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Archive for febbraio 2010

Magia dei suoni, magia delle lingue. I bambini sono più capaci di noi adulti di apprezzare le sonorità di una lingua – la propria ma anche una straniera – e seguendole imparano parole e concetti  provenienti anche da Paesi lontani. Capita così a Bologna, dove un’istituzione altamente meritoria – la Biblioteca Sala Borsa Ragazzi – propone ai bambini  incontri con le culture “altre”, sessioni di giochi e di letture in cui i bambini, giocando appunto, imparano a familiarizzare con lingue straniere.
Un esempio in corso – con notevole successo – è quello degli appuntamenti con il giapponese, che si rivolgono anche ai più piccoli e che sono divisi in due tipi di sessioni: la prima è «Il mio primo libro in giapponese: letture per bambini da 0 a 3 anni» e la seconda è «Raccontamelo in giapponese: letture dai 3 anni in su». Gli incontri sono tenuti da adulti giapponesi residenti in Italia e il pubblico è misto, essendo costituito sia da bimbi italiani sia da bimbi giapponesi.

Come avvengono gli incontri? Si leggono fiabe e libri illustrati, si cantano filastrocche per imparare i numeri e canzoncine di tipo didattico. E i bambini italiani si divertono in questo primo contatto con la cultura giapponese.

Questi incontri fra gioco e didattica si tengono di mercoledì: i prossimi saranno il 17 marzo, il 21 aprile, il 19 maggio e il 16 giugno. Per altre informazioni basta andare sul sito della Biblioteca Sala Borsa Ragazzi (ragazzisalaborsa@comune.bologna.it) o telefonare al 051.2194411.

P.s. un grazie a Oradistelle, la curatrice del blog Biblioteca Giapponese: è lì che ho scoperto questa interessante iniziativa bolognese. Che mi ha riportato alla mente un bel ricordo: quando i miei due figli, Sibilla e Flavio, erano piccoli, fra i libri di favole che leggevo loro c’era questo (sopra), la storia di un Pollicino giapponese, un minuscolo bambino che diventa un eroico samurai. Probabilmente, lo leggono anche a Bologna…:-)

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A volte il paradiso e l’inferno sono divisi da un confine sottilissimo. E’ ciò che accade in Nepal, per esempio. Qualsiasi viaggiatore occidentale abbia visitato questo Paese himalayano è rimasto colpito dalla straordinaria bellezza delle sue montagne, dalla ricchezza della sua cultura religiosa,  dalla raffinatezza della sua arte, dalla vivacità della sua gente. E ne ha tratto la conclusione che sia una specie di paradiso. Ma in quello stesso luogo c’è anche l’inferno: perché oggi il Nepal è uno dei centri mondiali del traffico clandestino di organi umani verso l’Occidente.

Questi due volti del Nepal sono compresenti in una stimolante mostra fotografica aperta a Roma, dal 26 febbraio al 3 marzo, nello spazio Flexi Caffè Libreria di via Clementina 9. La mostra si intitola Nepal, il paradiso sul tetto del mondo e mixa in modo originale  gli aspetti “paradisiaci” e “infernali” del Paese himalayano: sui 43 pannelli esposti, infatti, le foto raccontano scene di serena vita quotidiana dei nepalesi, ma ad esse fanno da contraltare alcuni paragrafi di uno scottante libro-inchiesta sul traffico d’organi in Nepal.
Autrice delle immagini in mostra  (riprodotte qui) è una fotografa italiana, collaboratrice per Nepal e Tibet del sito Tripadvisor,  che si firma con un nome d’arte anglo-nepalese: Rain Rongpuk. Perché questo pseudonimo? «Perché», spiega, «Rain è la pioggia monsonica che lava via tutto, purifica e dà la vita. Mentre Rongpuk è un villaggio/monastero  a cinquemila metri di quota, dove ho provato una delle più grandi emozioni della mia vita: vedere l’Everest in tutta la sua imponenza».
Le frasi sul traffico di organi invece sono tratte dal libro del giornalista e blogger Alessandro Gilioli.  Nel 2006 Gilioli si trovava (non per la prima volta) in Nepal e proprio da una sua conversazione con Rain Rongpuk nacque l’idea dell’inchiesta, che divenne prima un articolo sul settimanale L’Espresso intitolato «Ho comprato un rene in Nepal» e poi un volume dedicato agli aspetti più nefandi della globalizzazione in quest’angolo di mondo: Premiata Macelleria delle Indie (edito da BUR).

