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Archive for aprile 2010

Si è inaugurata a Verbania la Mostra internazionale di arte contemporanea Tibet di terra e di cielo. Quaranta artisti per la libertà del Tibet. La mostra è organizzata dalla Tibet Culture House Italy in collaborazione con la Campagna di Solidarietà con il Popolo Tibetano e con il contributo della Città di Verbania e della Provincia del Verbano Cusio Ossola; rimarrà aperta fino al 9 maggio (Casa Ceretti, via Roma 42, orario 10-12, 15-18) e il ricavato della vendita di alcune opere sarà devoluto a Tibetan Children Villages, l’organizzaizone benefica che assiste ed educa i piccoli tibetani esuli in India.

Ricordo anche un altro appuntamento interessante a Verbania: quest’oggi 30 aprile, alle ore 20,30 si terrà un incontro su Medicina tibetana: la millenaria arte di curare, con interventi del venerabile Jangchup Sopa, medico tibetano, e di Tamding Choepel, della Tibet Culture House. L’incontro si terrà presso l’Hotel Il Chiostro (via Fratelli Cervi 14, Verbania).

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Il Dalai Lama con Marco Pannella

Piero Verni

Un appuntamento imperdibile per tutti coloro a cui sta a cuore la questione dei diritti civili nel mondo: Radio Radicale ha organizzato per venerdì 30 aprile dalle 17,00 alle 19,00 una conversazione tra il leader radicale Marco Pannella e Piero Verni (giornalista-blogger autore di vari libri sul Tibet e di una biografia autorizzata del Dalai Lama).   Tema: «Tibet, Cina e dintorni».Venerdì 30 la diretta sarà qui.

Consuelo Pintus

Un altro podcast che vale la pena ascoltare riguarda LifegateRadio: la giovane e brillante indianista Consuelo Pintus – specializzatasi in lingua hindi nella prestigiosa scuola di Agra – ha partecipato il 27 aprile al programma Passengers di LifeGate Radio parlando di “Chapati in the darkness”, il suo diario di viaggio – dall’India al Bangla Desh –  che ha vinto un posto all’interno dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve S.Stefano. Si può riascoltare qui la puntata (musica compresa).

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Cineprese da Shanghai si intitola la nuova, interessante iniziativa promossa dall’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano. Si comincia mercoledì 28 aprile 2010 alle ore 21 (ingresso libero) presso il Cineforum del Circolo Familiare di Milano, con una introduzione alla storia del cinema cinese delle origini a cura di Fabio Scarselli, presentato da Alessandra Lavagnino, direttrice dell’Istituto Confucio di Milano.

Scarselli ripercorrerà la storia del cinema cinese dall’agosto del 1896 (data della prima proiezione in Cina) fino alla fondazione della Repubblica popolare, nel 1949. Una storia affascinante e pionieristica, che vede protagonista la città di Shanghai: area di concessioni straniere dove appassionati americani ed europei introdussero la nuova arte in un clima di fermento culturale e sociale. Ecco allora le prime proiezioni nelle case da tè ma anche i tentativi dei governanti di bandirle, la nascita di società di produzione miste e la realizzazione di corti e lungometraggi con troupe e cast cinesi e non solo. Negli anni Trenta, il cinema di Shanghai raggiunge la piena maturità, con pellicole tuttora considerate capolavori del realismo cinese. Le immagini di quella Cina – urbana, borghese, ricca – saranno però rinnegate dal Partito comunista cinese. Così, dal 1949 il cinema inverte la rotta: le pellicole devono rispondere alle esigenze comunicative della nuova leadership. Lavorare nel settore diventa una scelta politica e le ragioni dell’arte devono piegarsi a quelle del governo.

A una delle espressioni più promettenti del cinema cinese di oggi, il documentario indipendente, sono invece dedicate le proiezioni in programma, mercoledì 5 e giovedì 6 maggio, all’interno della quarta edizione di DocuCity, rassegna/festival di documentari internazionali dedicati al tema delle città, realizzata nel Polo di Mediazione Interculturale e Comunicazione dell’Università degli Studi di Milano. La selezione dei documentari cinesi (con sottotitoli in inglese) è a cura della sinologa Silvia Pozzi. Le proiezioni si terranno il 5 e 6 maggio dalle ore 16 alle ore 19 nell’Aula magna presso la sede di Sesto San Giovanni dell’Università Statale (piazza Montanelli 1, MM1 Sesto Marelli). Ingresso libero.

