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Archive for gennaio 2010

Cari Padani,
benvenuti nella nuova Padania-Panjab. Da “padano doc” quale sono (padre milanese, madre bergamasca, educazione a colpi di polenta) sono lieto di annunciarvi che il nostro repertorio musicale, dopo “Oh mia bèla madunìna” e “La montanara uè” si arricchisce di un non meno interessante contributo: bhangra music made in Berghem! L’espressione può risultare oscura, perciò troverete un utile dizionarietto nelle righe sotto questo video – che forse non è un capolavoro, ma ci mostra un pezzo di nuova realtà italiana: la presentazione degli Indian Culture Club di Bergamo, ovvero Italian Bhangra Music. (E ovviamente il video è ricco di riferimenti a Bollywood…)

Berghem: nome, in bergamasco, di Bergamo, ridente cittadina padana. Un tempo sugli alpeggi dei monti bergamaschi lavoravano i bergamini, che erano mandriani transumanti. Oggi gli eredi dei bergamini, addetti alle vacche nelle aziende zootecniche – non solo nella bergamasca ma in tutta la Padania – sono extracomunitari (quale italiano vuole svegliarsi alle cinque del mattino per mungere?). Molto spesso si tratta di indiani del Panjab (Punjab secondo la traslitterazione inglese), una regione  nota come “il granaio dell’India”. Quasi sempre, questi immigrati sono di religione Sikh. I Panjabi tradizionalmente sono ottimi allevatori e agricoltori, perciò oggi decine di migliaia di loro lavorano, stimati, nelle campagne padane.

Bhangra music: uno stile di musica e danza originario del Panjab, regione settentrionale del subcontinente indiano (oggi divisa fra India e Pakistan) che fu anche la terra di origine del Sikhismo. Il bhangra era ed è suonato e ballato in Panjab in particolare in occasione di Vaisakhi, una bellissima festa che viene celebrata a metà aprile e che è legata alla storia e alla spiritualità sikh. Negli anni Novanta del secolo scorso il bhangra cominciò a diffondersi come stile musicale a Londra, mixandosi con la dance e riscuotendo grande successo fra i giovani in tutta Europa grazie ad artisti come Punjabi Mc (che si esibì anche al Festival di San Remo). Oggi il bhangra è la musica di riferimento di una generazione di immigrati indiani – non solo panjabi – in Europa, e in India è molto utilizzato nei film di Bollywood.

Per saperne di più: potete leggere su MilleOrienti i post della categoria “Sikh in occidente” (qui a fianco) oppure cliccare in alto sulla pagina “chi sono”, dove troverete la mia bibliografia sui Sikh. In particolare consiglio la lettura del libro di D. Denti -M. Ferrari – F. Perocco (a cura di): «I Sikh. Storia e immigrazione», edito da Franco Angeli, perché parla specificamente dell’immigrazione panjabi e sikh in Italia. E’ un libro nato dalla collaborazione fra sociologi di Cremona e di Padova – che hanno studiato le migrazioni degli indiani in Italia – e indologi (fra cui il sottoscritto) che spiegano cosa sia la cultura sikh.

Era ora che gli immigrati panjabi – sikh e non sikh – dopo anni di oscuro lavoro nelle nostre campagne cominciassero a far venire alla luce, anche in Italia, la loro cultura e la loro splendida musica! Benvenuti in Padania-Panjab…

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Un altro giornalista arrestato in Birmania/Myanmar. Ngwe Soe Lin è stato condannato a 13 anni di carcere. L’accusa: avere fatto un’inchiesta “scomoda” sulle drammatiche condizioni di vita dei bambini rimasti orfani in seguito allo spaventoso ciclone Nargis che devastò la Birmania nel 2008. L’inchiesta di Ngwe Soe Lin  è diventata nel 2009 un documentario, Orphans of Burma’s Cyclone, trasmesso dai canali tv di vari Paesi (fra cui il britannico Channel 4) e premiato con il “Rory Peck award for best documentary”.

