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Archive for the ‘OBAMA E L'ORIENTE’ Category

Non era mai accaduto: un premier giapponese, Hatoyama Yukio, è stato costretto a dimettersi dopo le crescenti proteste della popolazione per la presenza militare americana in Giappone. Alla fine di maggio, dopo un incontro con il presidente americano Obama, Hatoyama aveva dichiarato che «è impossibile» ridislocare la più grande delle basi americane da Okinawa; la violenta polemica che ne è seguita non è l’unica ragione delle sue dimissioni (il Giappone sta uscendo da una lunga fase di recessione economica e di scandali, e ha bisogno di una severa politica fiscale) ma quella è stata certo la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Il nuovo primo ministro giapponese, Kan Naoto (foto a destra),  è stato nominato anche presidente del Partito Democratico, salito al potere l’anno scorso dopo un cinquantennio di quasi esclusivo dominio liberaldemocratico. Kan era vicepremier e ministro delle finanze,  ma nonostante questi importanti incarichi è considerato un outsider rispetto alla “casta” politica giapponese, e non è stato toccato dai recenti scandali che hanno scosso il mondo politico-economico di Tokyo contribuendo alla crescente impopolarità del suo predecessore. Oggi Kan ha 63 anni, è stato attivista per i diritti civili negli anni Settanta, poi fra i fondatori del Partito Democratico nel 1998, ed è amico personale di Romano Prodi, di cui ha condiviso il progetto politico dell’Ulivo.

Le basi militari americane in Giappone. Le maggiori sono sull'isola di Okinawa (a sud). Fonte: USAG-IMCOM

Il primo dossier che il nuovo premier si troverà sul tavolo è proprio quello relativo alle basi americane di Okinawa: l’isola di Okinawa ospita il 75% delle strutture militari americane presenti in Giappone e la metà dei circa 50mila soldati Usa residenti in Giappone. La presenza Usa è giustificata dalle ricorrenti minacce militari da parte della Corea del Nord (ne abbiamo parlato qui) ma sono ormai decenni che la popolazione di Okinawa e i suoi rappresentanti politici chiedono il trasferimento altrove di almeno una parte dei soldati americani. Il trasferimento faceva parte degli impegni presi dal Partito Democratico durante la sua campagna elettorale, e ora ben diffcilmente Kan potrà ignorare la questione.

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Il 14 febbraio inizia l’Anno della Tigre, secondo il calendario cinese. Consulto un vecchio libro di Paula Delsol, Oroscopi cinesi (contenente anche un’utilissima tavola che incrocia i segni zodiacali cinesi con quelli occidentali)  e leggo cosa dice dei nati sotto il segno della Tigre: «Nella Tigre l’amore per il rischio è tale da rasentare l’incoscienza. E’ difficile resistere al suo magnetismo. Il suo prestigio le viene anche da un atteggiamento sinceramente autoritario. Odia ubbidire ma sa comandare. E la si rispetta». Mi chiedo se qualche governante cinese attuale sia dell’anno della Tigre…

Scherzi a parte (per me lo zodiaco è solo un affascinante gioco) in questa vigilia di capodanno cinese si sentono molti ruggiti. Ruggisce la Cina, infuriata per la vendita di armi degli Usa a Taiwan e per l’annunciata visita del Dalai Lama al presidente americano Barack Obama il 16 febbraio. Ruggisce un po’ più piano l’America, già contrariata per la vicenda Google (di cui Milleorienti ha parlato qui), ribadendo due cose: A) Pechino era stata avvertita già in novembre del futuro incontro Obama-Dalai Lama; B) secondo Washington il Tibet fa parte della Cina ma gli Usa sono preoccupati per i diritti umani dei tibetani.

(Per chiarirvi le idee su questa matassa, niente di meglio che mettere a confronto le tesi delle opposte fazioni: potete leggere il commento del China Daily sul peggioramento dei rapporti Usa-Cina,  le proteste cinesi per l’incontro Barack-Dalai Lama, la cronaca dei fatti sul New York Times, quella del Corriere della Sera e il punto di vista di Taiwan sul China Post).

Nel bel mezzo di questa crisi Usa-Cina, è terminato con un nulla di fatto anche il 9° incontro fra gli emissari del Dalai Lama e quelli di Pechino, e la ragione si capisce: Pechino continua a ritenere «il cosidetto Governo Tibetano in Esilio una violazione delle leggi cinesi» e gli emissari del Dalai Lama privi di qualsiasi rappresentatività. E se si delegittimano gli interlocutori, è evidente che qualsiasi sforzo diplomatico è destinato a cadere nel vuoto. Sullo stato del “dialogo” sino-tibetano e le sue prospettive future vi invito a leggere questo post sul blog di Piero Verni Free Tibet.

L’anno della Tigre inizia fra molti ruggiti dunque ma i cinesi in tutto il mondo non rinunciano – giustamente – a festeggiarlo. Lo stesso si prepara a fare la comunità cinese più antica del nostro Paese, quella della Chinatown di Milano. E ancora a Milano, per celebrare il capodanno cinese, si terrà dall’ 8 al 22 febbraio una serie di manifestazioni sulla cultura della Cina classica: teatro, musica, danza, conferenze e incontri su Confucio (foto sopra). Il tutto promosso dall’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano (Il programma completo è sul sito, ma per informazioni tel. 02 50321675, lunedì-venerdì dalle 10 alle 13).
Che il nuovo anno porti prosperità e giustizia a tutti voi, amici di MilleOrienti.

