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Archive for the ‘THAILANDIA’ Category

Sono molto curioso di vedere Uncle Boonmee Who Can Recall His Past Lives, del regista Apichatpong Weerasethakul. Il film thailandese ha vinto il Festival di Cannes 2010 (qui c’è la trama del film) ma in Italia ha avuto anche critiche negative, come questa. Intanto, per farci un’idea, possiamo dare un’occhiata al trailer qui sotto.

Nel ritirare il premio, il regista thailandese ha ricordato il dramma in corso nel suo Paese, dove l’esercito ha sparato sulla folla di manifestanti inermi.
Mi preme però ricordare qui anche un bel gesto compiuto dall’attrice Juliette Binoche al Festival di Cannes. Binoche ha vinto il premio come migliore protagonista femminile per il film Copia conforme del regista iraniano Abbas Kiarostami (il premio all’attore maschile è andato, come si sa, al nostro bravo Elio Germano e a Javier Bardem); ma nella serata di chiusura del Festival Binoche si è presentata con un cartello per ricordare che nelle carceri di Teheran languiva dal 2 marzo per un “reato d’opinione” un altro grande regista iraniano, Jafar Panahi. Brava Binoche! La solidarietà sua e di tanti altri ha prodotto un bellissimo risultato: Panahi è stato rilasciato oggi, su cauzione.

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Si chiamava Fabio Polenghi, aveva 45 anni, era un fotoreporter freelance che seguiva le turbolente vicende politiche in Thailandia. Si trovava, per lavoro, nell’accampamento delle “camicie rosse”, quelle migliaia di contadini e diseredati thailandesi che – a sostegno dell’ex premier Thaksin Shinawatra – si erano asserragliati in un campo vicino a un tempio buddhista nel cuore di Bangkok. Era un giornalista vero, Polenghi, di quelli che lavorano stando “in mezzo ai fatti”. E aveva preso le sue precauzioni: indossava un casco e un giubbotto antiproiettile. Ma questo non l’ha salvato dalla furia omicida dell’esercito thailandese, che di notte ha fatto irruzione nel campo uccidendo lui e altri cinque civili inermi. Ponendo così brutalmente fine alla protesta delle “camicie rosse”.

La morte di Polenghi ha suscitato in me le stesse emozioni di quelle provocate dalla morte di due nostri soldati in Afghanistan: il sergente maggiore Massimiliano Ramadù, 33 anni, e il caporalmaggiore scelto Luigi Pascazio, 25 anni. Uccisi lunedì scorso da una bomba che ha devastato il loro autoblindo su una strada afghana. Le salme dei due alpini sono rientrate oggi in Italia. Mentre lotta per restare in vita la caporale Cristina Buonacucina, ferita nel medesimo attentato.

C’è un tempo per il lutto e un tempo per la riflessione politica.
Verrà il momento per riflettere sulla deriva thailandese, dove un anziano e venerato monarca assiste muto al massacro di una parte del suo popolo, e dove le camicie gialle e le camicie rosse si scontrano in nome di una democrazia sempre più lacerata, sempre più incapace di tutelare i diritti umani e di riconoscere il valore dell’unità nazionale.
Verrà il momento – presto – della riflessione politica anche sull’Afghanistan, dove tutto l’Occidente è disperatamente impegnato nella ricerca di una exit strategy ma si dibatte in un dilemma apparentemente irrisolvibile: dobbiamo andarcene da lì lasciando un Afghanistan capace di governare se stesso, ma in Afghanistan non sembrano esserci forze (non certo l’attuale governo, non certo l’attuale polizia) capaci di controllare il territorio ed evitare una nuova, sanguinosa guerra civile. (Da cui peraltro uscirebbero vittoriosi i talebani. Che forse ne usciranno vincitori IN OGNI CASO…)

Il tempo delle riflessioni politiche urge, ma oggi, per me, è il tempo della tristezza, senza retorica. Sono morte tre persone normali che cercavano di svolgere al meglio i propri lavori,  lavori rischiosi, diversi fra loro ma ugualmente di pubblica utilità. (Perché tutte le volte che la retorica populista oggi imperante parla di “giornalisti venduti” si dimentica quanti giornalisti nel mondo muoiono ogni anno svolgendo il proprio lavoro).
Onoriamo la loro memoria.

