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Posts Tagged ‘barack obama’

Il 14 febbraio inizia l’Anno della Tigre, secondo il calendario cinese. Consulto un vecchio libro di Paula Delsol, Oroscopi cinesi (contenente anche un’utilissima tavola che incrocia i segni zodiacali cinesi con quelli occidentali)  e leggo cosa dice dei nati sotto il segno della Tigre: «Nella Tigre l’amore per il rischio è tale da rasentare l’incoscienza. E’ difficile resistere al suo magnetismo. Il suo prestigio le viene anche da un atteggiamento sinceramente autoritario. Odia ubbidire ma sa comandare. E la si rispetta». Mi chiedo se qualche governante cinese attuale sia dell’anno della Tigre…

Scherzi a parte (per me lo zodiaco è solo un affascinante gioco) in questa vigilia di capodanno cinese si sentono molti ruggiti. Ruggisce la Cina, infuriata per la vendita di armi degli Usa a Taiwan e per l’annunciata visita del Dalai Lama al presidente americano Barack Obama il 16 febbraio. Ruggisce un po’ più piano l’America, già contrariata per la vicenda Google (di cui Milleorienti ha parlato qui), ribadendo due cose: A) Pechino era stata avvertita già in novembre del futuro incontro Obama-Dalai Lama; B) secondo Washington il Tibet fa parte della Cina ma gli Usa sono preoccupati per i diritti umani dei tibetani.

(Per chiarirvi le idee su questa matassa, niente di meglio che mettere a confronto le tesi delle opposte fazioni: potete leggere il commento del China Daily sul peggioramento dei rapporti Usa-Cina,  le proteste cinesi per l’incontro Barack-Dalai Lama, la cronaca dei fatti sul New York Times, quella del Corriere della Sera e il punto di vista di Taiwan sul China Post).

Nel bel mezzo di questa crisi Usa-Cina, è terminato con un nulla di fatto anche il 9° incontro fra gli emissari del Dalai Lama e quelli di Pechino, e la ragione si capisce: Pechino continua a ritenere «il cosidetto Governo Tibetano in Esilio una violazione delle leggi cinesi» e gli emissari del Dalai Lama privi di qualsiasi rappresentatività. E se si delegittimano gli interlocutori, è evidente che qualsiasi sforzo diplomatico è destinato a cadere nel vuoto. Sullo stato del “dialogo” sino-tibetano e le sue prospettive future vi invito a leggere questo post sul blog di Piero Verni Free Tibet.

L’anno della Tigre inizia fra molti ruggiti dunque ma i cinesi in tutto il mondo non rinunciano – giustamente – a festeggiarlo. Lo stesso si prepara a fare la comunità cinese più antica del nostro Paese, quella della Chinatown di Milano. E ancora a Milano, per celebrare il capodanno cinese, si terrà dall’ 8 al 22 febbraio una serie di manifestazioni sulla cultura della Cina classica: teatro, musica, danza, conferenze e incontri su Confucio (foto sopra). Il tutto promosso dall’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano (Il programma completo è sul sito, ma per informazioni tel. 02 50321675, lunedì-venerdì dalle 10 alle 13).
Che il nuovo anno porti prosperità e giustizia a tutti voi, amici di MilleOrienti.

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iranChe cos’è L’Iran? Per l’Occidente, è anzitutto una sfida culturale e politica. Certo è assurdo liquidare una società e una cultura così ricche e complesse come quelle dell’Iran isolando quel Paese in quanto “regime integralista”. Ogni giorno nuovi temi ci vengono posti sul tappeto (persiano, of course). Pochi esempi: 1) La questione nucleare, materia “sensibile” per l’opinione pubblica nazionalista iraniana,  ma non meno “sensibile” per la sicurezza dello Stato di Israele, sottoposto alle roboanti e intollerabili minacce (solo propagandistiche?) di Ahmadinejad . 2) Il ruolo-chiave che l’Iran può giocare in un’ipotetica risoluzione dei conflitti in Afghanistan e Iraq. 3) La drammatica questione dei diritti umani e politici continuamente violati. 4) Le politiche petrolifere e i legami economici con i Paesi occidentali (Italia in prima fila). E si potrebbe continuare a lungo….

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Il 15 aprile, in un editoriale sul Corriere della Sera (http://www.corriere.it/editorialiimages-11/09_aprile_15/venturini_194fe2e8-297c-11de-8317-00144f02aabc.shtml) Franco Venturini si è chiesto se la “politica della mano tesa” di Barack Obama ad Ahmadinejad non sia un grosso rischio, e ha concluso opportunamente:  “Obama sbaglia, quando tende la mano? No di certo. Ma dobbiamo, questo sì, augurargli moltissima fortuna, perché ne avrà e ne avremo bisogno”.

