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Posts Tagged ‘CINA’

«La Via veramente Via non è una via costante». Con questo verso inizia il  Dàodéjīng (o Tao Te Ching, dipende dal sistema usato per traslitterare il cinese 道德經). E’ un libro sorprendente, di grande profondità filosofica e bellezza poetica. E’ la pietra fondativa del Taoismo, e secondo la tradizione fu composto da Laozi (a fianco, una statua a lui dedicata) in un periodo compreso fra il quarto e il terzo secolo a.C. Vi consiglio di leggerlo con il cuore, magari nella versione del Dujvendak, più volte ripubblicata da Adelphi e dagli Oscar Mondadori. E’ uno di quei libri che vale la pena rileggere negli anni della maturità, per trovarvi nuovi significati.

Io lo scoprii quando un professore di liceo mi disse: leggilo e dimmi cosa ne pensi. Avevo sedici anni, e come tutti i sedicenni avevo ben altro a cui pensare. Ma rimasi fulminato da quel libro straordinario. Fu lì che nacque il mio amore per l’Asia, e quindi la mia decisione di iscrivermi alla facoltà di lingue orientali, a Venezia. (Poi divenni un indianista, ma non ho mai smesso di studiare anche le culture degli altri Paesi asiatici).

Perché mi sono permesso questo ricordo personale? Perché la Cina mi suscita emozioni contrastanti: amo la sua grande cultura, la sua storia, il suo popolo, ma trovo esecrabile il suo sistema politico attuale. Non  credo di poter essere definito anticinese se vi dico che trovo molto interessante l’ultimo post di Piero Verni sul suo blog «FreeTibet». Si intitola «Ma dopo le Olimpiadi non dovevano diventare più buoni?» e si riferisce, naturalmente, ai dirigenti politici cinesi. Il post non parla solo di Tibet ma anche della drammatica situazione dei diritti civili e dei laogai (su cui potete documentarvi qui), dei recenti arresti di dissidenti, della questione mongola e della questione uigura. Nel suo post, Piero osa guardare la tigre, cioè la Cina, negli occhi. Il risultato è una durissima polemica, a tratti volutamente provocatoria, non solo verso il regime cinese ma anche verso la passività e l’ignavia dell’Occidente, verso Romano Prodi, il Parlamento Europeo, Barack Obama. Mi piacerebbe discuterne con voi.

Sulla questione degli uiguri (l’etnia abitante il Xinjiang, teatro di violenti scontri nel 2009) vi invito a leggere anche il bellissimo commento di Giorgia, che vive in Cina da dieci anni e che commentando questo post su MilleOrienti illustra, con osservazioni fatte sul campo, le difficili condizioni di vita del popolo uiguro nella Cina attuale.

Dietro le mille luci di Shanghai (a destra) che tanto fanno gola al business occidentale, chi vuol guardare la Cina negli occhi vede una situazione a volte disperante. Eppure una società come quella cinese, con una civiltà di tale grandezza alle spalle, una società che sta vivendo tanti e tali mutamenti (nel costume, nel diritto, nell’organizzazione sociale, in forme di democrazia ancora embrionali eppure in crescita) non potrà restare sempre così ferma sul piano politico, così monoliticamente bloccata dal partito comunista. I tempi del cambiamento saranno lunghi, e certo questo non consola tutti coloro (singoli e popoli) che stanno soffrendo l’oppressione del regime di Pechino, e Piero ha ragione quando dice:

«...Il Muro di Pechino non cadrà da solo. Avrà anche lui bisogno della sua dose di picconate. Forse nel suo caso molto più interne che esterne. Blandire Pechino, sperare nella buona volontà dei suoi dirigenti, tacere sull’aggressività delle sue politiche economiche, sul suo sciovinismo e sulla sua “volontà di potenza”, puntella quel Muro che invece dovrebbe essere abbattuto» .

Vero. Ma io credo  che nonostante tutto la Cina cambierà ancora, su pressione del mondo ma anche grazie alle proprie capacità interne.
Perché?
Perché «La Via veramente Via non è una via costante».

