla spiritualità hindu – e da sua nipote Ayesha Merchant, che abbandona lui e la sua scuola per entrare nel mondo dorato del cinema indiano e diventarne un’acclamata coreografa.
Così, mentre il nonno e la nipote mettono a confronto le proprie diverse visioni della danza, le musiche e i balletti  si susseguono, interpretati da scatenati ballerini che portano in scena oltre 700 costumi assolutamente kitsch, come si usa a Bollywood.  THE SHOW 2
Il pubblico, divertito, segue le canzoni battendo le mani a ritmo, e pazienza se non coglie le citazioni di film e personaggi (come Raj Kapoor) perché l’Italia è uno dei pochi Paesi al mondo a non avere quasi mai importato film indiani; lo spettacolo risulta comunque godibile, proprio grazie ai numeri musicali. Che sono stati creati da membri della famiglia Merchant le cui vite ispirano la trama dello spettacolo. La coreografa di Bollywood The Show infatti, Vaibhavi Merchant, iniziò con suo zio per sfondare poi a Bollywood firmando coreografie in blockbuster come Lagaan e Devdas (circolati anche in Italia). E gli autori delle musiche dello spettacolo, i fratelli Salim e Sulaiman Merchant,  hanno composto colonne sonore per film bollywoodiani come DhoomBhoot e Kaal, le cui musiche hanno raggiunto la hit parade anche negli Usa e in Gran Bretagna.
THE SHOW 3Non a caso lo spettacolo che ora è in scena a Milan all’estero  si chiamava The Merchants of Bollywood. Peccato però che la versione per l’Italia sia stata “semplificata”, ovvero tagliata di tre quarti d’ora (da due ore e mezza a un’ora e tre quarti): il risultato è che nel primo tempo il rapporto fra la trama e l’inserimento dei numeri musicali non risulta chiarissimo. Ma questo è l’unico limite drammaturgico  della versione italiana di Merchants of Bollywood, e il pubblico applaude comunque perché la musica e la danza sono linguaggi universali. Come i film di Bollywood insegnano. E come dimostra la crescente diffusione anche in Italia di corsi e stage di Bollywood-dance.

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Quale India è uscita dalle elezioni politiche appena concluse? Ecco, in cinque punti, il nuovo volto della più popolosa democrazia del mondo.

indian flag1) I commenti della  stampa indiana vanno sostanzialmente nella stessa direzione: l’India del prossimo futuro sarà, sul piano interno,  più governabile, più laica, più aperta a riforme economiche liberali ma anche attente alle emergenze sociali; mentre sul piano internazionale sarà sicuramente una potenza amica degli Usa. Inoltre, non subito ma probabilmente fra un paio d’anni, se l’anziano Manmohan Singh passerà il timone a Rahul l’India sarà di nuovo governata da un Gandhi. Semplificando secondo categorie politiche a noi note – per quanto obsolete e difficilmente applicabili in Asia – sono state sconfitte la “destra” dei nazionalisti hindu (Bjp) e la “sinistra” del Third Front dominato dai comunisti. Ha vinto insomma il centrismo pragmatico del partito del Congresso. Vediamo cosa cambierà esaminando i risultati delle varie coalizioni politiche.

2) La United Progressive Alliance (Upa), la coalizione del partito del Congresso guidata da Sonia Gandhi, ha colto un successo di

Sonia Gandhi

Sonia Gandhi

dimensioni impreviste da tutti gli analisti, indiani e internazionali, e con 262 seggi (contro i 179 vinti nel 2004) è molto vicina alla maggioranza assoluta in Parlamento (272); i 10 seggi mancanti le arriverranno molto probabilmente da un’alleanza con partiti minori (usciti ridimensionati da queste elezioni, e quindi ansiosi di assicurarsi un futuro politico) come lo Rjd e lo Sp. La performance del Congresso – la migliore dal 1991 – gli consentirà quindi di governare con mano sicura, senza sottostare ai condizionamenti degli ex alleati della sinistra comunista, com’è accaduto fino a poco tempo fa.

