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Archive for settembre 2009

Sorridete, aAG_03manti del Giappone. Una Grande Onda di eventi culturali – mostre, concerti, dibattiti, rassegne cinematografiche – sta arrivando dalle nostre parti: a Roma, Napoli, Palermo e Milano.


Cominciamo con l’Istituto di Cultura Giapponese di ROMA (via Antonio Gramsci 74). Il programma è ricchissimo. Ci limitiamo qui a segnalare solo qualche evento: dal 1° ottobre al 20 novembre «My Grandmothers», una mostra dell’artista contemporaneo Miwa Yanagi (presentato anche alla Biennale di Venezia); l’8 ottobre una conferenza su «Shojo Manga: i fumetti giapponesi per ragazze» (a sinistra, un esempio) seguita il 20 ottobre da un’altra su «Le politiche culturali degli anime e dei manga». Il 13 ottobre inizia una retrospettiva cinematografica del grandissimo regista Kon Ichikawa (autore fra l’altro de L’arpa birmana, uno dei più bei film pacifisti della storia del cinema mondiale); la retrospettiva durerà fino al 17 dicembre. Il 3 novembre il concerto-spettacolo «Ryujin, musica e danze dell’isola di Ryukyu». E poi tanti altri eventi, che potrete scoprire cliccando su “agenda” nella homepage del sito dell’ Istituto di Cultura Giapponese di Roma. Il folto programma è analizzato nei particolari anche sul blog di Domu.

A NAPOLI invece  un folto gruppo di istituzioni e centri culturali – L’Istituto Universitario Orientalel’Associazione Italiana Studi Giapponesi, la Japan Foundation, l’associazione culturale Nipponica e altri – promuovono il convegno «Wabi Saby Cyber, culture e subculture del Giappone contemporaneo», che si terrà il 2 ottobre in piazza San Domenico Maggiore 12. Lo scopo: «offrire una testimonianza e una riflessione sulla cultura contemporanea giapponese e i suoi linguaggi».

hiroshige-naturaE andiamo a PALERMO dove a Villa Niscemi (piazza dei Quartieri 2)  si terrà dal 2 al 7 ottobre la mostra «Da Tokyo a Kyoto: 55 stampe di Hiroshige». Per la prima volta vengono dunque esposte a Palermo stampe del genere Ukiyo-e, il celebre e raffinatissimo “mondo fluttuante”, ma c’è da chiedersi allora: come mai la mostra resta aperta meno di una settimana? Non era meglio offrire al pubblico palermitano l’occasione di apprezzare con agio un artista di tale importanza? Misteri italiani…A parte queste considerazioni, va ricordato che in concomitanza con l’inaugurazione della mostra verrà presentato il libro fotografico di Marcella Croce «L’anima nascosta del Giappone» (Mariettti editore). Potete leggerne una recensione sul blog Biblioteca giapponese.


shunga14Last but not least, al Palazzo Reale di MILANO (piazza Duomo) si aprirà il 21 ottobre la mostra «Shunga. L’arte dell’amore nelle stampe dell’epoca Tokugawa (1603-1867)». La mostra, che rimarrà aperta fino al 31 gennaio 2010, presenterà 150 stampe originali del genere Shunga, termine giapponese che significa «immagini della primavera» e che indica un genere di stampe a soggetto erotico, specchio di una riflessione estetica sulla brevità e transitorietà della vita. La mostra è prodotta, oltre che dal Palazzo Reale, dalla Fondazione Mazzotta e dal Museo delle Culture di Lugano.

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Ecco una notizia che si commenta da sè. Discriminazione etnica e culturale in una zona d’Italia (l’Emilia) ad alta densità di immigrati indiani dal Panjab – in particolare di sikh – che lavorano nelle nostre campagne, si sforzano di integrarsi nella realtà italiana e vengono ripagati…con classi separate per i propri figli. I commenti dei politici stanno già arrivando, ma la realtà resta: un atteggiamento discriminatorio che va in direzione contraria anche al semplice buon senso. Una decisione resa ancora più triste dal fatto che il sindaco – che ha avallato la scelta del direttore scolastico – è del PD.
Come possiamo sperare che questi bambini di origine indiana diventino cittadini italiani a tutti gli effetti se vengono ghettizzati sin dall’asilo?