Secondo Rain Rongpuk l’intento di questa mostra fotografica è, naturalmente, anche quello di far scoprire il Nepal: «un luogo meraviglioso, un paese in via di sviluppo che va aiutato ad emergere soprattutto col turismo, e che va portato come esempio per la memorabile accoglienza che il suo popolo offre a chi lo visita e lo vuole vivere». La giustapposizione dei due aspetti – quello meraviglioso della semplice vita nelle valli nepalesi, subito evidente al turista, e quello segreto del vergognoso mercato di carne umana – contribuisce a fare di questa esposizione un evento da non perdere.

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Chi sono i perdenti del mondo? Spesso si tratta di quei “popoli dimenticati” i cui diritti vengono calpestati per i motivi più diversi. Popoli al di fuori della globalizzazione e legati a tradizioni antichissime, come il nomadismo, o al contrario popoli aborigeni stanziali ma dediti al culto animistico della natura. I territori di questi popoli fanno gola alle multinazionali minerarie (e a i governi) che così preparano per loro un futuro letteralmente… “sottoterra”. Cioè in miniera. Voglio farvi due esempi recentissimi.

Un Dongria Kondh (dal sito di Survival)

Il primo esempio riguarda un caso di cui MilleOrienti si è gia occupato qui: è quello dei Dongria Kondh, una tribù aborigena di 8.000 persone che vive nello stato indiano dell’Orissa. Al riguardo, ecco cosa scrive l’associazione Survival International (che tutela i diritti dei popoli aborigeni) in un comunicato del 23 febbraio 2010:

Lo scorso weekend, i Dongria Kondh dell’India hanno celebrato il rito annuale di adorazione sulla cima della loro montagna sacra, che la compagnia Vedanta Resources è determinata a trasformare in una miniera di bauxite a cielo aperto. Centinaia di persone hanno danzato e cantato sulla vetta sacra di Niyamgiri, nello stato di Orissa. Solitamente, a questa celebrazione possono partecipare solo i fedeli ma quest’anno i Dongria Kondh hanno aperto le porte anche ai giornalisti e agli attivisti per dimostrare al mondo esterno l’importanza che la montagna ha per loro….Sono anni che la Vedanta cerca di aprire la miniera nella terra dei Dongria ma la resistenza locale, le sfide giudiziarie e il crescente sdegno internazionale lo hanno sin qui reso impossibile. La Vedanta ha bisogno della miniera per far lavorare la raffineria di alluminio che ha costruito ai piedi delle colline. Il complesso, recentemente condannato anche da Amnesty International, ha lasciato più di cento famiglie senza terra e, come ha riconosciuto anche dalla commissione statale sull’inquinamento, ha inquinato le falde acquifere. (Per leggere tutto il post di Survival, cliccate qui).

Da notare che l’8 febbraio Survival International aveva anche lanciato un appello a James Cameron, il regista del film Avatar, chiedendogli di aiutare la tribù dei Dongria Kondh e gli altri popoli aborigeni del pianeta, la cui storia è incredibilmente simile a quella dei Na’vi di Avatar.

