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Archive for the ‘AFGHANISTAN’ Category

Emanuele Giordana è un giornalista che da lungo tempo si occupa di Afghanistan, con una competetenza maturata “sul campo”. I lettori di MilleOrienti probabilmente ricordano che ho citato varie volte il suo interessante blog Great Game, dedicato appunto alle questioni afghane. Questa sera alla Libreria Azalai  di Milano Giordana presenterà il suo nuovo libro Diario da Kabul. Appunti da una città sulla linea del fronte (edizioni ObarraO). Che si presenta così: «Il libro non vuole essere un’indagine sui perché della guerra, ma un diario che racconta la situazione e gli eventi di oggi da un’altra angolazione, che consente di osservare afgani e occidentali convivere e sopravvivere in una città da oltre trent’anni sulla linea del fronte. Un punto di vista di forte impatto che affronta e analizza anche la vicenda dei medici di Emergency».
Perché quello che sta accadendo in Afghanistan – come ci ricordano dolorosamente i soldati italiani caduti – riguarda anche tutti noi.

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Si chiamava Fabio Polenghi, aveva 45 anni, era un fotoreporter freelance che seguiva le turbolente vicende politiche in Thailandia. Si trovava, per lavoro, nell’accampamento delle “camicie rosse”, quelle migliaia di contadini e diseredati thailandesi che – a sostegno dell’ex premier Thaksin Shinawatra – si erano asserragliati in un campo vicino a un tempio buddhista nel cuore di Bangkok. Era un giornalista vero, Polenghi, di quelli che lavorano stando “in mezzo ai fatti”. E aveva preso le sue precauzioni: indossava un casco e un giubbotto antiproiettile. Ma questo non l’ha salvato dalla furia omicida dell’esercito thailandese, che di notte ha fatto irruzione nel campo uccidendo lui e altri cinque civili inermi. Ponendo così brutalmente fine alla protesta delle “camicie rosse”.

La morte di Polenghi ha suscitato in me le stesse emozioni di quelle provocate dalla morte di due nostri soldati in Afghanistan: il sergente maggiore Massimiliano Ramadù, 33 anni, e il caporalmaggiore scelto Luigi Pascazio, 25 anni. Uccisi lunedì scorso da una bomba che ha devastato il loro autoblindo su una strada afghana. Le salme dei due alpini sono rientrate oggi in Italia. Mentre lotta per restare in vita la caporale Cristina Buonacucina, ferita nel medesimo attentato.

C’è un tempo per il lutto e un tempo per la riflessione politica.
Verrà il momento per riflettere sulla deriva thailandese, dove un anziano e venerato monarca assiste muto al massacro di una parte del suo popolo, e dove le camicie gialle e le camicie rosse si scontrano in nome di una democrazia sempre più lacerata, sempre più incapace di tutelare i diritti umani e di riconoscere il valore dell’unità nazionale.
Verrà il momento – presto – della riflessione politica anche sull’Afghanistan, dove tutto l’Occidente è disperatamente impegnato nella ricerca di una exit strategy ma si dibatte in un dilemma apparentemente irrisolvibile: dobbiamo andarcene da lì lasciando un Afghanistan capace di governare se stesso, ma in Afghanistan non sembrano esserci forze (non certo l’attuale governo, non certo l’attuale polizia) capaci di controllare il territorio ed evitare una nuova, sanguinosa guerra civile. (Da cui peraltro uscirebbero vittoriosi i talebani. Che forse ne usciranno vincitori IN OGNI CASO…)

Il tempo delle riflessioni politiche urge, ma oggi, per me, è il tempo della tristezza, senza retorica. Sono morte tre persone normali che cercavano di svolgere al meglio i propri lavori,  lavori rischiosi, diversi fra loro ma ugualmente di pubblica utilità. (Perché tutte le volte che la retorica populista oggi imperante parla di “giornalisti venduti” si dimentica quanti giornalisti nel mondo muoiono ogni anno svolgendo il proprio lavoro).
Onoriamo la loro memoria.