Manmohan Singh

Manmohan Singh

3) Quali ragioni hanno portato il Congress alla vittoria? In un editoriale sul quotidiano The Hindu intitolato The Manmohan Singh impact, Harish Khare considera determinante l’autorevolezza dimostrata dall’attuale Primo ministro indiano, il settantaseienne economista sikh Manmohan Singh: «The country, especially the middle class, appeared to have recoiled at the prospect of preferring seemingly lesser qualified men and women to a “tried and trusted” administrator….Dr. Singh became the symbol of a dormant collective aspiration for governmental stability, administrative performance, and decency in public life». Harish Khare elogia anche la capacità mostrata da Singh di superare le crisi:  quella dell’economia mondiale  (nonostante la quale quest’anno l’India si attende una crescita del Pil del 5%) e quella del terrorismo con gli attacchi a Mumbai. Khare rileva anche come i violenti attacchi personali portatigli dall’opposizione si siano rivelati controproducenti.

Rahul Gandhi

Rahul Gandhi

Ma un altro elemento importante per la vittoria del Congresso è stato sicuramente il “fattore Rahul”: il trentotenne rampollo della dinastia Nehru-Gandhi, Rahul Gandhi, ben coadiuvato dalla sorella Priyanka (brillante e decisa come la nonna Indira Gandhi), ha condotto un’instancabile tour nell’India rurale per spiegare che le politiche future del Congresso terranno conto del disagio sociale di quelle ampie fasce di popolazione ancora escluse dal boom economico. Ed è risultato credibile. In un articolo sul quotidiano Times of India intitolato Veterans fall, Rahul Gandhi rises,  Vikas Singh nota che il suo successo personale è anche quello di una nuova generazione di indiani e conclude predicendo un grande futuro per Rahul: «The UPA has a shot at another five-year term, and Manmohan Singh is not getting any younger. Sooner or later, expect a passing of the torch to Rahul and his trusted team….for now, the star that’s shining brightest on the Indian political firmament is undoubtedly Rahul Gandhi».

militante hindu

militante hindu

4) L’aggressività dei nazionalisti hindu ha stancato il Paese. La National Democratic Alliance (Nda), la coalizione guidata dai nazionalisti hindu del Bharatiya Janata Party (Bjp) è uscita sconfitta passando dai 174 seggi del 2004 ai 158 attuali; ha perso roccaforti come il Rajasthan ma sopratutto ha perso la propria statura di partito di governo continuando a puntare sulla drammatizzazione della politica nazionale e sull’ aggressione nei confronti della grande minoranza musulmana del Paese (oltre il 13% della popolazione, cioè circa 150 milioni di persone). Molti osservatori notano che l’elettorato indiano ha considerato “superata” e “fonte di troppe divisioni” la politica del Bjp; il quotidiano Hindustan Times, in un editoriale non firmato intitolato What worked for Congress, attribuisce proprio agli errori del Bjp la vittoria del Congresso, sottolineando che «…the BJP could not whip up what it likes to term as nationalistic sentiments in its favour. It did try various pseudo-religious, pro-Hindu tacks such as promising to build the Ram temple or saving the Ram sethu. But if none of this worked, the reason was not only that the issues had become dated, but also because the voters had realised that these were no more than cynical electoral ploys. However, it was the loss of the terror card which hurt the BJP the most. The party had routinely used it in the past to demonise the Muslims as a community in the guise of castigating the Pakistan-based terrorists. But the electorate appears to have seen through this game as well

L. K. Advani

L. K. Advani

Narendra Modi

Narendra Modi

L’opinione pubblica indiana ha quindi dato, con queste elezioni, una chiara indicazione in favore di una politica più laica, che punti a unire e non a dividere il Paese. La conseguenza più immediata è la fine della carriera politica del leader del Bjp, l’anziano L.K. Advani; Vikas Singh, sul Times of India, prevede che sarà sostituito dall’attuale capo-ministro del Gujarat, il non meno estremista Narendra Modi, e che il duello del futuro sarà appunto quello fra Narendra Modi e Rahul Gandhi. Inoltre, vale la pena di notare che alla brutta performance della Nda ha contribuito quella dei suoi alleati a livello locale, come il partito sikh Shiromani Akali Dal, che in Punjab è stato punito dagli elettori passando da 8 a 4 seggi. Quanto infine ai due “dissidenti” della famiglia Gandhi, Maneka e suo figlio Varun, sono entrambi stati eletti nelle liste del Bjp, ma non hanno determinato significativi spostamenti di voti.

