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Archive for the ‘MOSTRE D'ARTE’ Category

L’Università Ca’ Foscari di Venezia è uno degli Atenei italiani più vivaci nel campo degli studi sulle arti visive, in tutte le loro declinazioni. A questo proposito segnaliamo un convegno che si terrà appunto a Ca’ Foscari (Aula Baratto/Auditorium Santa Margherita) il 7 e 8 luglio 2010 e intitolato Far comprendere, far vedere. Cinema, fruizione, multimedialità. Il caso “Russie!”. Il convegno ha origine dalla temperie culturale che circonda la mostra-evento Russie! (in corso a Venezia fino al 25 luglio) dedicata a cent’anni d’arte russa dalle avanguardie fino all’underground degli anni ’90, e intende riflettere sui fertilissimi rapporti fra arte e cinema.

Benché la Russia sia un Paese solitamente non trattato su MilleOrienti, il convegno veneziano merita l’attenzione anche degli orientalisti per varie ragioni:  la doppia identità storico-culturale della Russia stessa, parzialmente europea e parzialmente asiatica;  la qualità degli interventi sugli snodi arte-cinema-multimedialità; la presenza di temi di cinematografia asiatica. Fra i molti citabili, c’è  attesa per l’intervento del grande regista Peter Greenaway su «Cinema e arti visive: un primo bilancio»; Greenaway, lo ricordiamo, è autore fra l’altro di I racconti del cuscino (1996), riduzione cinematografica dell’omonimo classico della letteratura giapponese di Sei Shonagon. Marco Muller, sinologo e Direttore del Settore Cinema della Biennale di Venezia, interverrà su «Il cinema e la sintesi delle arti». Roberta Novielli, docente di storia del cinema giapponese a Ca’ Foscari, parlerà di «Arte, letteratura e cinema nella tradizione giapponese», spaziando da I racconti del cuscino di Greenaway a Cinque donne intorno a Utamaro di Mizoguchi Kenji (1947).
Un tema affascinante, quello del rapporto fra cinema e arte, su cui MilleOrienti ritornerà senz’altro.

Una immagine da «Cinque donne intorno a Utamaro» di Mizoguchi Kenji (1947)


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L’Iran è al centro di mille polemiche, sia per la condanna della sua politica nucleare – appena emessa in sede Onu – sia per la situazione dei diritti umani all’interno del Paese,  situazione in costante peggioramento, come denuncia Human Rights Watch. Forte sarebbe la tentazione di leggere la realtà iraniana in termini assoluti, come il bianco e il nero. Ma il nero assoluto in natura non esiste, così come non esiste il bianco assoluto, e anche la realtà sociale iraniana, per rimanere in questa metafora, va letta come un’ampia gamma di sfumature di grigio. Partendo – con sottile ironia – da questo presupposto la mostra IRAN diVERSO: BLACK OR WHITE? presenta opere – tutte rigorosamente in bianco e nero – di una quindicina di artisti iraniani contemporanei. La mostra rimarrà aperta dal 12 giugno al 12 luglio presso l’Aurum (via D’Avalos) di Pescara.

La mostra, curata da Marcella Russo in collaborazione con Verso Arte Contemporanea  di Torino e Aaran art  gallery di Teheran , propone alcune delle opere già esposte a Torino e  altre realizzate appositamente per questa espozione, tra cui il lavoro di Sara Abbasian, Parastou Forohuar, Barbad Golshiri. Le opere sottolineano la diversità e la complessità di una nazione così ricca di cultura e tradizioni come l’Iran, alla ricerca una giusta collocazione nel mondo contemporaneo. Tutto questo, insieme ad una giovane e vibrante critica della società e del regime, rendono la scena artistica iraniana assolutamente interessante. Come spiega Marcella Russo:

Nessun altro Paese ha conosciuto, in breve volgere di tempo, trasformazioni così radicali, transitando da una decadente monarchia costituzionale ad una rigorosa teocrazia che ha generato laceranti divisioni tra uomini e donne, tra laicità e religione, tra società pre e post-rivoluzionaria. Ad oriente come ad occidente, il velo è divenuto simbolo della trasformazione iraniana: alle donne, che per decenni non hanno indossato il velo, è stato imposto di coprirsi interamente con il chador, ampia tunica di tessuto nero. Per la maggior parte degli osservatori occidentali, è stato il segno dell’oppressione femminile, e nell’un tempo della frattura dalla modernità. Più complessa la tematica in Iran, dove almeno una minoranza delle donne si è riappropriata del velo quale segno di affrancamento dalle contaminazioni delle società consumistiche occidentali. La scelta è stata così  condotta liberandosi dei segni visivi identificativi e dei condizionamenti estetici erroneamente ingenerati intorno all’immagine eterodiretta dell’Iran. L’allestimento è giocato sull’idea della negazione del contrasto, espresso intorno ai due eterni opposti cromatici, il Bianco ed il Nero, anziché sulla gamma cromatica tanto cara alla cd. arte “New Orientalist”, a significare che, al di là della mistificante percezione esterna dei media, la multiforme vitalità e complessità dell’Iran di oggi e della sua espressione artistica non può essere costretta tra i paradigmi stereotipati del bianco e del nero, del giusto o sbagliato, del bene o del male. Le opere in bianco e nero prescelte in Iran Black & White rivelano così l’eredità di una cultura intrisa di tradizione che scende a patti con il mondo contemporaneo. Ricche di allegorie e riferimenti alla pittura persiana classica, tradiscono una attitudine del tutto contemporanea che contribuisce a fare della scena artistica iraniana una delle più animate dell’area mediorientale.