Una gher, abitazione dei nomadi mongoli

Il secondo esempio di “popoli perdenti” condannati alle miniere lo traggo dal bel blog Scienza e Montagna di Jacopo Pasotti e riguarda i nomadi  della Mongolia. In un post intitolato «Il futuro sotterraneo della Mongolia» Jacopo scrive fra l’altro:

Fino ad oggi il governo mongolo aveva cercato di limitare lo sfruttamento delle risorse minerarie del paese, prevalentemente riserve di oro ed uranio. Ma l’economia ristagna, molti mongoli si rifugiano nella capitale Ulan Bator….La soluzione per generare nuove opportunità di lavoro sarebbe, secondo il governo…aprire il paese alle compagnie minerarie. Le quali, l’esperienza insegna, il benessere lo portano a chi già ce l’ha (noi, e probabilmente l’elite mongola che detiene il potere) mentre la vita di chi vi deve lavorare spesso peggiora.  Il nomade rimane una persona con uno stretto legame con il proprio territorio. Indipendente. Lo sfruttamento delle compagnie minerarie ha invece effetti devastanti sulle popolazioni locali. (Per leggere tutto il post di Jacopo, cliccate qui).

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Oggi voglio raccontarvi una giornata italiana normale, ma da un punto di vista particolare: quello della globalizzazione. Dunque, cos’è successo in Italia ieri, 21/02/2010, in questo campo? Ecco quattro “notizie minori”, solo in apparenza scollegate fra loro, che ci aiutano a capire progressi, problemi e contraddizioni della globalizzazione italiana. Vi presento  le notizie “nude e crude”; il mio commento, se volete leggerlo, è in fondo a questo post.

– Prima notizia: ieri ad Ancona gli immigrati del Bangladesh in Italia hanno festeggiato la Giornata Internazionale della Lingua Madre, proclamata dall’Unesco il 21 febbraio 2000 per «promuovere la diversità linguistica e culturale e il multilinguismo». Il significato di questa giornata viene spiegato sul sito del BCII-Istituto Italiano di Cultura Bengalese, un’associazione che riunisce italiani e bangladeshi.

Seconda notizia: ieri a Ferrara è stato trovato agonizzante Said Belamel, marocchino, 25 anni, clandestino, nessun precedente penale. Aveva passato tutta la notte chiedendo aiuto, ma nessuna delle auto che gli sfrecciava vicino si è fermata. La sua agonia è stata ripresa da una telecamera piazzata nelle vicinanze. L’uomo è poi morto in ospedale.

Terza notizia: ieri su Radio Rai 1 alle 18,30 è stata trasmessa una lunga intervista all’attore italiano Vincenzo Bocciarelli, protagonista in India di un film di Bollywood, In love with Kerala, in cui interpreta il ruolo di un pittore italiano in India (a destra, una scena del film). Il caso non è destinato a rimanere isolato: nel programma si è parlato anche di future coproduzioni (già firmate) tra Cinecittà e Bollywood.

– Quarta notizia: ieri sul Corriere della Sera l’illustre politologo Giovanni Sartori si è scagliato, in un editoriale in prima pagina, contro il multiculturalismo e l’immigrazione, con frasi come questa: «nei quartieri conquistati dagli allogeni c’è di tutto, ivi inclusi molti africani e tutti— alla prima rissa— l’un contro l’altro armati». Il professore conclude invitando «i laudatori di un glorioso futuro multietnico e multiculturale» a trasferirsi in via Padova, a Milano, dove di recente è stato ucciso un egiziano e dell’omcidio sono stati accusati due cittadini di santo Domingo. Se volete leggerlo, l’articolo di Sartori è qui.

Il mio commento. Il processo di integrazione – a livello mondiale – di popoli, culture e merci, non può essere combattuto, può essere solo gestito. Sta a noi gestirlo nel modo migliore, cioè con regole chiare e civili e nel rispetto dell’identità di tutti (compresa quella delle persone che Sartori definisce “gli allogeni”). Il multiculturalismo può essere visto come un problema oppure come un’opportunità: sta alla nostra intelligenza coglierne le opportunità di arricchimento culturale ed economico. Quanto a Sartori, fa malinconia constatare il suo declino intellettuale. L’articolo del professore apparso ieri sul Corriere è il quarto in due mesi, una vera e  propria campagna che sta conducendo contro una civile integrazione degli immigrati in Italia. Nei suoi articoli Sartori è incorso anche in grossi strafalcioni culturali, che sono stati denunciati da MilleOrienti prima in questo post, poi in quest’altro post, per concludere poi con questo sberleffo, in cui si faceva il riassunto della vera e propria rivolta scatenata su tanti blog dalle sue parole. Non stupisce che anche nel suo ultimo articolo Sartori compia un errore, citando a sproposito l’omicidio di via Padova – omicidio che le autorità di Pubblica Sicurezza hanno già chiarito essere stato “casuale” e non frutto di una guerra per bande.