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A più di un anno dall’elezione  a presidente di Asif Ali Zardari, la situazione pakistana appare sempre più drammatica: la democrazia resta fragilissima, la lotta di potere fra autorità politiche e autorità militari condanna il Paese a un’incertezza perenne, l’opposizione di Sharif si indurisce, l’influenza dei gruppi musulmani radicali è ancora forte, e il pressing degli Usa sul Pakistan per spingerlo a combattere il terrorismo ha esiti che definire “ambigui” è poco.

Il presidente pakistano Asif Ali Zardari

La conferma di quest’ultimo aspetto viene dagli esiti delle operazioni in corso. Mentre le truppe americane in Afghanistan proseguono l’offensiva militare, in Pakistan l’Isi, il servizio segreto pakistano, coadiuvato in questo caso  dalla Cia, ha arrestato com’è noto prima il numero due dei talebani, il mullah Abdul Ghani Baradar, e poi “i governatori ombra” dei talebani nella province afgane di Kunduz e Baghlan: i mullah Abdul Salam e Mir Mohammad. Questi arresti sono stati salutati dai media occidentali come grandi successi, ma c’è da chiedersi se lo siano davvero, e se sì, di quale entità. In questo caso il Pakistan ha fatto “gioco di squadra” con l’Occidente oppure ha servito esclusivamente i propri interessi?

Guerriglieri talebani

Secondo alcuni osservatori il mullah Abdul Ghani Baradar (in passato sostenuto proprio dall’Isi pakistano) si era ultimamente “ammorbidito” nei confronti del governo di Kabul, considerato filo-indiano, e il Pakistan non ha mai tollerato (né mai lo farà) un Afghanistan filo-indiano. Dunque, i recenti arresti potrebbero essere visti anche come un avvertimento lanciato ad alcune frange del movimento talebano…
Oltre a ciò, il ministro degli Interni pakistano Rahman Malik ha dichiarato che il Pakistan non intende consegnare agli Usa i dirigenti talebani catturati nelle ultime settimane. Malik ha reso noto che i dirigenti talebani sono ancora sotto interrogatorio e se verrà accertato che non hanno commesso dei reati in Pakistan verranno espulsi dal Paese.
Ecco dunque che il senso di quegli arresti acquisisce tutta un’altra luce…

La giornalista pakistana Ayesha Siddiqa con il suo libro

Per riflettere sulla polveriera-Pakistan si tiene a Roma, lunedì 22 febbraio 2010, alle ore 15, un seminario organizzato da Argo (Analisi e Ricerche Geopolitiche sull’Oriente) e dal Centro Studi Americani. Il seminario, dal titolo «Pakistan: un futuro incerto fra mullah ed esercito» si tiene nella sede del Centro Studi Americani, in via M. Caetani 32 Roma. Il panel dei relatori è di tutto rispetto: Ayesha Siddiqa Agha ( عائشہ صدیقہ آغا), nota giornalista pakistana autrice del volume Military Inc.: Inside Pakistan’s Military Economy; Elisa Giunchi, docente di Storia e istituzioni dei Paesi islamici all’Università degli studi di Milano, e autrice del volume Pakistan. Islam, potere e democratizzazione (di cui MilleOrienti ha già parlato qui); Enrico De Maio, già ambasciatore italiano in Pakistan; Jonathan Paris, Atlantic Council Nonresident Senior Fellow; Federico Carbonari, direttore dell’Associazione Argo.

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Il nuovo numero del bimestrale LIMES – Rivista italiana di geopolitica è dedicato quasi completamente a भारत माता:  Bhàrat Màtà, la Madre India.

Nelle circa 250 pagine del dossier “Pianeta India” vengono affrontati  un gran numero di temi: dall’emergere dell’India fra i giganti economici del pianeta all’insorgenza dei guerriglieri maoisti nelle aree tribali; dalle tensioni fra India, Pakistan e Cina (sul Kashmir e non solo) alla posizione dell’India rispetto alla guerra afghana; dalle nuove prospettive dell’industria cinematografica indiana alla storia della dinastia dei Nehru-Gandhi; da quel che farebbe il Mahatma Gandhi se oggi fosse vivo a quel che potrebbe accadere quando l’attuale Dalai Lama morirà….e  tanto altro ancora.