Un’occasione per riflettere, dunque, sulle diverse pulsioni della società iraniana contemporanea, e di come questa non possa essere ridotta agli stereotipi interpretativi troppo spesso in uso in Occidente.

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Si intitola India. I volti del sacro. La donazione di Giacomo Mutti al Museo Nazionale d’Arte Orientale la mostra che rimarrà aperta al MNAOR-G. Tucci di Roma dall’ 8 giugno al 10 ottobre 2010. La curatrice Laura Giuliano (con cui hanno collaborato Giovanna Iacono e Anna Maria Fossa) presenta così l’evento:

«Gli oggetti esposti permettono di operare un confronto continuo tra le opere di provenienza “colta” e quelle di produzione popolare, relazione questa che è alla base dell’evoluzione della civiltà e dell’arte indiana. Inoltre offrono lo spunto per approfondire temi attuali e di grande interesse: l’arte, la religione, la vita di villaggio, la cosmologia e la cosmogonia, il vegetarianesimo e la non-violenza».

Caratteristiche, queste due ultime, della religione che viene presentata nell’ultima sezione della mostra: il Jainismo (o Giainismo), una religione coeva del Buddhismo ma tutt’ora praticata da un’elite (culturale ed economica) in India.

Il percorso espositivo è articolato infatti in tre sezioni: 1) il tempio 2) il villaggio, 3) il Jainismo, religione della nonviolenza.

Il Tempio. Il primo nucleo dell’esposizione, con la ricostruzione evocativa di un percorso templare, è dedicato alla religiosità hindu e alle sue figure divine principali – Shiva, Vishnu e la Devi – ai fenomeni dell’ascesi e del tantra e alla rivisitazione che questo pensiero religioso riceve nell’ambito dell’arte popolare.

Ogni vetrina è destinata ad una particolare divinità del pantheon hindu e comprende tanto immagini di committenza “alta”, quanto raffigurazioni più popolari.

Il Villaggio. Nella sala dedicata all’arte del villaggio sono esposti bronzi e dipinti collegati al mondo rurale e tribale, realtà simili ma non identiche. Qui, accanto alle rappresentazioni connesse al culto di Shiva e alla religiosità della Madre, già incontrate nella sezione precedente, compaiono immagini di divinità locali e raffigurazioni della cultura tribale.

Il Jainismo, religione della nonviolenza.
Il Jainismo (o Giainismo) la religione indiana della nonviolenza che tanto influenzò il Mahatma Gandhi, ha avuto un importante ruolo nella società e nella cultura indiane.
Anche in questo caso opere di provenienza “colta” come i fogli manoscritti dal Kalpasutra (un testo che racconta le vite dei più grandi maestri del Jainismo) ed espressivi dipinti di gusto più immediato sono  esposti gli uni accanto agli altri a dimostrare la complessità e la vivacità della cultura indiana.
Si prenderà spunto da questo ambito per trattare gli argomenti del libro e della scrittura in India e per illustrare i temi del vegetarianesimo e della non-violenza.

Aggiungo che quest’ultima sezione si presenta di particolare interesse perché sono assai rare, in Italia, le occasioni per ammirare l’arte Jainista.

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La prima rassegna mai organizzata di videoarte del Bangladesh. Una novità assoluta per l’Italia e non solo, che si potrà vedere a Roma, dal 10 al 17 maggio  2010 presso il Centro Internazionale d’Arte Contemporanea Sala 1 (Scala Santa/Padri Passionisti, Piazza di Porta S. Giovanni 10,  tel 06-7008691).  La rassegna Videozoom Bangladesh, realizzata con il contributo e il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica del Bangladesh a Roma, è curata dall’artista Tayeba Lipi, co-fondatrice della Britto Arts Trust di Dhaka, fondazione creata nel 2002 e impegnata nell’ambito dell’arte contemporanea, nell’organizzazione di workshops e della Biennale di Arte Asiatica di Dhaka. All’inaugurazione (lunedì, ore 18) interverrà l’artista Mahbubur Rahman, fondatore della Britto Arts Trust, che presenterà i lavori di Videozoom Bangladesh realizzati dagli artisti Promotesh Das Pulak, Tayeba Begum Lipi, Mahbubur Rahman, Molla Sagar, Reaz Hossain e Imran Hossain Piplu.