Una cosiderazione a parte: il fatto che il Corriere (sepolto da una valanga di mail di protesta e di critiche in Rete) in questi mesi abbia risposto, attraverso Sartori, senza mai citare le fonti delle critiche, è stato uno specchio del ritardo culturale di un medium tradizionale, il Corriere appunto, che non sa ancora fare correttamente i conti con i nuovi media (blog etc.). Un problema che riguarda tutti i media tradizionali in Italia, non certo solo il Corriere.

Infine, a Sartori e a chi la pensa come lui voglio dedicare una video-inchiesta sui cittadini italiani con la pelle più scura degli altri: si intitola «Non solo Balotelli» (con riferimento a Mario Balotelli, giocatore dell’Inter) e l’ha realizzata la brava Silvia Resta per la Tv La7. Per vederla cliccate qui.


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Chissà cosa avrà pensato il famoso Italiano Medio? (Ammesso che esistano, poi, l’Italiano Medio e la Sciura Pina…) Mettetevi nei panni del nostro Italiano Tedio: è sabato sera e lui è lì in pantofole,  stravaccato sul divano in salotto, a guardare il Festival di Sanremo, che è bello perché è sempre un po’ uguale, quando all’improvviso… ti spuntano l’attore Emilio Solfrizzi (foto) adobbato da indiano e un bel po’ di ballerine in sari per fare una Bollywood dance?! E che è ‘sta roba??
Solfrizzi & company erano a Sanremo per presentare la fiction Rai Tutti pazzi per amore/2 e per farlo hanno scelto di mettersi in sintonia con i gusti di tanti giovani italiani: con la Bollywood dance, appunto. E hanno scelto un pezzo che è ormai un classico di Bollywood: shava shava, dal film del 2001 Kabhi Khushi Kabhie Gham, una commedia romantica musicale nel tipico stile dei masala movie (per sapere cosa sono i masala movie, cliccate qui).

La versione di Solfrizzi l’ avete già vista a Sanremo. MilleOrienti vi fa vedere l’originale. E ne vale la pena, visto che nel pezzo ci sono due campioni di fascino e di simpatia di Bollywood come Amitabh Bachchan e Shah Rukh Khan accanto alla deliziosa Kajol.
Cliccate sul video qui sotto
e buon divertimento…

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A più di un anno dall’elezione  a presidente di Asif Ali Zardari, la situazione pakistana appare sempre più drammatica: la democrazia resta fragilissima, la lotta di potere fra autorità politiche e autorità militari condanna il Paese a un’incertezza perenne, l’opposizione di Sharif si indurisce, l’influenza dei gruppi musulmani radicali è ancora forte, e il pressing degli Usa sul Pakistan per spingerlo a combattere il terrorismo ha esiti che definire “ambigui” è poco.

Il presidente pakistano Asif Ali Zardari

La conferma di quest’ultimo aspetto viene dagli esiti delle operazioni in corso. Mentre le truppe americane in Afghanistan proseguono l’offensiva militare, in Pakistan l’Isi, il servizio segreto pakistano, coadiuvato in questo caso  dalla Cia, ha arrestato com’è noto prima il numero due dei talebani, il mullah Abdul Ghani Baradar, e poi “i governatori ombra” dei talebani nella province afgane di Kunduz e Baghlan: i mullah Abdul Salam e Mir Mohammad. Questi arresti sono stati salutati dai media occidentali come grandi successi, ma c’è da chiedersi se lo siano davvero, e se sì, di quale entità. In questo caso il Pakistan ha fatto “gioco di squadra” con l’Occidente oppure ha servito esclusivamente i propri interessi?