Foto aerea del carcere di Insein

Il documentario è stato considerato lesivo della dignità nazionale birmana. Ma il vero problema è che Ngwe Soe Lin è un giornalista di Democratic Voice of Burma, un centro di informazione multimediale sulla Birmania/Myanmar cui fanno riferimento vari gruppi dell’opposizione birmana e che ha sede in Norvegia.
La sentenza di condanna è stata emessa il 27 gennaio 2010 dalla Corte Speciale di Insein –  un carcere tristemente famoso come “ultima residenza conosciuta” di tanti dissidenti birmani –  e segue di poco quella di un’altra giornalista birmana, Hla Hla Win: anch’essa collaboratrice di Democratic Voice of Burma, il 30 dicembre 2009 è stata condannata a 27 anni di carcere.

Se su questa vicenda volete leggere qualcosa  in lingua italiana dovete rivolgervi a un giornale svizzero. Qui c’è l’articolo di Swisscom (che sbaglia solo l’entità della pena comminata a Hla Hla Win).

Tutto ciò si inquadra nella lotta di potere all’interno del regime militare birmano, proprio quando si parla di elezioni politiche da tenersi nel Paese entro la fine del 2010, e di possibile liberazione della leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi (foto a sinistra) naturalmente dopo le elezioni. Ne parla qui l’Agenzia Reuters, ma la notizia non ha avuto conferme ufficiali.

Democratic Voice of Burma sta lanciando, insieme alle organizzazioni internazionali per i diritti umani, una campagna internazionale per la liberazione di tutti i giornalisti detenuti nelle carceri birmane per reati di opinione.

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Potremmo chiamarle “antinotizie”. Sono quelle notizie che in molti Paesi del mondo fanno discutere e in Italia invece passano del tutto inosservate (il dibattito Pdl-Udc-Pd evidentemente soddisfa, secondo Tv e quotidiani, ogni possibile curiosità umana). Questo avviene perché sono considerate non significative, cioè  “non-notizie”? No: è una questione culturale e sociale.
Il terreno principe delle antinotizie, per i mass media italiani, è quello degli Esteri. Il mondo non esiste quasi, per i media italiani.
Il silenzio mediatico è dovuto a questo: i mass-media sono convinti che i mass-italiani non siano interessati al mondo e quindi certe notizie non si danno. Sono antinotizie.  Storicamente, gli Esteri sono sempre stati negletti, sia dalla nostra Tv sia dai nostri “grandi” quotidiani. Oggi fanno eccezione i personaggi e gli eventi da prima pagina: Obama, i territori di conflitto con il terrorismo islamico, il Medio Oriente, un po’ di folklore dall’Europa…
Peccato che nel mondo ci sia tanto di più. E che su moltissimi Paesi del globo non si pubblichi nulla, per mesi. A volte per anni.

La ministra Maria Stella Gelmini

Il provincialismo dei nostri mass media è in perfetta consonanza con i programmi  della ministra Gelmini, che sta ulteriormente riducendo le (già insufficienti!) ore di geografia a scuola. Idea geniale, in un mondo sempre più globalizzato, che richiederà agli italiani del futuro – gli studenti di oggi – una conoscenza approfondita delle civiltà degli “altri”. Perché gli italiani viaggeranno sempre più a casa altrui, e gli “altri” verranno sempre più a casa nostra. La geografia, in tutte le sue declinazioni – geopolitica, geoeconomia, geografia sociale, geografia religiosa – dovrebbe essere una materia principe, in un mondo sempre più connesso.
Invece è ridotta anch’essa ad “antinotizia”.

Dunque, il silenzio dei nostri mass media sul mondo e il silenzio della scuola italiana sulla geografia sono lo specchio di una vecchia idea provinciale dell’Italia. Ma davvero gli italiani vogliono questo?