5) E’ crollata la sinistra comunista. Il Third Front, coalizione di partiti di sinistra (compreso il Bsp di Mayawati) guidata dai comunisti, ha subito pesanti arretramenti in communist indiatutto il Paese, scendendo da 83 a 58 seggi, e i comunisti sono stati umiliati nei due stati in cui governavano: il Bengala e il Kerala. Su questi risultati pesano sicuramente ragioni politiche attinenti alle realtà locali (per esempio in Bengala il partito comunista aveva di fatto aperto al mercato e agli investimenti stranieri, e per consentire l’apertura di nuove industrie e favorire un’alleanza fra industriali e sindacati aveva operato una politica di esproprio delle terre, che ha provocato un voto in massa dei contadini a favore del Trinamool Congress, alleato del Congresso). Restano però le conseguenze politiche: il Congresso per governare non avrà più bisogno dei voti determinanti della sinistra. E sul piano internazionale potrà portare avanti la politica di collaborazione con gli Usa, sancita dal patto di cooperazione nucleare firmato da George Bush e Manmohan Singh. Proprio per protestare contro quel patto i comunisti erano usciti dalla coalizione di governo con il Congresso. Ma ora si trovano ad essere politicamente irrilevanti.

I lettori interessati a visionare i risultati elettorali stato per stato, possono trovarli sul sito ufficiale della commissione elettorale.

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Si sono accessi i riflettori sulla Fiera del libro di Torino, in corso fino al 18 maggio. Le star della letteratura presenti sono numerose, e fra loro diversi autori legati in vario modo all’Asia, come  l’angloindiano Salman Rushdie, il cinese Yu Hua e il Nobel turco Orhan Pamuk. Milleorienti però preferisce non occuparsi delle star e dare invece ai propri lettori qualche sommesso consiglio su libri e autori molto meno noti ma forse non meno interessanti… Vi proponiamo perciò quattro brevi schede di libri che secondo noi valgono la pena.

CINA/ Fae Myenne Ng: Il regno fiorito. Editore Neri Pozza, pp. 256, euro 16,50.
Il_regno_fiorito In questo romanzo Fae Myenne Ng dà voce alle proprie radici: americana nata San Francisco da una famiglia cinese, racconta una storia di amore e di spaesamento culturale, di passioni censurate dalla morale confuciana e di difficoltà di integrazione sociale; le difficoltà sperimentate da tanti cinesi emigrati negli Usa, stranieri in terra straniera. Un romanzo il cui protagonista si vive sempre sospeso fra due mondi – la Cina e gli Usa – divisi in tutto, anche nella grammatica delle emozioni amorose.  Il bellissimo incipit del libro è illuminante sia sul contenuto sia sullo stile di scrittura: «La donna che amavo non era innamorata di me; la donna che ho sposato non era mia moglie. Ilin Cheung era mia moglie sulla carta. Infatti, apparteneva a Yi-Tung Szeto. Anch’io gli appartenevo, perché ero indebitato con lui. Lui era mio padre, sempre sulla carta». Non a caso il New York Times ha definito Fae Myenne Ng «la scrittrice più dotata di talento poetico dell’odierna letteratura sino-americana».