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Om Mani Padme Hum

Om Mani Padme Hum

Si intitola Om Mani Padme Hum, la luce del Tibet la mostra della fotografa Angela Prati che si inaugura martedì 29 settembre alle 18,30 a Milano, presso la Galleria San Fedele (via Hoepli 3/A) con il contributo di KEL 12. L’esposizione, che rimarrà aperta fino al 23 ottobre (dal martedì al sabato, orario: 16-19) è curata dal critico fotografico Gigliola Foschi e da Andrea Dall’Asta S.I.  Durante l’inagurazione del giorno 29/9 avrà luogo, alle 20, un dibattito sulla drammatica situazione tibetana a cui parteciperanno la fotografa Angela Prati, Marco Restelli di MilleOrienti e Davide Magni S.I. redattore della rivista Popoli.

Qui di seguito riportiamo la presentazione alla mostra della curatrice Gigliola Foschi:

Om Mani Padme Hum, ovvero “Salve o Gioiello nel Fiore di Loto”: questa antica e celebre formula sacra -5buddhista viene dai tibetani recitata, incisa nelle rocce, scritta sulle innumerevoli bandierine di preghiera che fremono nel vento per riempire l’aria di benedizioni. Il termine “Gioiello” allude al Bodhisattva Avalokiteshvara (“il Signore che osserva con compassione”) di cui il Dalai Lama è considerato la reincarnazione vivente. Mentre il Fiore di Loto è un simbolo buddhista di purezza ed elevazione spirituale, perché sboccia luminoso malgrado affondi le sue radici nel fango degli stagni. Già il titolo scelto per questa mostra da Angela Prati (nota fotografa specializzata in reportage geografici) ci fa dunque comprendere come le sue immagini – frutto di numerosi viaggi in Tibet e nei paesi vicini che ospitano i rifugiati tibetani – vogliano essere un omaggio alla tenacia con cui il popolo del “tetto del mondo” mantiene viva la propria cultura e spiritualità, nonostante la dura occupazione cinese.

-4Dal 1950, infatti, la Cina sta perpetrando in Tibet quello che il Dalai Lama ha definito un “genocidio culturale”. Se durante la famigerata Rivoluzione Culturale (1966-1976), le Guardie Rosse scatenate dal presidente Mao devastarono 6000 monasteri, oggi Pechino non si limita a dure campagne repressive e di “rieducazione”: grazie al trasferimento massiccio e ininterrotto di coloni cinesi, cui si aggiunge un controllo delle nascite fatto di sterilizzazioni forzate e aborti, sta infatti progressivamente riducendo i tibetani a una minoranza senza diritti nella  propria patria. L’autrice, posta di fronte a tale drammatica situazione, più che indagare gli effetti devastanti del regime cinese, ha però preferito mostrare il fascino della spiritualità tibetana: in questo modo ci fa capire che la cultura di questo tormentato Paese è talmente ricca, complessa e affascinante, da costituire un vero e proprio patrimonio dell’umanità, un tesoro universale che tutti noi siamo chiamati  a difendere.

Divisa in quattro sezioni, la mostra si apre con le suggestive immagini di paesaggi solitari e monasteri, che Angela Prati  ha realizzato nel 1991 in Tibet,  seguendo il percorso compiuto dal grande orientalista ed esploratore Giuseppe Tucci negli anni Trenta. Nella seconda sezione, le sue fotografie  raccontano la protesta dei tibetani nei confronti delle autorità cinesi che permettono la cattura di animali rari e selvaggi per la preparazione di quelle medicine tradizionali di cui sono grandi consumatori. Una protesta – come mostrano le precise e intense immagini di Angela Prati – rigorosamente pacifica e altamente simbolica: donne e uomini si privano infatti dei loro decori di pelliccia in nome della compassione per tutti gli essere viventi, e li bruciano in un grande falò.-3