Questa ricca messe di argomenti è stata trattata da specialisti indiani di fama internazionale e da alcuni studiosi e giornalisti italiani fra cui Lucio Caracciolo, Francesca Marino, Enrica Garzilli, Daniela Bezzi, Paola Tavella, Beniamino Natale, Raimondo Bultrini e Marco Restelli di MilleOrienti (autore del saggio «Se dici cinema dici India», sulle grandi prospettive dell’industria cinematografica indiana nella globalizzazione, e gli altrettanto grandi ritardi dell’Italia nel cogliere tutto ciò…)

In futuro pubblicherò qui su MilleOrienti il testo del mio saggio sul cinema indiano che appare ora su LIMES. Cliccando qui sotto potete trovare il sommario completo, i temi e gli autori del dossier Pianeta India. Buona lettura!

(altro…)

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Guerra. Una parola orribile, che significa sangue e tragedie ma anche business, fino ai risvolti più paradossali: in Afghanistan, per esempio, le mine più usate dai talebani contro gli occidentali (italiani compresi) sono italiane, le TC6 che gli americani avevano fornito ai mujaheddin ai tempi dell’invasione sovietica dell’Afghanistan.

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», dice l’articolo 11 della Costituzione Italiana. Ma se vogliamo chiamare le cose con il loro nome, in Afghanistan si sta combattendo una guerra, e l’Italia vi sta partecipando. La missione italiana ha anche la finalità di aiutare la popolazione afghana – con ospedali, scuole, etc – e certamente lo sta facendo. Ma i 21 soldati italiani caduti finora in Afghanistan sono morti combattendo in una guerra, non in una generica “missione umanitaria”. Negarlo sarebbe ipocrisia, sarebbe offendere la loro memoria. E non vogliamo certo farlo. Guerra, quindi: questa parola spaventosa è il primo dato di realtà da cui partire per una riflessione.

Chiediamoci ora: come sta andando questa guerra? La risposta dev’essere altrettanto chiara: otto anni dopo l’11 settembre e l’intervento occidentale in Afghanistan, i talebani controllano l’80% del territorio afghano. Dunque l’Occidente sta perdendo la guerra in Afghanistan. Questo è il secondo dato da considerare.  Una guerra che gli Usa di George W. Bush hanno gestito disastrosamente sia sul piano militare sia su quello politico – comportandosi da occupanti o da potenza coloniale (per esempio occupando il centro di Kabul, come avevano fatto i britannici nell’800) e colpendo troppo spesso la popolazione civile inerme. Questa guerra ora il presidente Obama si trova a gestire, e ci prova sul piano diplomatico cercando di portare dalla propria parte il mondo islamico, Iran anzitutto. Ma sugli esiti della politica americana, e della guerra, c’è molta incertezza: un’antologia dei dubbi e dei timori espressi dai media occidentali (da Newswwek alla BBC al New York Times) si può leggere sul sito afghano Sabawoon, dove si sprecano i paragoni fra l’Afghanistan e il Vietnam.

Le considerazioni svolte finora dovrebbero portarmi a dire: andiamocene. Portiamo via i nostri soldati e lasciamo l’Afghanistan al suo destino. Come hanno chiesto la Lega Nord e varie formazioni della sinistra estrema. E i sondaggi d’opinione – pur sempre da prendere con le molle – affermano che la maggioranza degli italiani la pensa in questo modo.

Eppure….Eppure io sono di avviso contrario. E trovo molto realistiche le considerazioni svolte da Franco Venturini sul Corriere della Sera del 18 settembre. Ne cito qui sotto un passo:
«Più che mai nei momenti tragici come questo, non bisogna avere paura di ripetersi. La presenza militare occidentale in Afghanistan ha una legittimità ben diversa da quella che ebbe in Iraq. Mettere le gambe in spalla prima di aver raggiunto un minimo grado di stabilizzazione del Paese vorrebbe dire darla vinta ai talebani che hanno rivendicato l’ attacco alle Torri Gemelle, gettare olio sul fuoco di tutti gli estremismi anti-occidentali a cominciare da quelli che ricorrono al terrorismo, e far saltare gli equilibri interni nel Pakistan dotato di armi nucleari. La Nato può immaginare una exit strategy, le idee non mancano (la Spagna ha proposto una durata-limite di altri cinque anni), ma per l’ Italia come per altri sarebbe un suicidio politico muoversi da sola e tradire le regole di un impegno comune al massimo livello».