INDIA/ Matilde Adduci: L’india contemporanea. Dall’indipendenza all’era della globalizzazione. Editore Carocci, pp. 138, euro 15,50.
libro Matilde AdduciLe elezioni politiche in corso in India – di cui fra pochissimo conosceremo i risultati – attireranno le analisi più o meno documentate di tanti giornalisti. Ma quanti fra i nostri commentatori conoscono davvero la realtà economica e sociale dell’India? Questo libro può essere un utile strumento per capire una realtà che i media italiani rappresentano quasi sempre solo in base a vecchi luoghi comuni. Adduci, ricercatrice dell’università di Torino e membro del think-tank Asia Maior, analizza l’affermazione del progetto politico neoliberista in India  a partire dagli anni Ottanta, le principali implicazioni sociali delle riforme liberiste e la creazione di nuove sacche di povertà ed esclusione ai margini della Shining India; quell’India che ha fatto parlare di sè in tutto il mondo a causa di un boom economico tanto tumultuoso quanto ineguale nelle proprie ricadute sociali. E’ interessante che nel suo studio Adduci sottolinei le linee di continuità fra i governi del Congress Party e quelli del BJP, il partito dei nazionalisti hindu. Anche se l’analisi di Adduci non è sempre condivisibile – c’è una sottovalutazione del ruolo dell’elemento religioso nelle dinamiche sociali – il libro si presenta comunque documentato e stimolante. Per i tuttologi di moda sui giornali italiani, una lettura consigliabile.

GIAPPONE/ Reinhard Kammer: Lo zen nell’arte del tirare di spada. Editore Feltrinelli, pp. 91, euro 7.

Lo zen e l'arte della spada Il Kendo, La Via della Spada, al pari di tante arti tradizionali giapponesi come il Chado, la Via del tè, o il Kyudo, la Via dell’Arco, è una parte imprescindibile della filosofia e dell’estetica del buddhismo zen, e costituisce appunto una delle molte Vie (do) per la meditazione. A giudicare dalla copertina, questo libro sembrerebbe un saggio scritto oggi sulla materia; in realtà, Reinhard Kammer – formatosi all’Istituto per l’Asia Orientale della Ruhr Universitat di Bochum – non è l’autore del libro bensì il curatore, poiché qui presenta la propria traduzione del Tengugeijutsuron, un classico del Kendo risalente al XVIII secolo. Si tratta di un testo di grande fascino che non ha perso nulla della propria attualità – come dimostra peraltro la progressiva diffusione del Kendo in Occidente, Italia compresa – perché questa antica arte di combattimento non va intesa come un inno alla guerra bensì come una via alla consapevolezza del qui-e-ora, che è alla base dello spirito zen. Non un libro su tecniche di morte, dunque, bensì un testo che spiega l’importanza di affinare la coscienza dell’attimo presente, una coscienza che è celebrazione della vita stessa.

IRANFiglie di ShahrazadAnna Vanzan:  Figlie di Shahrazad. Scrittrici iraniane dal XIX secolo a oggi. Editore Bruno Mondadori, pp. 224, euro 18.
L’autrice,  iranista e islamologa dell’Università Statale e dell’Università IULM di Milano, conduce il lettore in un viaggio attraverso una letteratura femminile – quella di lingua persiana – che ha radici molto antiche e che in particolare negli ultimi due secoli ha dimostrato grande vivacità, confermandosi importante anche oggi, nella Repubblica islamica dell’Iran. Pochi sanno infatti che attualmente in Iran la produzione femminile di narrativa supera quella degli uomini, e che la partecipazione femminile al dibattito pubblico delle idee è molto intensa. Partendo dunque dalle antiche consuetudini dell’harem per arrivare alla situazione odierna, Vanzan tratteggia la lenta emancipazione delle donne iraniane soffermandosi sulle autrici – di nararrativa e di poesia – di maggiore spessore, senza trascurare l’apporto delle donne alla scrittura cinematografica e teatrale.

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Tre notizie e un commento per capire cosa sta accadendo in Birmania. E perché questo ci riguarda tutti (blogger compresi).

aung+san+suu+kyi+e+filo+spinato1) Aung San Suu Kyi rischia di morire. Dopo aver passato 13 degli ultimi 19 anni fra il carcere e gli arresti domiciliari, in uno stato di spaventoso isolamento, la 63enne leader della Lega Nazionale per la Democrazia, e Premio Nobel per la pace, è ridotta allo stremo delle forze. Ormai debolissima, viene alimentata e idratata con le flebo. Pare che anche il suo medico di fiducia sia stato arrestato senza spiegazioni.  La risposta della giunta militare birmana – al potere dal golpe del 1988 – è grottesca: invita Aung San ad andare in esilio per curarsi. Cosa che lei, come sempre, rifiuta. La sua condanna agli arresti domiciliari dovrebbe scadere a fine maggio. Ma si teme che i militari vogliano prorogare la condanna. Che per Aung San potrebbe diventare, di fatto, una condanna a morte.