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L’interesse per le arti – marziali e non – della tradizione giapponese si diffonde sempre più nel nostro Paese, ed è con piacere che noto un moltiplicarsi di manifestazioni, iniziative e festival, non più solo nelle grandi città italiane ma anche in contesti provinciali ricchi di vitalità e di cultura. Un esempio che vi voglio segnalare è Nipponsai 2010, che si tiene domenica 9 maggio nel Castello Pallavicino di Varano De’ Melegari, nella Val Ceno (Parma). La giornata, organizzata da Nausica Opera International, prevede dimostrazioni di calligrafia, di origami e di reiki, cerimonie del tè, danze tradizionali giapponesi, esposizioni di ceramiche, di fotografia, di ikebana e di kimono, degustazioni di cibi giapponesi e incontri di arti marziali come judo, karate, aikido e kendo. Insomma…. Irasshaimasé (cioè, benvenuti gli ospiti!)

La nobile arte della spada giapponese, il Kendo

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Si è inaugurata a Verbania la Mostra internazionale di arte contemporanea Tibet di terra e di cielo. Quaranta artisti per la libertà del Tibet. La mostra è organizzata dalla Tibet Culture House Italy in collaborazione con la Campagna di Solidarietà con il Popolo Tibetano e con il contributo della Città di Verbania e della Provincia del Verbano Cusio Ossola; rimarrà aperta fino al 9 maggio (Casa Ceretti, via Roma 42, orario 10-12, 15-18) e il ricavato della vendita di alcune opere sarà devoluto a Tibetan Children Villages, l’organizzaizone benefica che assiste ed educa i piccoli tibetani esuli in India.

Ricordo anche un altro appuntamento interessante a Verbania: quest’oggi 30 aprile, alle ore 20,30 si terrà un incontro su Medicina tibetana: la millenaria arte di curare, con interventi del venerabile Jangchup Sopa, medico tibetano, e di Tamding Choepel, della Tibet Culture House. L’incontro si terrà presso l’Hotel Il Chiostro (via Fratelli Cervi 14, Verbania).

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Dall’ 11 aprile al 9 maggio 2010 sarà visitabile, presso il Museo Nazionale d’Arte Orientale “G. Tucci” (via Merulana 248, Roma) la mostra fotografica di Fabio Massimo Fioravanti: “Zuiganji. La vita dei monaci Zen”. Una serie di fotografie che illustra la vita e i riti dei monaci Zen della scuola Rinzai nel monastero Zuiganji,  a Matsushima, nell’Honshū settentrionale, da sempre considerato uno dei paesaggi più belli del Giappone.
Fondato nell’828, il monastero passò  alla scuola Zen Rinzai nel periodo di Kamakura (1192-1333); considerato un  capolavoro dell’architettura Momoyama, nel 1953 il monastero venne dichiarato “Tesoro Nazionale del Giappone” dallo Stato giapponese.
Il tempio Zuiganji è da secoli meta di pellegrinaggi, sia per la valenza spirituale che per la bellezza del paesaggio: il famoso poeta di haiku Basho, che vi si recò nel 1689, affermò che non era mai stato così felice nella sua vita come a Matsushima.
Non faccio fatica a crederlo: l’armonia fra natura e meditazione può produrre incanti.
Io non ho mai avuto il piacere di essere ospitato in un monastero Zen Rinzai, ma anni fa mi capitò di sostare a meditare nel Tenryuji, il Monastero del Drago del Cielo, sulle montagne giapponesi a nord di Kyoto. Era annesso al grande complesso templare dello Eiheiji, la più importante città-monastero dello Zen Soto (l’altra grande scuola dello Zen).
Un silenzioso tappeto di neve ricopriva le montagne, le foreste, il monastero, e anche la statua di Basho, eretta nel giardino del monastero a ricordo del suo passaggio. Quando ci alzavamo all’alba, la sala di meditazione era gelida, solo pareti di carta di riso ci separavano dalla neve. Eppure, fu un’esperienza meravigliosa. Un’esperienza di pace.
Ma state tranqulli, cari lettori: non c’è bisogno di andare fino in Giappone, né di affrontare la meditazione in pieno inverno. Se qualcuno fosse interessato a provare l’esperienza di un ritiro in un monastero zen , sappia che in Italia c’è l’autorevole Monastero Soto Zen Fudenji: si trova sulle colline di Salsomaggiore (Parma) ed è diretto dall’abate Fausto Taiten Guareschi, primo europeo ad essere riconosciuto Maestro di Dharma nel lignaggio della scuola Soto Zen.
La mostra fotografica al Museo d’Arte Orientale di Roma potrà servirvi come introduzione a quelle atmosfere. E poi? Poi meditate, gente, meditate…

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