La terza sezione offre l’occasione di ammirare appieno la fastosità e il tripudio di colori della grandiosa “Festa della Preghiera” (nel Monastero di Geerdeng, ad Aba), con danze mistiche e raduni di fedeli che bruciano incensi e rami di cedro fino ad avvolgere ogni cosa in una densa nebbia profumata, mentre sfilano cavalieri riccamente addobbati e  monaci dai “berretti gialli” (appartenenti all’ordine dei “Virtuosi”, cui fa capo il Dalai Lama). La quarta sezione è invece dedicata ai rifugiati tibetani nel Ladakh (India). Molti di loro, nati e cresciuti in esilio, possono solo vagheggiare una madrepatria che giace irraggiungibile al di là delle vette innevate.  Ancora per quanto saranno  costretti a sognare Lhasa senza potere mai visitare il grandioso palazzo del Potala, dove risiedevano i Dalai Lama?

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156 morti (“ufficiali”….), 1103 feriti, 1500 arrestati: questo è il bilancio provvisorio delle proteste di piazza degli uiguri, i musulmani turcofoni del Xinjiang, schiacciati nel sangue dalla polizia cinese da domenica 5 luglio. E di chi è la colpa? Della “complottista” Rebiya Kadeer, naturalmente. E’ lei, la leader in esilio (negli Usa) della dissidenza uigura, la responsabile di tutto…Almeno, questa è la versione dei fatti che si legge sul quotidiano della Repubblica Popolare China Daily, che sottolinea: «l’obiettivo più importante per la Cina è la stabilità». Parola del presidente Hu Jintao, che per seguire la situazione in Xinjiang ha abbandonato – con un gesto clamoroso – il vertice del G8. E se poi alla stabilità si deve sacrificare tutto –  vite umane, diritti umani – pazienza. Gli uiguri del Xinjiang chiedono autonomia e rispetto della propria identità: sono etnicamente diversi dagli Han (l’etnia largamente maggioritaria in Cina) e sul piano religioso seguono un islam che non ha niente a che fare – per ora – con il fondamentalismo e il radicalismo. Ma in Cina la parola d’ordine è una sola: ordine, appunto. E pena di morte per i “rivoltosi”….
L’ossessione cinese per l’ordine (che l’ideologia del regime esprime più graziosamente nell’ideale della “società armoniosa”)  a volte finisce per avere risvolti grotteschi, come nel caso del video sulla città di Urumqi (teatro degli scontri) presentato dalla Beijing Review e intitolato «Urumqi Citizens Support Traffic Control».
Lasciando perdere la paradossale retorica del regime, rimando chi voglia un’analisi seria della situazione in Xinjiang e della questione uigura al blog del mio amico Piero Verni che fa un quadro storico, sociale e politico della situazione, esaminandone vari retroscena.
Un’ultima annotazione: in un editoriale del Corriere della Sera del 9 luglio, Franco Venturini conclude con una considerazione sui Signori della Terra riuniti nel G8 all’Aquila: «Sui 160 ammazzati dello Xinjiang non era il caso di dire una parola? Dimenticavo, anche se è partito, Hu Jintao pesa». Bravo Venturini!

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Ancora sangue in Cina. La regione cinese del Xinjiang (nota anche come Turkestan _Rebiya_Kadeer.jpg_largeorientale) è abitata dalla minoranza etnica uigura di religione islamica, che da molti anni costituisce quasi un “secondo Tibet” agli occhi di Pechino. Dal Xinjiang oggi giungono notizie di manifestazioni di piazza represse con violenza: il primo bilancio provvisorio è di 3 morti, 20 feriti e centinaia di arresti. La leader del popolo uiguro, Rebiya Kadeer (a destra), oggi costretta all’esilio negli Usa, si batte da sempre con gli strumenti della nonviolenza per ottenere da Pechino autonomia e rispetto per la cultura uigura. Un’intervista a questa grande donna, realizzata il 5 maggio di quest’anno dall’Unità, si può leggere sul sito di Emma Bonino, che da anni appoggia le rivendicazioni del popolo uiguro.