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Da oggi al primo maggio, a Udine,  60 pellicole in arrivo da: Cina, Hong Kong, Corea del Sud, Giappone, Thailandia, Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore e Taiwan. 9 giornate di programmazione per la dodicesima edizione del Far East Film Fest, che negli anni si è guadagnato una meritata fama di autorevolezza fra gli appassionati italiani di tutte le maggiori cinematografie asiatiche (tranne quella indiana, cui in Italia è dedicato uno specifico festival a Firenze). Oltre ai film, naturalmente, è prevista una ricca messe di incontri con cineasti asiatici. Dalla Cina: Eva JIN, YANG Qing, YAN Cong. Da Hong Kong:Teddy CHEN, Clement CHENG, Patrick LUNG KONG, PANG Ho-Cheung, Johnnie TO, Chapman TO, Patrick TSE, Derek KWOK, Wilson YIP. Dall’Indonesia: Riri RIZA. Dal Giappone: NAKAMURA Yoshihiro, SAKAKI Hideo. Dalle Filippine: Erik MATTI. Dalla Corea del Sud: JANG Hun, LEE Yong-ju, E. J-yong, LEE Hey-jun. Dalla Thailandia: Nithiwat THARATORN.

Si comincia alle ore 20 di venerdì 23 con la commedia romantica Sophie’s Revenge di Eva Jin (foto sotto) una coproduzione sino-coreana 2009, ma il ricco programma del festival comprende, oltre alle novità, anche un’interessante retrospettiva su una delle più famose case di produzione giapponese, la Shin–Toho. Specializzata in film di genere, producendo noir crime thriller cruciali per la sintassi del cinema popolare nipponico, la Shin–Toho sarà analizzata a Udine attraverso 15 opere mai viste fuori dal Giappone e prodotte a cavallo tra gli Cinquanta e Sessanta. Buona visione a tutti…

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Cari lettori di MilleOrienti, se state leggendo queste righe significa che fate parte di quel 92% dei navigatori italiani che legge regolarmente news online. La crisi dell’editoria cartacea, in Italia e nel mondo,  si sta aggravando rapidamente (negli Usa, per esempio, le vendite dei quotidiani sono in caduta libera); con altrettanta rapidità cambiano i processi di produzione delle news in Rete, con i social network che si trasformano in social media, cioè in piazze di produzione e condivisione delle news. Alcune stimolanti analisi al riguardo  si possono leggere negli atti di un seminario della IAB tenutosi l’8 aprile 2010 nella sede del Sole 24 Ore.
A parte i problemi economici che tutto ciò pone agli editori – i modelli di business dell’editoria cartacea non funzionano più mentre i modelli di business dell’editoria online non funzionano ancora – c’è una questione che ci riguarda tutti più da vicino: quella della qualità dell’informazione. Cioè della sua serietà, attendibilità e indipendenza.
Perché il passaggio delle news dalla carta all’online non implica, di per sè, né un peggioramento né un miglioramento nella produzione delle news. Per capirci: anche tanti webmagazine,  blog e social media sono pieni di notizie non verificate, sciocchzze ed errori. Dunque, il punto non sta nel “supporto” utilizzato per le news, ma nella qualità del lavoro e nella possibilità di realizzarlo.