2) Una commissione d’inchiesta Onu per “crimini contro l’umanità”. L’8 maggio, oltre 60 deputati del Parlamento britannico, riuniti in un soldati birmaniGruppo inter-partitico per il ritorno della democrazia in Birmania, hanno chiesto all’Onu di formare una Commissione d’inchiesta sulla giunta militare birmana per “crimini contro l’umanità”, con riferimento alle “pulizie etniche” condotte dall’esercito birmano contro le minorazne etniche – come i Karen – che da decenni lottano per la propria libertà e indipendenza. Secondo Democratic Voice of Burma anche l’uso di bambini-soldati, compiuto dall’esercito birmano, si configura come un “crimine di guerra”.

3) A un anno dal ciclone Nargis, la società birmana è in ginocchio. Il 2 maggio 2008 solidarietà per il ciclone Nargisil ciclone Nargis si abbatteva sulla Birmania uccidendo 140mila persone e devastando varie regioni. Un anno dopo, l’organizzazione umanitaria Medici senza frontiere denuncia che la situazione sanitaria e alimentare del Paese è ancora gravissima e che «il popolo del Myanmar non può permettersi di restare in attesa mentre la comunità internazionale, per rispettare una politica di non intervento, non fornisce assistenza di fondamentale importanza». E come reagisce all’ emergenza sanitaria il governo birmano? Secondo fonti citate dal notiziario Sudestasiatico, spende il 40% del Pil per la Difesa e appena l’1% per la Sanità.

IL COMMENTO DI MILLEORIENTI. Qualche considerazione. E qualche domanda.

A) Il Parlamento britannico, superando le divisioni partitiche, si mobilita per Aung San e la Birmania. Aspettiamo con ansia che il Parlamento italiano faccia lo stesso. E che la “società civile” dimostri di essere civile. L’inviato speciale dell’Unione Europea per la Birmania/Myanmar, Piero Fassino, ha invitato il regime birmano a liberare Aung San e a permetterle di curarsi adeguatamente. Bene, ma non basta. Lunedì 11 maggio si è tenuta una piccola manifestazione di protesta davanti alla sede dell’Ambasciata birmana a Roma. Bene, ma neanche questo basta. A quando un’iniziativa seria del governo italiano?

B) L’Organizzazione Medici Senza Frontiere ha ragione: il mondo non può restare a guardare una emergenza sanitaria spaventosa senza far nulla. Il principio di non ingerenza di fronte alle catastrofi naturali non vale. Perché l’Occidente non fa nulla? Per non contrariare la Cina.

C) Il regime militare birmano sopravvive solo per tutelare gli interessi economici cinesi nella regione. La giusticazione ideologica della giunta militare – il  cosidetto “socialismo monaci birmani in marciabuddhista birmano” – è una colossale fandonia. La cricca militare birmana è socialista quanto la Cina popolare (cioè per nulla) e anche se i generali birmani finanziano qualche tempio buddhista sulla collina sacra di Sagaing, il vero volto del regime si è mostrato reprimendo nel sangue le manifestazioni dei monaci buddhisti del 2007. Nulla di meno buddhista…

D) Anche il Web e la Blogosfera non fanno abbastanza. Secondo una recente ricerca, la Birmania è uno dei peggiori luoghi al mondo per fare il blogger. Non esiste libertà alcuna, e la censura sul web birmano è fortissima. I blogger occidentali non hanno niente da dire al riguardo? E la pagina su Facebook dedicata alla liberazione di Aung San raccoglie meno di 34mila firme. Una miseria, considerando che Facebook raccoglie 200 milioni di utenti in tutto il mondo. MilleOrienti invita tutti a fare pressione sui propri partiti e a firmare la petizione su Facebook, per far sentire ai politici che Aung San non deve morire in questo modo. Perché è un simbolo della libertà di espressione di tutti noi.

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