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Posts Tagged ‘BIRMANIA/MYANMAR’

Un altro giornalista arrestato in Birmania/Myanmar. Ngwe Soe Lin è stato condannato a 13 anni di carcere. L’accusa: avere fatto un’inchiesta “scomoda” sulle drammatiche condizioni di vita dei bambini rimasti orfani in seguito allo spaventoso ciclone Nargis che devastò la Birmania nel 2008. L’inchiesta di Ngwe Soe Lin  è diventata nel 2009 un documentario, Orphans of Burma’s Cyclone, trasmesso dai canali tv di vari Paesi (fra cui il britannico Channel 4) e premiato con il “Rory Peck award for best documentary”.

Foto aerea del carcere di Insein

Il documentario è stato considerato lesivo della dignità nazionale birmana. Ma il vero problema è che Ngwe Soe Lin è un giornalista di Democratic Voice of Burma, un centro di informazione multimediale sulla Birmania/Myanmar cui fanno riferimento vari gruppi dell’opposizione birmana e che ha sede in Norvegia.
La sentenza di condanna è stata emessa il 27 gennaio 2010 dalla Corte Speciale di Insein –  un carcere tristemente famoso come “ultima residenza conosciuta” di tanti dissidenti birmani –  e segue di poco quella di un’altra giornalista birmana, Hla Hla Win: anch’essa collaboratrice di Democratic Voice of Burma, il 30 dicembre 2009 è stata condannata a 27 anni di carcere.

Se su questa vicenda volete leggere qualcosa  in lingua italiana dovete rivolgervi a un giornale svizzero. Qui c’è l’articolo di Swisscom (che sbaglia solo l’entità della pena comminata a Hla Hla Win).

Tutto ciò si inquadra nella lotta di potere all’interno del regime militare birmano, proprio quando si parla di elezioni politiche da tenersi nel Paese entro la fine del 2010, e di possibile liberazione della leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi (foto a sinistra) naturalmente dopo le elezioni. Ne parla qui l’Agenzia Reuters, ma la notizia non ha avuto conferme ufficiali.

Democratic Voice of Burma sta lanciando, insieme alle organizzazioni internazionali per i diritti umani, una campagna internazionale per la liberazione di tutti i giornalisti detenuti nelle carceri birmane per reati di opinione.

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aung+san+suu+kyi+e+filo+spinatoVenerdì 31 luglio una giuria telecomandata dal regime militare birmano emetterà la sentenza nel processo ad Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione birmana e premio Nobel per la pace, accusata di avere trasgredito le regole degli arresti domiciliari. La leader birmana rischia da tre a cinque anni, e il verdetto sarà molto probabilmente di condanna, perché in questo modo la giunta militare potrà impedirle di partecipare alle elezioni politiche del maggio 2010.

Per evitare questo esito, una settimana fa il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha fatto capire alla giunta birmana che se Aung San Suu Kyi venisse liberata gli Usa sarebbero disponibili ad aprire nuove relazioni con la Indonesia US Clinton AsiaBirmania e a favorire investimenti in questo poverissimo Paese. Sulla posizione di Hillary Clinton si è aperto un dibattito su Birmania Campaign, un interessantissimo blog dedicato ai problemi della Birmania, del suo sottosviluppo e dell’oppressione (sui dissidenti e sulle minoranze etniche) esercitata dal regime militare, uno dei più totalitari del pianeta.

In questo intervento, intitolato “La miopia di Clinton sulla Birmania”, il giornalista/blogger Enzo Reale spiega le ragioni per cui la mossa della Clinton gli pare sbagliata, troppo limitata (perché porterebbe al massimo alla liberazione della leader e non del popolo intero) e tardiva. In quest’altro intervento, intitolato “Birmania, l’idealismo che non cura”, ho ribattuto invece che non possiamo confondere la realtà con i nostaung_san_suu_kyi_buri desideri, e che  nella situazione data – pessima, ma anche l’unica esistente – la proposta di Hillary Clinton è da considerarsi realistica. E che in ogni caso non saranno le sanzioni internazionali, bensì lo sviluppo economico, la chiave per aprire la Birmania al mondo e quindi arrivare alla liberazione del suo popolo e della sua leader.

In attesa di avere notizie sul processo ad Aung San Suu Kyi, il dibattito sulla Birmania è destinato a continuare in molte sedi. Chi volesse conoscere meglio la realtà politica di quel Paese – meraviglioso sotto molti aspetti, ma funestato da un regime oppressivo – può avere aggiornamenti e approfondimenti (oltre che su Birmania Campaign) anche su questi blog e bollettini: Sudestasiatico.com, Burma Campaign UK e Democratic Voice of Burma.