Qui sotto, la notizia “nuda e cruda”da Il Resto del Carlino. Ditemi voi cosa ne pensate, cari lettori…10758-scuolamaterna

Reggio Emilia, 25 settembre 2009 – Una classe di 24 bambini tutti indiani. Ma i loro genitori, ora, non li vogliono mandare a scuola. Dopo la prima elementare 100% straniera di Piacenza, a Reggio Emilia e’ stata istituita una ‘sezione indiana’ nella scuola materna statale del centro di Luzzara. Scelta che, anche a Reggio, come gia’ capitato a Piacenza, ha suscitato la reazione dei genitori, quelli immigrati, che non vogliono mandare a scuola i loro figli in una classe che li isola dagli italiani e dagli altri bambini.

Si tratta di una decisione discriminatoria. Si e’ scelto di sottostare alla spinta separazionista e xenofoba che si aggira nel territorio” dicono in coro Cgil, genitori e associazioni di migranti. Lunedi’ nel corso di un presidio davanti alla scuola si terra’ un incontro con i genitori italiani e martedi’ il caso sara’ portato all’attenzione del provveditore provinciale agli studi Vincenzo Aiello. Cgil e coordinamento immigrati contano infine di coinvolgere anche i parlamentari reggiani.

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Om Mani Padme Hum

Om Mani Padme Hum

Si intitola Om Mani Padme Hum, la luce del Tibet la mostra della fotografa Angela Prati che si inaugura martedì 29 settembre alle 18,30 a Milano, presso la Galleria San Fedele (via Hoepli 3/A) con il contributo di KEL 12. L’esposizione, che rimarrà aperta fino al 23 ottobre (dal martedì al sabato, orario: 16-19) è curata dal critico fotografico Gigliola Foschi e da Andrea Dall’Asta S.I.  Durante l’inagurazione del giorno 29/9 avrà luogo, alle 20, un dibattito sulla drammatica situazione tibetana a cui parteciperanno la fotografa Angela Prati, Marco Restelli di MilleOrienti e Davide Magni S.I. redattore della rivista Popoli.

Qui di seguito riportiamo la presentazione alla mostra della curatrice Gigliola Foschi:

Om Mani Padme Hum, ovvero “Salve o Gioiello nel Fiore di Loto”: questa antica e celebre formula sacra -5buddhista viene dai tibetani recitata, incisa nelle rocce, scritta sulle innumerevoli bandierine di preghiera che fremono nel vento per riempire l’aria di benedizioni. Il termine “Gioiello” allude al Bodhisattva Avalokiteshvara (“il Signore che osserva con compassione”) di cui il Dalai Lama è considerato la reincarnazione vivente. Mentre il Fiore di Loto è un simbolo buddhista di purezza ed elevazione spirituale, perché sboccia luminoso malgrado affondi le sue radici nel fango degli stagni. Già il titolo scelto per questa mostra da Angela Prati (nota fotografa specializzata in reportage geografici) ci fa dunque comprendere come le sue immagini – frutto di numerosi viaggi in Tibet e nei paesi vicini che ospitano i rifugiati tibetani – vogliano essere un omaggio alla tenacia con cui il popolo del “tetto del mondo” mantiene viva la propria cultura e spiritualità, nonostante la dura occupazione cinese.

-4Dal 1950, infatti, la Cina sta perpetrando in Tibet quello che il Dalai Lama ha definito un “genocidio culturale”. Se durante la famigerata Rivoluzione Culturale (1966-1976), le Guardie Rosse scatenate dal presidente Mao devastarono 6000 monasteri, oggi Pechino non si limita a dure campagne repressive e di “rieducazione”: grazie al trasferimento massiccio e ininterrotto di coloni cinesi, cui si aggiunge un controllo delle nascite fatto di sterilizzazioni forzate e aborti, sta infatti progressivamente riducendo i tibetani a una minoranza senza diritti nella  propria patria. L’autrice, posta di fronte a tale drammatica situazione, più che indagare gli effetti devastanti del regime cinese, ha però preferito mostrare il fascino della spiritualità tibetana: in questo modo ci fa capire che la cultura di questo tormentato Paese è talmente ricca, complessa e affascinante, da costituire un vero e proprio patrimonio dell’umanità, un tesoro universale che tutti noi siamo chiamati  a difendere.