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…significa che gli Usa sono davvero in declino. O almeno che, al di là delle parole di circostanza spese dai politici nei meeting, il peso americano in Asia si va riducendo vistosamente.
Ma prima di spiegare il titolo di questo post, dovuto alla censura di cui è stato vittima Barack Obama a Pechino (come potrete leggere più sotto) va detto che il presidente americano purtroppo ha ottenuto molto poco, dal suo giro asiatico. E ancora meno dalla Cina, dove non è riuscito ad avvicinare Pechino alle posizioni di Washington su nessuna questione: né sulla atomica iraniana, né sulla guerra al terrorismo in Afghanistan e Pakistan, né sui problemi dell’effetto-serra e nemmeno sulla necessità di rivalutare la moneta cinese, il renminbi.
Inoltre, essersi sbilanciato in affermazione del tipo «una Cina prospera e potente è un vantaggio per tutti» non gli ha giovato, e certo sollecita in molti di noi una domanda: quale vantaggio per i tibetani, per gli uiguri, per i dissidenti cinesi in carcere, etc?  (E a proposito del drammatico stallo della questione tibetana, e delle troppe illusioni dell’Occidente sul dialogo con la Cina, invito tutti a leggere il lucido intervento di Piero Verni sul suo blog Free Tibet, che polemizza con un articolo di Francesco Pullia pubblicato su Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani).

Per capire quale sia il peso non solo di Barack Obama ma dell’intero Occidente, di fronte all’ Impero di Mezzo (come la Cina si è sempre considerata, a prescindere dai regimi che l’hanno governata nel corso del tempo) un piccolo fatto è più eloquente di molte parole. Ecco spiegato il titolo di questo post:  il fatto è riportato da Informa, Rivista telematica di giornalismo e comunicazione. Riporto l’articolo per intero, perché ne vale la pena: «La Cina censura Obama. Il presidente americano, per la prima volta in visita nel Paese di Mao, è stato oscurato in tutta la nazione per le sue affermazioni sulla libertà di stampa e contro la censura. Il suo discorso, tenuto davanti a 520 selezionatissimi studenti, al museo delle scienze e della tecnologia di Shangai, non è stato mandato in onda né dalla televisione ufficiale di Pechino né dai siti web cinesi. L’unico ad essere riuscito a diffondere le parole di Obama è stato un blogger locale che, quasi in tempo reale, era riuscito a pubblicare il discorso sul suo sito. Ma in meno di mezz’ora, ventisette minuti per l’esattezza, le efficientissime autorità cinesi preposte al controllo della rete, hanno cancellato il post. “Io sono un grande sostenitore della non censura” sono state le parole di Obama che hanno fatto scattare la censura – per noi negli Stati Uniti il fatto di avere un Internet libero, senza limiti di accesso, è un punto di forza. Per questo penso che la fruizione libera di Internet sia una cosa da incoraggiare”.

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Cari lettori, dal sito del Secolo XIX riprendo lo storico”discorso all’Islam” pronunciato il 4 giugno 2009 dal presidente americano Barack Obama all’Università Al-Azhar del Cairo. Vale la pena di leggerlo integralmente.

«Sono onorato di essere nella città senza tempo del Cairo e di essere ospite di due importanti istituzioni. Per oltre un millennio Al-Azhar è stato un faro per la cultura araba e da più di un secolo l’università del Cairo è stata la fonte dello sviluppo dell’Egitto. Voi, insieme, rappresentate l’armonia tra progresso e tradizione e sono grato della vostra ospitalità, come dell’accoglienza del popolo egiziano. Sono fiero di essere il portavoce della buona volontà del popolo americano e di portare un saluto di pace dalle comunità musulmane del mio paese: assalaamu alaykum.

Le relazioni tra l’Islam e l’Occidente sono fatte di coesistenza e cooperazione, ma anche di conflitto e di guerre di religione; in tempi più recenti la tensione è stata alimentata da un colonialismo che negava i diritti e le opportunità di molti musulmani e da una Guerra Fredda durante la quale i paesi a maggioranza musulmana sono stati spesso trattati come spettatori privi del diritto di parola, senza rispetto per le loro aspirazioni.

La modernizzazione e la globalizzazione, inoltre, hanno portato cambiamenti così radicali da spingere molti musulmani a vedere nell’Occidente un’entità ostile alle tradizioni dell’Islam. Queste tensioni sono state sfruttate da violenti estremisti per strumentalizzare un piccolo, ma potente numero di musulmani.

Gli attacchi dell’11 settembre e i successivi tentativi di violenza contro la popolazione civile ha indotto alcuni Paesi a vedere nell’Islam un nemico irriducibile non solo per gli Usa e le altre nazioni occidentali, ma addirittura per i diritti umani.

Tutto ciò ha alimentato la paura e la sfiducia. Fino a che il nostro rapporto verrà definito solamente in base alle nostre differenze renderemo sempre più potente chi semina odio, invece di pace, chi ricerca i conflitti, invece della cooperazione che è necessaria perché tutti i popoli possano avere giustizia e prosperità.

Per questo motivo deve essere spezzata la catena di sospetti e inimicizia. Sono qui per cercare d’inaugurare una nuova epoca nei rapporti tra Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, un rapporto basato sul mutuo rispetto e su un interesse reciproco, fondato – soprattutto – sull’idea che Usa e Islam non siano incompatibili e non debbano per forza essere in competizione. Si sovrappongono, invece, condividendo principi comuni di giustizia, progresso, tolleranza e dignità per tutti gli esseri umani. (altro…)

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