Che si creda o no allo “scontro di civiltà”, la guerra con il terrorismo islamico, con al Qaeda e con il talebani è una guerra che l’Occidente non può permettersi di perdere. Perché il costo politico sarebbe spaventoso, e lo pagherebbero anche le generazioni future.
Questo io penso da uomo di pace che odia ogni retorica guerrafondaia. Lo penso da europeo democratico che vuole, per i propri figli, una società imperfetta, ma libera e laica. Ci sono guerre che devono essere combattute, purtroppo. Come accadde con il nazismo. Accade anche ora.

Aspetto le vostre opinioni, lettori di MilleOrienti. E mi interesseranno moltissimo, anche e sopratutto quelle diverse dalla mia.

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Quale sarà il futuro del Pakistan? Il 25 agosto l’agenzia Reuters  ha dato notizia della conferma talebani pakistaniufficiale della morte del capo dei talebani pakistani, Mehsud, ucciso da un drone volante americano. Al di là della domanda che questa morte solleva (“chi sarà il prossimo capo?”) l’esistenza stessa dei “talebani pakistani” (foto) evidenzia ancora una volta lo strettissimo legame fra Afghanistan e Pakistan, la famosa area strategica AfPak che oggi costituisce una delle culle dell’ideologia islamista. E sui rapporti fra Pakistan e Afghanistan alla luce delle elezioni afgane vale la pena di leggere anche un intervento apparso il 17 agosto su Equilibri.net.

La progressiva islamizzazione dello Stato e della società pakistana costituisce a mio parere il più copertina_9788843047574interessante filone dell’analisi sviluppata da Elisa Giunchi nel suo ottimo libro «Pakistan. Islam, potere e democratizzazione», pubblicato da Carocci (pp. 220, euro 16,50). Giunchi, docente di Storia e istituzioni dei Paesi islamici all’Università Statale di Milano, illustra il lungo processo di islamizzazione del Paese prendendo in esame vari terreni: la scarsa attenzione allo sviluppo economico e sociale del Paese; il dibattito filosofico-politico sui rapporti fra Islam e Stato, e l’influenza esercitata in tale dibattito dal rigorismo wahabita dell’Arabia Saudita; il predominio ideologico esercitato dalle scuole coraniche (madrasa) a fronte della scarsità di risorse per la scuola pubblica, progressivamente islamizzata; la mancata elaborazione di una interpretazione moderna della religione attraverso i mass media e i testi scolastici; i mutamenti nel diritto e nella magistratura e la progressiva “caduta” del senso di laicità dello Stato; il peggioramento della condizione sociale delle donne (cui l’autrice dedica pagine illuminanti); il ruolo predominante giocato dalle Forze armate e dai servizi segreti, che hanno impedito le democratizzazione del Paese; e si potrebbe continuare….

La materia è complessa, ma l’autrice riesce a coniugare nel suo libro profondità di analisi, ricchezza di fonti documentarie e grande chiarezza espositiva (dote rara, quest’ultima, fra gli accademici italiani).

Bhutto_BenazirL’esame di questo processo di islamizzazione attraversa un lungo arco di tempo prendendo in considerazione tutte le tappe principali della storia pakistana: a partire dall’affermarsi dei movimenti islamici nel subcontinente indiano durante l’età coloniale britannica, seguita dalla partition del subcontinente e la nascita del Pakistan, passando poi per le guerre combattute con l’India e la trasformazione del Pakistan Orientale in Bangla Desh, le tensioni fra le varie etnie del Paese, i diversi governi di Ali Bhutto (padre di Benazir), Zia ul-Haq e Pervaiz Musharraf, per giungere infine all’omicidio di Benazir Bhutto (foto) nel dicembre 2007, alla conquista democratica del potere da parte del vedovo Asif Ali Zardari,  nel 2008, e ai precari equilibri politico-militari nell’area AfPak agli inizi del 2009.

L’analisi della società pakistana è condotta peraltro senza dimenticare mai il quadro internazionale, quindi i rapporti del Paese – unica potenza nucleare del mondo musulmano – con l’India, la Cina, gli Usa, l’Afghanistan, al-Qaeda e il movimento dei talebani (movimento che nacque nei primi anni Novanta proprio dal legame fra madrasa pakistane, estremisti afgani, esercito e Isi, i servizi segreti pakistani).