Divisa in quattro sezioni, la mostra si apre con le suggestive immagini di paesaggi solitari e monasteri, che Angela Prati  ha realizzato nel 1991 in Tibet,  seguendo il percorso compiuto dal grande orientalista ed esploratore Giuseppe Tucci negli anni Trenta. Nella seconda sezione, le sue fotografie  raccontano la protesta dei tibetani nei confronti delle autorità cinesi che permettono la cattura di animali rari e selvaggi per la preparazione di quelle medicine tradizionali di cui sono grandi consumatori. Una protesta – come mostrano le precise e intense immagini di Angela Prati – rigorosamente pacifica e altamente simbolica: donne e uomini si privano infatti dei loro decori di pelliccia in nome della compassione per tutti gli essere viventi, e li bruciano in un grande falò.-3

La terza sezione offre l’occasione di ammirare appieno la fastosità e il tripudio di colori della grandiosa “Festa della Preghiera” (nel Monastero di Geerdeng, ad Aba), con danze mistiche e raduni di fedeli che bruciano incensi e rami di cedro fino ad avvolgere ogni cosa in una densa nebbia profumata, mentre sfilano cavalieri riccamente addobbati e  monaci dai “berretti gialli” (appartenenti all’ordine dei “Virtuosi”, cui fa capo il Dalai Lama). La quarta sezione è invece dedicata ai rifugiati tibetani nel Ladakh (India). Molti di loro, nati e cresciuti in esilio, possono solo vagheggiare una madrepatria che giace irraggiungibile al di là delle vette innevate.  Ancora per quanto saranno  costretti a sognare Lhasa senza potere mai visitare il grandioso palazzo del Potala, dove risiedevano i Dalai Lama?

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luna640ds4«C’è vita sulla Luna?». «Poca, e solo il sabato sera». Questa battuta scema mi è tornata in mente leggendo  un articolo del Times of India secondo cui siamo alla vigilia di una rivelazione importante: il satellite indiano Chandrayaan-1 (che si chiama così perché Chandra significa Luna) avrebbe scoperto l’esistenza di acqua sulla Luna. Il condizionale è d’obbligo fino a domani, quando la Nasa convocherà nel suo quartier generale di Washington una conferenza stampa per un «annuncio rilevante» sul progetto Moon Mineralogy Mapper, la cui strumentazione era appunto collocata sul satellite indiano. Ma la notizia sta ormai facendo il giro del mondo.chandra
Il Times of India aggiunge che i dati e le 70mila fotografie scattate dal Chandrayaan-1 (ora “defunto” ) saranno la base per le ricerche di esplorazione lunare del Chandrayaan-2, che sarà pronto nel 2012. Intanto, ieri dalla base indiana di Sriharikot sono stati lanciati contemporaneamente il satellite indiano Oceansat-2 e altri 6 nanosatelliti europei.

Nell’induismo antico Chandra,  la Luna,  era una divinità (a destra) collegata al nettare degli Dei (l’amrita) e al ciclo della vita e della morte, con i relativi culti. Oggi, Chandra è un oggetto di studio dell’ISRO, l’Indian Space Research Organisation, che ha ambiziosi programmi spaziali in collaborazione con Usa e Russia.  Per me, da sempre amante della fantascienza, lo «spazio, ultima frontiera» (chi riconosce la citazione?) è cosa di grande fascino. Ma oggi preferisco salutarvi, cari lettori,  con un’ “altra” Luna, quella degli antichi versi di Yogeshvara: «Sorbisce dalla scodella del cielo/guizzando la mobile lingua del lampo/il grande gattto nuvola, ora/tiepido latte di luna».

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Guerra. Una parola orribile, che significa sangue e tragedie ma anche business, fino ai risvolti più paradossali: in Afghanistan, per esempio, le mine più usate dai talebani contro gli occidentali (italiani compresi) sono italiane, le TC6 che gli americani avevano fornito ai mujaheddin ai tempi dell’invasione sovietica dell’Afghanistan.