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Che cos’è Nuok? E’ una interessante realtà della Rete italiana dedicata alla città di New York (sopra). Diretto da Alice Avallone, Nuok si definisce «uno strumento online per mettere in contatto l’Italia con quel crocevia incredibile e fantastico che è la città di New York…un portale di informazioni  sempre aggiornate, interviste e notizie dedicato ai giovani italiani – nomadi o stanziali – nella Grande Mela», e anche, con un pizzico di ironia, un «Ufficio Immigrazione Creatività Italiana».
Benché il suo cuore batta per la Grande Mela, per una volta Nuok ha deciso invece di guardare a Oriente e in questa intervista mi chiede i motivi della mia passione per l’Asia, i luoghi comuni più falsi che noi italiani abbiamo sugli orientali, che cosa ne penso della fuga dei cervelli all’estero,  che cosa significa viaggiare e…molto altro. Un confronto est-ovest sui temi della globalizzazione, della diversità di culture, del senso del viaggio. In cui sostengo, fra l’altro, che «Pochi hanno capito, per ora, le potenzialità di un trasferimento a est: in Cina, in India, in Giappone». Buona lettura…

Shanghai by night (da Wikimedia)

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Da oggi al primo maggio, a Udine,  60 pellicole in arrivo da: Cina, Hong Kong, Corea del Sud, Giappone, Thailandia, Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore e Taiwan. 9 giornate di programmazione per la dodicesima edizione del Far East Film Fest, che negli anni si è guadagnato una meritata fama di autorevolezza fra gli appassionati italiani di tutte le maggiori cinematografie asiatiche (tranne quella indiana, cui in Italia è dedicato uno specifico festival a Firenze). Oltre ai film, naturalmente, è prevista una ricca messe di incontri con cineasti asiatici. Dalla Cina: Eva JIN, YANG Qing, YAN Cong. Da Hong Kong:Teddy CHEN, Clement CHENG, Patrick LUNG KONG, PANG Ho-Cheung, Johnnie TO, Chapman TO, Patrick TSE, Derek KWOK, Wilson YIP. Dall’Indonesia: Riri RIZA. Dal Giappone: NAKAMURA Yoshihiro, SAKAKI Hideo. Dalle Filippine: Erik MATTI. Dalla Corea del Sud: JANG Hun, LEE Yong-ju, E. J-yong, LEE Hey-jun. Dalla Thailandia: Nithiwat THARATORN.

Si comincia alle ore 20 di venerdì 23 con la commedia romantica Sophie’s Revenge di Eva Jin (foto sotto) una coproduzione sino-coreana 2009, ma il ricco programma del festival comprende, oltre alle novità, anche un’interessante retrospettiva su una delle più famose case di produzione giapponese, la Shin–Toho. Specializzata in film di genere, producendo noir crime thriller cruciali per la sintassi del cinema popolare nipponico, la Shin–Toho sarà analizzata a Udine attraverso 15 opere mai viste fuori dal Giappone e prodotte a cavallo tra gli Cinquanta e Sessanta. Buona visione a tutti…

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Quando i media parlano di “religioni globali” di solito intendono le più diffuse, cioè il Cristianesimo e l’Islam o, in qualche caso, il Buddhismo. In realtà, nell’elenco andrebbe annoverato anche il Sikhismo, che conta ancora un numero relativamente basso di seguaci (tra i 25 e i 30 milioni) ma diffusi in tutto il pianeta. Le cause di tale diffusione sono due: in primo luogo i flussi migratori che hanno portato i  Sikh dal Panjab ai quattro angoli del mondo, in secondo luogo il piccolo ma crescente movimento di conversioni al Sikhismo fra gli occidentali, i cosidetti White Sikhs, così chiamati dai Sikh indiani sia per la pelle bianca sia perché usano vestire di bianco.
Facciamo dunque un breve giro del mondo con le sikh news di questi ultimi giorni.

ITALIA. Da noi, come in moltissimi altri Paesi, in questi giorni è stata celebrata la principale festività sikh, il Baisakhi (o Vaisakhi), che ricorda la fondazione del Khalsa, la comunità dei battezzati sikh, operata nel 1699 dal decimo e ultimo Guru dei Sikh, Govind Singh. In Italia, la festa più grande si è tenuta a Novellara, in provincia di Reggio Emilia: è qui infatti che si trova il più vasto tempio sikh del nostro Paese, il Gurdwara Singh Sabha (nella foto, un particolare dell’interno). Questo tempio è il secondo per dimensioni in Europa (superato solo dall’antico Gurdwara di Londra, dove risiede un’ampia comunità sikh). Una cronaca delle celebrazioni è qui sulla Gazzetta di Reggio.
Negli stessi giorni a Milano si riunivano molti italiani convertiti al Sikhismo per un seminario con Guru Dev Singh, un messicano diventato maestro di un antico sistema di medicina sikh, il Sat Nam Rasayan, una tecnica curativa legata alla meditazione e al Kundalini Yoga. Proprio il Kundalini Yoga – nella versione aggiornata e insegnata dai White Sikh – è diventato uno strumento importante per la diffusione del Sikhismo in Occidente; in Italia si moltiplicano i corsi di questa disciplina, e mi fa piacere segnalare, a Milano, un’ottima insegnante italiana di yoga, formatasi con Guru Dev Singh: il suo nome sikh è Sangeet Kaur (foto) e il suo sito è Kundalini Flow.