Sulle prospettive dell’Iran a trent’anni dalla rivoluzione khomeinista – e in vista delle elezioni presidenziali che si terranno il 12 giugno – l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (www.ispionline.it) promuove il 28 aprile alle ore 18 una tavola rotonda nella propria sede di Palazzo Clerici (via Clerici 5, Milano). Interverranno: Riccardo Redaelli (Università Cattolica di Milano e Landau Network-Centro Volta, http://www.centrovolta.it/landau/), Farian Sabahi (www.fariansabahi.com, Università degli Studi di Torino), Anna Vanzan (IULM e Università degli Studi di Milano), Elisa Giunchi (ISPI e Università degli Studi di Milano).

Per chi avesse voglia di approfondire questi temi, un utile contributo alla riflessione può essere fornito dall’ultimo report sull’Iran del RAND, un istituto no profit di ricerche geopolitiche. Il report, intitolato Understanding Iran, è scaricabile da http://www.rand.org/pubs/monographs/2008/RAND_MG771.pdf.

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soldiers1Più soldati e più armi in Afghanistan, per l’immediato futuro. Li invieranno gli Usa, e l’Europa (in minor misura) farà lo stesso. Ma è una strategia con il fiato corto, e il primo a saperlo è il presidente americano Obama che ha fatto una dichiarazione interessante: la crisi afghana “non può essere risolta militarmente”, l’impegno occidentale “non può essere perpetuo” e quindi “occorre una exit strategy”. Obama punta a un maggiore coinvolgimento di Pakistan e Iran nella “lotta al terrore”, a un rafforzamento dell’esercito afghano, a un consolidamento della democrazia….per concludere con la “exit” dall’Afghanistan.

Ma la domanda che mi pongo (e pongo a tutti voi) è questa: chi fornirà una exit strategy alle donne afghane?women-of-afghanistan Come salveranno se stesse oggi, domani e in futuro?

La situazione è nota. 1)  anni di intervento militare occidentale hanno portato a un controllo molto limitato del territorio afghano; 2)  anni di fallimenti nella ricostruzione di una società civile – nonostante gli sforzi delle ONG occidentali, troppo spesso lasciate sole – non hanno migliorato le condizioni di vita delle afghane. Anzi.

Bastano due agghiaccianti fatti della cronaca recente, per illustrare la condizione femminile. Primo esempio: preoccupato di ottenere il consenso della comunità sciita (circa il 10% della popolazione afghana) alle elezioni del 20 agosto, il karzaipresidente afghano Karzai – mediatico ed elegante, ma del tutto inefficace sul piano politico – ha prima firmato una legge che autorizza di fatto lo stupro casalingo, salvo poi fare mezza marcia indietro in seguito alle proteste internazionali, affermando che la legge era stata “male interpretata” dagli occidentali. (Per farsi un’opnione sul governo e le istituzioni afghane si può andare su http://www.afghan-web.com/politics/)

Tutta colpa dei talebani? No. Perché, come nota Emanuele Giordana nel suo blog Great Game (http://emgiordana.blogspot.com/): “questa non è una legge talebana o voluta dai talebani. Ma nessuno è sembrato stupirsi del fatto che i “cattivi” stanno dentro al parlamento dell’Afghanistan, eletti coi voti del popolo nell’istituzione da noi ad hoc creata in laboratorio. Sveglia ragazzi: nel parlamento afgano i talebani ci sono già e i signori della guerra dell’Alleanza del Nord sono spesso addirittura peggio dei sodali di mullah Omar”.

Secondo esempio: la tortura – 34 frustate – a cui è stata sottoposta una donna pakistana ai primi di aprile, flagellata davanti a decine di spettatori maschi. La sua colpa? Si trovava in compagnia di un uomo che non era suo marito. Non è accaduto in Afghanistan, bensì nella confinante valle dello Swat, in Pakistan,  ma la “cultura” che quel gesto di violenza esprime è la stessa dei talebani. Di recente nello Swat  lo Stato pakistano (ormai incapace di mantenere il controllo del proprio territorio) ha di fatto ceduto la propria sovranità sulla regione ai capiclan pashtun, permettendo loro di ristabilire come legge la sharia, il codice islamico, nella sua interezza.

rawa-logo1Si tratta dunque di un gravissimo  problema sociale legato all’interpretazione dell’islam ormai affermatasi in quest’area del mondo, un problema la cui risoluzione richiederebbe una strategia politica (con forti interventi economici e sociali) che non può risolversi in un intervento armato e una exit strategy a breve. Riguardo alla condizione femminile in Afghanistan, la cosa migliore  è lasciare la parola alle afghane stesse. Ecco cosa scrive sul proprio sito l’associazione femminista afghana RAWA http://www.rawa.org/index.php:

“The US “War on terrorism” removed the Taliban regime in October 2001, but it has not removed religious fundamentalism which is the main cause of all our miseries. In fact, by reinstalling the warlords in power in Afghanistan, the US administration is replacing one fundamentalist regime with another. The US government and Mr.Karzai mostly rely on Northern Alliance criminal leaders who are as brutal and misogynist as the Taliban”.

Su tutto questo vorrei che voi, amici di MilleOrienti, vi esprimeste.

Ulteriori materiali di approfondimento e riflessione sulla situazione dell’Afghanistan si trovano su http://www.afgana.org/ che riflette il punto di vista di ricercatori e ONG impegnati in Afghanistan.

Ne riparleremo.

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