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Tre notizie e un commento per capire cosa sta accadendo in Birmania. E perché questo ci riguarda tutti (blogger compresi).

aung+san+suu+kyi+e+filo+spinato1) Aung San Suu Kyi rischia di morire. Dopo aver passato 13 degli ultimi 19 anni fra il carcere e gli arresti domiciliari, in uno stato di spaventoso isolamento, la 63enne leader della Lega Nazionale per la Democrazia, e Premio Nobel per la pace, è ridotta allo stremo delle forze. Ormai debolissima, viene alimentata e idratata con le flebo. Pare che anche il suo medico di fiducia sia stato arrestato senza spiegazioni.  La risposta della giunta militare birmana – al potere dal golpe del 1988 – è grottesca: invita Aung San ad andare in esilio per curarsi. Cosa che lei, come sempre, rifiuta. La sua condanna agli arresti domiciliari dovrebbe scadere a fine maggio. Ma si teme che i militari vogliano prorogare la condanna. Che per Aung San potrebbe diventare, di fatto, una condanna a morte.

2) Una commissione d’inchiesta Onu per “crimini contro l’umanità”. L’8 maggio, oltre 60 deputati del Parlamento britannico, riuniti in un soldati birmaniGruppo inter-partitico per il ritorno della democrazia in Birmania, hanno chiesto all’Onu di formare una Commissione d’inchiesta sulla giunta militare birmana per “crimini contro l’umanità”, con riferimento alle “pulizie etniche” condotte dall’esercito birmano contro le minorazne etniche – come i Karen – che da decenni lottano per la propria libertà e indipendenza. Secondo Democratic Voice of Burma anche l’uso di bambini-soldati, compiuto dall’esercito birmano, si configura come un “crimine di guerra”.

3) A un anno dal ciclone Nargis, la società birmana è in ginocchio. Il 2 maggio 2008 solidarietà per il ciclone Nargisil ciclone Nargis si abbatteva sulla Birmania uccidendo 140mila persone e devastando varie regioni. Un anno dopo, l’organizzazione umanitaria Medici senza frontiere denuncia che la situazione sanitaria e alimentare del Paese è ancora gravissima e che «il popolo del Myanmar non può permettersi di restare in attesa mentre la comunità internazionale, per rispettare una politica di non intervento, non fornisce assistenza di fondamentale importanza». E come reagisce all’ emergenza sanitaria il governo birmano? Secondo fonti citate dal notiziario Sudestasiatico, spende il 40% del Pil per la Difesa e appena l’1% per la Sanità.

IL COMMENTO DI MILLEORIENTI. Qualche considerazione. E qualche domanda.

A) Il Parlamento britannico, superando le divisioni partitiche, si mobilita per Aung San e la Birmania. Aspettiamo con ansia che il Parlamento italiano faccia lo stesso. E che la “società civile” dimostri di essere civile. L’inviato speciale dell’Unione Europea per la Birmania/Myanmar, Piero Fassino, ha invitato il regime birmano a liberare Aung San e a permetterle di curarsi adeguatamente. Bene, ma non basta. Lunedì 11 maggio si è tenuta una piccola manifestazione di protesta davanti alla sede dell’Ambasciata birmana a Roma. Bene, ma neanche questo basta. A quando un’iniziativa seria del governo italiano?

B) L’Organizzazione Medici Senza Frontiere ha ragione: il mondo non può restare a guardare una emergenza sanitaria spaventosa senza far nulla. Il principio di non ingerenza di fronte alle catastrofi naturali non vale. Perché l’Occidente non fa nulla? Per non contrariare la Cina.

C) Il regime militare birmano sopravvive solo per tutelare gli interessi economici cinesi nella regione. La giusticazione ideologica della giunta militare – il  cosidetto “socialismo monaci birmani in marciabuddhista birmano” – è una colossale fandonia. La cricca militare birmana è socialista quanto la Cina popolare (cioè per nulla) e anche se i generali birmani finanziano qualche tempio buddhista sulla collina sacra di Sagaing, il vero volto del regime si è mostrato reprimendo nel sangue le manifestazioni dei monaci buddhisti del 2007. Nulla di meno buddhista…

D) Anche il Web e la Blogosfera non fanno abbastanza. Secondo una recente ricerca, la Birmania è uno dei peggiori luoghi al mondo per fare il blogger. Non esiste libertà alcuna, e la censura sul web birmano è fortissima. I blogger occidentali non hanno niente da dire al riguardo? E la pagina su Facebook dedicata alla liberazione di Aung San raccoglie meno di 34mila firme. Una miseria, considerando che Facebook raccoglie 200 milioni di utenti in tutto il mondo. MilleOrienti invita tutti a fare pressione sui propri partiti e a firmare la petizione su Facebook, per far sentire ai politici che Aung San non deve morire in questo modo. Perché è un simbolo della libertà di espressione di tutti noi.

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