PAKISTAN. Le autorità pakistane hanno vietato ai Sikh indiani l’ingresso a luoghi sacri per i quali non abbiano uno specifico visto consolare: è accaduto a 1400 pellegrini indiani giunti in Pakistan per celebrare il Baisakhispiega il Times of India. Ma perché gli indiani si recavano in Pakistan per celebrare il loro festival religioso? Bisogna ricordare che la terra d’origine del Sikhismo è il Panjab, oggi diviso fra India (dove risiede la netta maggioranza dei Sikh) e Pakistan (dove permangono, fra molte difficoltà, piccole minoranze sikh). I pellegrini si recavano in Pakistan perché lì si trova uno dei luoghi santi del Sikhismo: il villaggio di Nankana Sahib, luogo di nascita di Guru Nanak (a fianco in un dipinto), fondatore del Sikhismo fra il XV e il XVI secolo. La politica restrittiva attuata dalle autorità pakistane nei confronti dei pellegrini sta suscitando ovviamente molte polemiche.

CANADA. In un incontro fra il Primo Ministro indiano Manmohan Singh (foto) e il Primo Ministro canadese Stephen Harper, l’India ha chiesto alle autorità canadesi di sorvegliare con attenzione le attività dei gruppi separatisti sikh residenti in territorio canadese. In Canada vive infatti una larga comunità di origine indiana che comprende fra l’altro circa trecentomila sikh; Manmohan Singh (che è egli stesso un sikh) è convinto che fra essi si nascondano gli ultimi sostenitori di uno Stato sikh separato, il  Khalistan, epigoni di quei guerriglieri protagonisti della guerra civile che insanguinò il Panjab negli anni ’80 e nei primi anni ’90 del secolo scorso. Queste formazioni armate – come il Babbar Khalsa o il Khalistan Commando Force – hanno ormai un seguito del tutto irrilevante in India (come ho potuto verificare io stesso nei miei viaggi in Panjab) ma contano ancora adepti fra i Sikh espatriati, in città canadesi come Toronto e Vancouver e, in Europa, a Londra. I servizi segreti indiani hanno avuto notizia di tentativi di riorganizzazione di questi gruppi armati, che vorrebbero riportare l’orologio della Storia ai sanguinosi anni ’80. Da qui, l’invito alla sorveglianza rivolto alle autorità canadesi.

Per approfondire, cliccate sui post contenuti nella CATEGORIA “SIKH IN OCCIDENTE”.

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Domenica 18 aprile 2010, alle ore 15,30, il Venerabile lama tibetano Ghesce Tenzin Tenphel andrà in galera. Vittima della repressione? No: il monaco tibetano  è atteso da parecchi detenuti del settimo reparto del carcere di Bollate, che nello scorso autunno hanno iniziato un percorso di meditazione e insegnamento di base del buddhismo.

Ghesce Tenzin Tenphel, monaco buddhista tibetano

Ghesce Tenzin Tenphel è  maestro residente dell’Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia, Pisa (di cui abbiamo parlato qui) e i detenuti di Bollate stanno seguendo con lui un progetto chiamato “Liberazione nella prigione”. «Le persone che seguono il gruppo stanno svolgendo un lavoro particolarmente significativo rispetto alla consapevolezza e alla gestione delle emozioni negative, alla pacificazione della mente e alla cura nelle relazioni interpersonali», spiegano da Bollate. Non per caso questo corso di meditazione si svolge a Bollate: questo istituto penitenziario infatti è uno dei meglio gestiti d’Italia, e da tempo persegue pratiche educative di vario genere (per esempio i corsi di fotografia per i detenuti, corsi che poi sfociano in mostre fotografiche allestite presso il Centro San Fedele di Milano).

“Liberazione nella prigione” è il progetto italiano affiliato alla campagna internazionale del “Liberation prison project” fondato nel 1996 e che, al momento, segue circa mille detenuti negli Stati Uniti e in Australia. Dispone di 184 insegnanti che corrispondono con i detenuti o li visitano in carcere, e si avvale di 46 cappellani che collaborano con il progetto. Circa ventimila persone finora hanno beneficiato di questo progetto.

Il carcere di Bollate (Mi)

Se qualcuno fosse interessato a collaborare o a diffondere questo progetto nelle carceri italiane potrà contattare la monaca referente presso l’Istituto Lama Tzong Khapa: si chiama Tiziana Losa, email: ProgettoLiberazioneNellaPrigione@iltk.it

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