Guerriglieri talebani

Secondo alcuni osservatori il mullah Abdul Ghani Baradar (in passato sostenuto proprio dall’Isi pakistano) si era ultimamente “ammorbidito” nei confronti del governo di Kabul, considerato filo-indiano, e il Pakistan non ha mai tollerato (né mai lo farà) un Afghanistan filo-indiano. Dunque, i recenti arresti potrebbero essere visti anche come un avvertimento lanciato ad alcune frange del movimento talebano…
Oltre a ciò, il ministro degli Interni pakistano Rahman Malik ha dichiarato che il Pakistan non intende consegnare agli Usa i dirigenti talebani catturati nelle ultime settimane. Malik ha reso noto che i dirigenti talebani sono ancora sotto interrogatorio e se verrà accertato che non hanno commesso dei reati in Pakistan verranno espulsi dal Paese.
Ecco dunque che il senso di quegli arresti acquisisce tutta un’altra luce…

La giornalista pakistana Ayesha Siddiqa con il suo libro

Per riflettere sulla polveriera-Pakistan si tiene a Roma, lunedì 22 febbraio 2010, alle ore 15, un seminario organizzato da Argo (Analisi e Ricerche Geopolitiche sull’Oriente) e dal Centro Studi Americani. Il seminario, dal titolo «Pakistan: un futuro incerto fra mullah ed esercito» si tiene nella sede del Centro Studi Americani, in via M. Caetani 32 Roma. Il panel dei relatori è di tutto rispetto: Ayesha Siddiqa Agha ( عائشہ صدیقہ آغا), nota giornalista pakistana autrice del volume Military Inc.: Inside Pakistan’s Military Economy; Elisa Giunchi, docente di Storia e istituzioni dei Paesi islamici all’Università degli studi di Milano, e autrice del volume Pakistan. Islam, potere e democratizzazione (di cui MilleOrienti ha già parlato qui); Enrico De Maio, già ambasciatore italiano in Pakistan; Jonathan Paris, Atlantic Council Nonresident Senior Fellow; Federico Carbonari, direttore dell’Associazione Argo.

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Il musicista indiano Sanjay Kansa Banik

Si chiama Donne di carta ed è un’associazione di persone-libro che vanno ovunque – piazze, scuole, biblioteche, case – per leggere i libri che amano. Persone-libro? Sì, come nel romanzo di fantascienza Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, dove i libri erano vietati e perciò bruciati, e le persone-libro li imparavano a memoria per salvare culture altrimenti condannate ad essere cancellate.
Con questo spirito – riproporre elementi culturali minacciati dall’oblìo – le Donne di carta questa volta tengono a battesimo due incontri fra musica e poesia: il primo si terrà domenica 21 febbraio e il secondo domenica 14 marzo, entrambi alle ore 18.00 a Roma, nel cortile rinascimentale in vicolo Savelli 9, sede della GB EditoriA.

Nel primo appuntamento India Iran e Italia fonderanno le loro culture millenarie attraverso le melodie di tre grandi musicisti: l’iraniano Pejman Tadayon, reduce dalla tournée Polvere di Bagdad

Il musicista iraniano Pejman Tadayon

(con Massimo Ranieri e musiche di Mauro Pagani), l’indiano Sanjay Kansa Banik, che ha collaborato con L’Orchestra di Piazza Vittorio e con gli Agricantus e l’italiano Andrea Piccioni, uno dei massimi esponenti dei tamburi a cornice e direttore artistico del Frame Drums Italia.

Nel secondo appuntamento le persone-libro riproporranno, accompagnate dalle splendide sonorità persiane di Pejman Tadayon, il loro omaggio a Forough Farrokhzad, la ribelle poetessa iraniana scomparsa nel 1967 e tutt’oggi venerata come un mito.

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