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Ci sono due Indie. Sotto i riflettori del mondo c’è la shining India, protagonista del boom economico, con le software house di Bangaluru, gli ingegneri informatici, i centri di servizi per l’outsourcing occidentale, le cittadine come Gurgaon dove la gente circola in suv e  le giovani donne non vestono più il sari (senza capire che in sari sono molto più belle che in jeans e felpa…).
E poi c’è l’altra India. Quella forgiata da millenni di storia, di cultura, di tradizioni religiose, che ho cercato di raccontare in vent’anni di reportage. L’India delle campagne, dove risiede tutt’ora quasi il 70% della popolazione. Un’India la cui vita dipende ancora in gran parte dai monsoni.
Le due Indie ovviamente sono intrecciate più di quanto sembri, e il loro destino comune dipende da molti fattori, quali la capacità di coniugare sviluppo e ambiente,  con un utilizzo intelligente e rispettoso delle risorse naturali. Ma sulla questione ecologico-ambientale l’India per ora sembra sorda e cieca.

Questo articolo del Times of India del 28/01/2010 prende in considerazione la classifica mondiale 2010 dei Paesi secondo l’Environmental Performance Index (Epi) da cui risulta che, nel campo delle politiche di lotta all’inquinamento, l’India è messa molto male: al 123° posto. Le fa compagnia la Cina al 121° posto. Uno scotto inevitabile da pagare per i Paesi in via di sviluppo? Non è così, visto che un altro grande Paese in via di sviluppo, il Brasile, si trova ben più avanti, al 62° posto. (Soddisfo subito la vostra legittima curiosità: al primo posto c’è l’Islanda, mentre l’Italia è al 18°).

Questa brutta situazione implica fra l’altro, per l’India, la necessità di capire di non poter avere come unico modello le sue città sempre più inquinate; l’India dovrà rilanciare le campagne in chiave “green economy”, valorizzandone le risorse. E’ quanto suggerisce  l’analisi del Wall Street Journal contenuta in questo bellissimo video (da cui si accede ad altre video-interviste): si intitola «The Rise of Rural India» e parla della lenta crescita della campagna indiana, che è ancora il più grande mercato del Paese. E che può costituire per l’India sia un modello di sviluppo eco-compatibile (come auspicava il Mahatma Gandhi) sia una leva per far progredire l’intera popolazione del Paese, un terzo della quale vive ancora sotto la linea di povertà.

P.S. un grazie al mio amico Roberto Bonzio, curatore del progetto multimediale Italiani di Frontiera, per avermi segnalato il video del Wall Street Journal.

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Più o meno così cantava la Vanoni, tempo fa…
La famosa “Milano da bere” quando affida all’Ufficio Spettacoli del Comune l’organizzazione di rassegne di cinema indiano di solito ottiene risultati disastrosi (sale inadeguate + programmazione casuale + comunicazione inesistente +  mancanza di materiali informativi e/o critici = pubblico scarso e spaesato. Un esempio? Il tragicomico esito della rassegna  di cinema indiano allo Gnomo nell’estate 2009). Così, data l’impreparazione degli addetti comunali, si muovono i privati. E per fortuna…
Un esempio è quello di Apollo Spaziocinema, che in collaborazione con GCI India ha esordito lunedì 25 gennaio 2010 con quello che potrebbe essere l’inizio di una programmazione normale di film indiani. Che significa “normale”? Lo so, in Italia il concetto di “normale” è poco noto. In questo caso significa ciò: che non si tratta né di una rassegna né di un festival, ma di una normale programmazione: tutti i lunedì due spettacoli, alle 13 e alle 21, in lingua originale con sottotitoli in inglese. Ecco i film di Bollywood che potremo gustare prossimamente.
Lunedì 1° febbraio:
99, di Krishna D.K. e Raj Nidimoru (2009), con Boman Irani, Mahesh Manjrekar, Soha Ali Khan e Vinod Khanna.
Lunedì 8 febbraio:
Jail, di Madhur Bhandarkar (2009) con Neil Nitin Mukesh, Mugdha Godse e Manoj Bajpai.
Lunedì 15 febbraio: Shootout at Lokhandwala, di Apoorva Lakhia (2007) con Sua Maestà
Amitabh Bachchan, il principe ereditario Abhishek BachchanSanjay Dutt e Sunil Shetty.
Lunedì 22 febbraio: Tum mile, di Kunal Deshmukh
(2009, vietato ai minori) con Emraan Hashmi e Soha Ali Khan.
Si tratta di capolavori? No, sono onesti prodotti bollywoodiani, né migliori né peggiori di tanti film in programmazione nelle sale italiane, ma era ora che qualcuno si accorgesse che:
A) esiste una folta comunità indiana immigrata che volentieri andrebbe al cinema a vedere film del Paese d’origine;
B) c’è un bel mucchio di giovani italiani che sono ormai appassionati a Bollywood e non si fanno certo scoraggiare dai sottotitoli in inglese. Se questo “esperimento” del cinema Apollo funzionerà, si darà il via a una programmazione normale….cosa che andrà celebrata, dato che la normalità in Italia fa sempre notizia.