Il mondo della produzione delle news mi sembra oggi teatro di uno scontro fra due tendenze contrapposte: da una parte la tendenza ad accorpare in poche mani quanti più media possibili; dall’altra, una tendenza alla produzione “orizzontale” e alla socializzazione dell’informazione, che si esprime nei social media, nella blogosfera, ecc.
Non so come andrà a finire il gigantesco processo di trasformazione in corso. Ma so che alla fine la qualità dell’informazione – a prescindere dai media in cui si esprimerà – sarà l’elemento vincente. Perché i lettori non sono stupidi e sanno riconoscerla.
Un esempio di ciò che intendo per “qualità”: molti dei blog “amici” di MilleOrienti non sono tenuti da giornalisti professionisti, eppure danno – o commentano – notizie sull’Asia offrendo contributi che i media tradizionali non sanno offrire.
Un altro esempio di “qualità”: gli articoli (come questo) pubblicati in questi giorni da Repubblica sulla grave crisi politica in corso in Thailandia.

L'ex premier thailandese Thaksin Shinawatra

E’ una situazione in cui si contrappongono le “camicie rosse” dell’ex premier e tycoon dei media Thaksin Shinawatra (detto “il Berlusconi d’Asia”) e le “camicie gialle” seguaci dell’oligarchia politico-economico-militare al potere in Thailandia. E’ una crisi che ha avuto momenti quasi comici (la fuga dei ministri in elicottero) e altri drammatici (la polizia che spara sulla folla); in ogni caso è una crisi di non facile lettura, perché non è uno scontro fra il Bene e il Male e, per esempio,  entrambi gli schieramenti si dicono fedeli alla monarchia e dichiarano che il re sta dalla loro parte. Ma articoli come quello che ho citato aiutano a comprendere una situazione sociopolitica complessa, illustrata con chiarezza e stando “sul campo”, cioè nelle piazze thailandesi e non dietro a una scrivania.
Morale della favola: cari lettori/produttori di news, in futuro non importerà che abbiate o no in tasca il tesserino da giornalista, né per quale tipo di media produciate. Quel che importa è che, quando produrrete news,  vogliate e possiate farlo bene. Cioè con serietà, preparazione e indipendenza. La qualità, ne sono certo, (con)vincerà sempre.

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Film, fotografia, reportage, conferenze: sarà una giornata di eventi dedicati all’Indocina, il 6 marzo. A Milano, presso la Società Umanitaria di Via Daverio, 7  (ingresso da via San Barnaba 48, info 02/5796831) si tiene infatti la rassegna «Luci d’Oriente», curata da Roberto Cossu. Ecco il programma:

16:00 VIETNAM “ Colori e tradizioni delle minoranze etniche del Nord Vietnam”. Servizio fotografico e relazione di Gianni Pasinetti
16:45 LAOS e THAILANDIA
“ Appunti di Viaggio tra Laos e Thailandia”. Servizio fotografico e relazione di Roberto Cossu e Astrid Angehrn
17:30 DEGUSTAZIONE
di raffinati tè orientali, gentilmente offerti da L’essenza del The
18:15 “Luci d’Oriente, il mito di un mondo diverso”
. INCONTRO con Marilia Albanese. Studiosa dell’India e dei Paesi di cultura indiana
19:15 LAOS “Festa di plenilunio a Muang Sing” Filmato inedito di Pino Lovo.

Aggiungo due piccole info:

Donna di etnia Akha, località Muan Sing, Laos

1) Muan Sing (di cui si parla alle 19.15) è un paesotto immerso nel verde del Laos settentrionale.  Nella regione di Muan Sing ci sono molte minoranze etniche laotiane di religione animista; vivono ancora fra montagna e foreste, resistendo alla globalizzazione, legate ai propri costumi e tradizioni. Al mercato di Muan Sing, all’aba, arrivano le donne delle varie tribù, ciascuna nei propri abiti tradizionali, per vendere le proprie merci: è uno dei mercati più affascinanti che abbia mai visto, ovviamente non per ciò che si vende ma per chi lo frequenta. Il Laos settentrionale è una zona del mondo aperta all’eco-turismo responsabile, ma anche minacciata da chi vuole sfruttarne il territorio. MilleOrienti ne ha parlato in questo slideshow.

2) Fra gli “amici di MilleOrienti” (vedere i link a destra) ci sono blog che parlano di Indocina: rimando i lettori  al blog Sudestasiatico e, per chi è interessato in particolare al Vietnam, al blog Doi mat la dam.

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