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», dice l’articolo 11 della Costituzione Italiana. Ma se vogliamo chiamare le cose con il loro nome, in Afghanistan si sta combattendo una guerra, e l’Italia vi sta partecipando. La missione italiana ha anche la finalità di aiutare la popolazione afghana – con ospedali, scuole, etc – e certamente lo sta facendo. Ma i 21 soldati italiani caduti finora in Afghanistan sono morti combattendo in una guerra, non in una generica “missione umanitaria”. Negarlo sarebbe ipocrisia, sarebbe offendere la loro memoria. E non vogliamo certo farlo. Guerra, quindi: questa parola spaventosa è il primo dato di realtà da cui partire per una riflessione.

Chiediamoci ora: come sta andando questa guerra? La risposta dev’essere altrettanto chiara: otto anni dopo l’11 settembre e l’intervento occidentale in Afghanistan, i talebani controllano l’80% del territorio afghano. Dunque l’Occidente sta perdendo la guerra in Afghanistan. Questo è il secondo dato da considerare.  Una guerra che gli Usa di George W. Bush hanno gestito disastrosamente sia sul piano militare sia su quello politico – comportandosi da occupanti o da potenza coloniale (per esempio occupando il centro di Kabul, come avevano fatto i britannici nell’800) e colpendo troppo spesso la popolazione civile inerme. Questa guerra ora il presidente Obama si trova a gestire, e ci prova sul piano diplomatico cercando di portare dalla propria parte il mondo islamico, Iran anzitutto. Ma sugli esiti della politica americana, e della guerra, c’è molta incertezza: un’antologia dei dubbi e dei timori espressi dai media occidentali (da Newswwek alla BBC al New York Times) si può leggere sul sito afghano Sabawoon, dove si sprecano i paragoni fra l’Afghanistan e il Vietnam.

Le considerazioni svolte finora dovrebbero portarmi a dire: andiamocene. Portiamo via i nostri soldati e lasciamo l’Afghanistan al suo destino. Come hanno chiesto la Lega Nord e varie formazioni della sinistra estrema. E i sondaggi d’opinione – pur sempre da prendere con le molle – affermano che la maggioranza degli italiani la pensa in questo modo.

Eppure….Eppure io sono di avviso contrario. E trovo molto realistiche le considerazioni svolte da Franco Venturini sul Corriere della Sera del 18 settembre. Ne cito qui sotto un passo:
«Più che mai nei momenti tragici come questo, non bisogna avere paura di ripetersi. La presenza militare occidentale in Afghanistan ha una legittimità ben diversa da quella che ebbe in Iraq. Mettere le gambe in spalla prima di aver raggiunto un minimo grado di stabilizzazione del Paese vorrebbe dire darla vinta ai talebani che hanno rivendicato l’ attacco alle Torri Gemelle, gettare olio sul fuoco di tutti gli estremismi anti-occidentali a cominciare da quelli che ricorrono al terrorismo, e far saltare gli equilibri interni nel Pakistan dotato di armi nucleari. La Nato può immaginare una exit strategy, le idee non mancano (la Spagna ha proposto una durata-limite di altri cinque anni), ma per l’ Italia come per altri sarebbe un suicidio politico muoversi da sola e tradire le regole di un impegno comune al massimo livello».

Che si creda o no allo “scontro di civiltà”, la guerra con il terrorismo islamico, con al Qaeda e con il talebani è una guerra che l’Occidente non può permettersi di perdere. Perché il costo politico sarebbe spaventoso, e lo pagherebbero anche le generazioni future.
Questo io penso da uomo di pace che odia ogni retorica guerrafondaia. Lo penso da europeo democratico che vuole, per i propri figli, una società imperfetta, ma libera e laica. Ci sono guerre che devono essere combattute, purtroppo. Come accadde con il nazismo. Accade anche ora.

Aspetto le vostre opinioni, lettori di MilleOrienti. E mi interesseranno moltissimo, anche e sopratutto quelle diverse dalla mia.