Se una piccola critica si può fare a questo libro brillante, è quella di avere dimenticato di dedicare PAKISTAN CHRISTIANS PROTESTqualche riga in più alla condizione sociale delle minoranze religiose pakistane: hindu, sikh e cristiani, così spesso oggetto di attacchi da parte di fanatici musulmani anche in tempi recentissimi, per la contestata “legge sulla blasfemia” di cui ora i cristiani chiedono l’abolizione attraverso una raccolta di firme (foto). Ma si tratta di una critica che non offusca certo i meriti dell’opera: una sicura autorevolezza, un’attenzione quasi amorosa per i dettagli, e un linguaggio capace di rendere fruibile la materia anche ai non specialisti.

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Il telegenico e inutile presidente afghano Hamid Kharzai – noto come “il sindaco di Kabul” per la sua incapacità di controllare il resto del territorio statale – si prepara febbrilmente alle elezioni presidenziali che si terranno ad agosto. Su questo tema l’Osservatorio Argo ha pubblicato on line a maggio un dossier dal titolo “Afghanistan. Verso le elezioni presidenziali”. Kharzai fa bene a preoccuparsi: in questi anni è riuscito a scontentare tutti, americani, europei, onlus occidentali, Onu, ma italianianche le tribù afghane, i talebani e i pakistani. Intanto, nulla di nuovo dal fronte afghano: uccise da una bomba quattro persone fra cui una bambina di 5 anni, feriti soldati italiani…mentre i talebani continuano a sostenersi con le coltivazioppiooni di oppio (a sinistra). Così, per esempio, si è scoperto che  la banda internazionale di narcotrafficanti italo-albanesi appena smantellata a Perugia dalle Forze dell’ordine si riforniva di eroina direttamente in Afghanistan. Ma naturalmente la questione oppio è solo un tassello di un mosaico in cui rientrano a pieno titolo la guerra combattuta ai talebani in Pakistan, i civili sfollati, la tragedia della valle dello Swat dov’è stata instaurata la shari’a, e sopratuto il pericolo rappresentato da un Pakistan dotato di armi nucleari ma incapace di controllare la guerriglia islamica, cosicché ora i talebani mordono anche la mano che li ha sempre nutriti; il think-tank South Asia Analysis Group sottolinea un fatto emblematico: nei giorni scorsi i talebani  hanno attaccato una sede dei Servizi Segreti Pakistani (ISI) a Lahore.

Per fronteggiare questa crescente instabilità l’Onu ha creato un nuovo gruppo di contatto, l’AfPak, che comprende la Nato, la Cina, l’Iran , la Russia e i Paesi del Golfo Persico. E il presidente ameMinasiricano Obama ha cambiato le priorità di  bilancio del Pentagono rispetto alla (disgraziata e dannosa) era Bush: un  anno fa la Casa Bianca prevedeva 87 miliardi di dollari per l’Iraq e 47 per l’Afghanistan, ora sono 65 per l’Afghanistan e 61 per l’Iraq.

Per saperne di più, e per capire come e perché ciò che accade in Afghanistan riguarda anche il nostro futuro, ecco due libri e un appuntamento (oltre al dossier di Argo già segnalato sopra). I libri sono scritti entrambi da diplomatici italiani con lunghe esperienze in Afghanistan: Nicola Minasi è l’autore di Mille giorni a Kabul (Rubbettino editore, pp. 294, euro 20), mentre l’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo – Segretario generale 2709039delegato dell’Alleanza Atlantica dal 2001 al 2007 – è autore di La strada per Kabul. La comunità internazionale e la crisi in Asia centrale (Edizioni del Mulino, pp. 192, euro 16). Per presentare quest’ultimo libro e per ragionare sulla pericolosa involuzione della situazione afghana l’Ispi-Istituto per gli Studi di Politica Internazionale promuove nella propria sede di Milano (via Clerici 5) il 9 giugno alle ore 18 una tavola rotonda dal titolo: “Afghanistan. Quale posta in gioco per l’Europa?”. Parteciperanno, oltre all’autore del volume, Paolo Magri, Antonio Martino, Carlo Scognamiglio e Vincenzo Nigro.

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