P.S. Per chi sta a Torino: ricordo che al Museo d’Arte Orientale (MAO) prosegue fino all’11 febbraio la rassegna “Bollywood, Bollywood!”.

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A partire dal 1 febbraio, il Museo Popoli e Culture di Milano proporrà un ciclo di quattro incontri dal titolo IRAN: cultura, arte e società nell’altro islam, a cura di Anna Vanzan, iranista e islamologa (foto a destra), autrice di vari studi sulla condizione femminile  e il femminismo in Iran.
Ecco il programma degli incontri (a ingresso libero):

Lunedì 1 febbraio, ore 18.30: Breve storia Eredità  dell’Iran pre islamico e sua diversità rispetto agli altri Paesi dell’area, illustrata attraverso le arti (architettura, miniatura, letteratura, cultura materiale)

Venerdì 12 febbraio, ore 18.30: Iran moderno Società  e cultura pre e post Rivoluzione Islamica

– Giovedì 18 febbraio, ore 18.30: La scena contemporanea I dilemmi di una società fra tradizione e modernismo, visti attraverso diverse espressioni artistiche

– Giovedì 25 febbraio, ore 18.30: L’Iran delle donne. Storia, impegno sociale e realizzazioni artistico-culturali delle donne dell’altopiano

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Sembra passato un secolo, anziché pochissimi anni, da quando il Nepal era l’unica monarchia induista del pianeta,  Sua Maestà era venerato come manifestazione terrena del dio Vishnu e i brahmani lavavano e truccavano le statue della divinità pronunciando poi il nome del re. Oggi il Nepal, emerso a fatica da una sanguinosa guerra civile con i maoisti, sta cambiando a una velocità impensabile (almeno per noi italiani, che viviamo in un Paese dove non cambia quasi mai nulla).

L’ultima novità, commentata con interesse su blog e siti delle comunità gay in Occidente, riguarda la possibilità di celebrare matrimoni omosessuali: diventerà una realtà a partire da maggio, e un’apposita agenzia, la Pink Mountain, organizzerà viaggi di nozze a dorso di elefante e cerimonie ai piedi dell’Himalaya, per coppie gay e lesbiche. Motore dell’iniziativa è un deputato comunista, Sunil Babu Pant (foto a destra) che è anche l’unico membro di un Parlamento asiatico ad essere dichiaratamente gay.

Ne ha dato notizia giorni fa in questo articolo il Daily Telegraph, ed è interessante notare che dietro all’iniziativa non c’è solo la volontà di affermare un diritto civile ma anche una politica volta a promuovere il turismo in un Paese economicamente stremato dagli anni della guerra civile.

Il centro storico di Kathmandu

Oggi il governo di Kathmandu vuole, secondo il deputato Pant, «aumentare per l’anno prossimo il numero dei turisti da 400mila a un milione» attirando almeno il 10% del turismo omosessuale mondiale. Per rimpinguare le disastrate casse statali. A questo scopo si terrà, in febbraio, una conferenza nazionale sulle nuove politiche del turismo. Perché il Nepal torni ad essere quello che era un tempo: una meta privilegiata per i viaggiatori di tutto il mondo.

Maoismo e marketing sembrano sposarsi benissimo, nel nuovo Nepal. Con buona pace della vicina India, dove ci sono ancora dei guru, come Swami Baba Ramdev, che propongono lo yoga come metodo di cura per l’omosessualità.

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