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Magari vi sembrerò paleofemminista, ma mi sembra ancora che “il corpo sia un soggetto politico”, a leggere certe notizie. Come le due che ho letto sui quotidiani di oggi. Si tratta di due scelte politiche di segno opposto – una di fondamentalismo islamico, l’altra di fondamentalismo laicista – che in entrambi i casi però concorrono a privare le persone (e in particolare le donne) della libertà di essere se stesse.

La prima notizia viene dalla Francia: Il ministro francese dell’Immigrazione, Eric Besson, ha anticipato alla radio Europa 1 di essere favorevole a una nuova legge che proibisca il burqa. niqab%20and%20burqaContro il burqa si era già espresso il presidente Sarkozy, ma un conto è stigmatizzare un comportamento/un abito, un altro conto è vietarlo per legge. Besson ha giudicato «contrario all’identità nazionale e ai principi della Repubblica» coprirsi integralmente sotto quest’abito tradizionale dei Paesi islamici.
La mia riflessione: fatto salvo il diritto della polizia di identificare le persone (cosa impossibile sotto il burqa) restano però alcune domande: perché mai una donna non dovrebbe essere libera di circolare vestita come diavolo le pare? E di mostrare anche così la propria cultura religiosa? Perché il burqa appartiene a una tradizione diversa dalla nostra? E allora? Il meticciato (o melting pot, o chiamatelo come vi pare) ha sempre arricchito le civiltà, in ogni epoca storica. Anzi, se si osserva la Storia, esistono solo società “meticce”. Dunque perché vietarlo? Perché noi non amiamo il fondamentalismo islamico? Certo che non lo amiamo. Perché siamo europei, figli dell’Umanesimo, del Rinascimento e dell’Illuminismo.  Ma non saremo più europei se vieteremo il burqa. Saremo più europei se riconosceremo a ciascuna persona il diritto di essere se stessa.

La seconda notizia viene dall’Indonesia: il parlamento della provincia di Aceh, nell’isola indonesiana di Sumatra,  ha deciso di rendere legge la Sharia. Codice tradizionale islamico che prevede, fra l’altro, la lapidazione per gli adulteri, e la fustigazione per chi fa sesso prima del matrimonio (100 colpi di canna) e per gli omosessuali e le lesbiche (100 colpi e una multa di mille grammi d’oro). E altre piacevolezze….(Una annotazione politica a margine: così la provincia di Aceh va in controtendenza rispetto all’Indonesia, che alle ultime elezioni ha punito duramente i partiti islamici più conservatori. Però anche fra i parlamentari democratici di Aceh che hanno criticato l’introduzione della Sharia, nessuno ha poi avuto il coraggio di votare contro).
La mia riflessione: questo è tutto ciò che non vogliamo. Almeno, che non vogliamo qui da noi, in Europa. Un esimio rappresentante del partito indonesiano che ha voluto l’applicazione della Sharia, il Pks, si è scagliato contro «la degradazione morale dovuta alle influenze straniere». Ecco, è questo il punto: se non vogliamo diventare come loro, i fustigatori, i “puri” (e non vogliamo di certo) dobbiamo capire che le “influenze straniere” non portano alcuna “degradazione morale”. Ma solo confronto, dibattito,  nuovi problemi e prospettive, inedite soluzioni e sintesi.

E’ la libertà, baby, e non puoi farci niente. Il fondamentalismo – religioso o laicista – non è mai la soluzione, secondo me. E voi, lettori di MilleOrienti, che ne pensate?

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bollywood style

Bollywood style

cari bollywood-maniaci, care amanti di Shah Rukh Khan, ecco del pane per i vostri…piedi! Il centro Apsars di Milano organizza, a partire dal 16 settembre, tre cosine interessanti:
– un corso di base di danze sacre indiane (elementi di danza sacra, folk e Bollywood dance)
– un corso di secondo livello di danza sacra Bharatanatyam (tipica dell’India meridionale)
– un corso di secondo livello di Bollywood style.

I corsi sono diretti da Marcella Bassanesi (divenuta nota al grande pubblico grazie alla partecipazione ad Academy, il talent show sulla danza di Rai Due), si tengono al Teatro Trebbo di Milano, in via De Amicis, hanno durata annuale e cadenza settimanale. So dance, people, dance, cialò cialò!!

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