una foto in mostra a trentoI  fatti di sangue del Xinjiang riportano per l’ennesima volta alla luce la tragica situazione dei diritti umani in Cina. A questo proposito vogliamo segnalare un’interessante serie di eventi che si svolgerà a Trento dal 16 al 23 luglio. In via Calepina 1, presso la Sala della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto,  si terrà la mostra fotografica itinerante: «Diritti umani: quali? Realtà dei diritti umani e spunti per la loro applicazione» (a sinistra, una foto esposta) cui seguiranno alcuni filmati sulla situazione dei diritti umani. Verrà analizzata anche la situazione dei laogai, i campi di concentramento (a  destra) tuttora molto diffusi in Cina.un laogai cinese

Il 16 luglio alle ore 18 si svolgerà a Trento la prima di una serie di tavole rotonde cui parteciperanno: Toni Brandi, presidente della Laogai Research Foundation Italia, Gunther Cologna e Luciano Michelozzi, consiglieri dell’Associazione Italia-Tibet, Michele Nardelli, presidente del Forum per la Pace e i Diritti Umani, Ghesce Lodoe Ghyatso, Lama tibetano in esilio, e Gianni Festini Brosa, Presidente dell’Associazione Samten Choling Onlus. Durante la settimana della mostra 6 monaci tibetani eseguiranno un mandala di sabbia (che alla fine verrà distrutto, a significare l’impermanenza e il non-attaccamento alle cose). Il 17 luglio si terrà un dibattito dal titolo «Tibet: passato, presente e futuro», e  il 23 luglio verrà presentato il libro della Laogai Research Foundation: «La strage degli innocenti. La politica del figlio unico in Cina».

Infine, agli amanti della cultura tibetana vale la pena di ricordare un’altra mostra fotografica, questa volta a Roma. Di tema non politico in sè, è però culturalmente importante perché dedicata alla sopravvivenza di un’importante tradizione spirituale tibetana: il bön. Dall’8 al 31 luglio 2009 si terrà alla sala Santa Rita di Roma «CHÖD. Il sacrificio di sè. Il pellegrinaggio sacro nella tradizione spirituale prebuddhista tibetana», un evento espositivo multimediale curato dall’etnologo Martino Nicoletti, che vuole illustrare le  forme contemporanee di una spiritualità precedente l’introduzione del buddhismo in Tibet.

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Tienanmen

20 anni fa un ragazzo solo, “armato” di un sacchetto della spesa, si piantò in mezzo alla strada, in piedi davanti a una fila di carri armati, per bloccarli. E per un po’ ci riuscì. 20 anni fa, decine di migliaia di studenti cinesi occuparono piazza Tienanmen – la piazza più grande di Pechino e dell’Asia, sovrastata dal ritratto di Mao Zedong – per chiedere democrazia e libertà, finché  i carri armati e l’esercito del loro stesso popolo li spazzarono via. 20 anni fa, il sogno di democrazia di una generazione di cinesi fu soffocato nel sangue. E chi non morì finì in prigione o nei campi di concentramento, i laogai.

20 anni dopo, Amnesty International denuncia le persecuzioni contro gli attivisti democratici che vogliono rompere la cappa del silenzio, per ricordare alla Cina il significato di quella grande occasione perduta. 20 anni dopo,  Human Rights Watch presenta un video con le immagini di quei giorni, perché anche i giovani di tutto il mondo possano vedere e capire cosa accadde a piazza Tienanmen, la piazza che da quella notte – fra il 3 e il 4 giugno 1989 –  non fu più la stessa. 20 anni dopo, la Cina del boom economico rinnega se stessa cancellando la propria storia e chi cerca di raccontarla: il governo cinese ha bloccato decine di blog e di siti, compresi Twitter e Flickr,  ostacolato una troupe della BBC e oscurato i siti di molti giornali occidentali, mentre sulla stampa cinese il ventesimo anniversario di Tienanmen semplicemente non esiste.
20 anni dopo, però, nella Cina dello sviluppo “selvaggio” crescono gli squilibri sociali e regionali, ma sopratutto restano irrisolte alcune fastidiose questioni secondarie: la mancanza di democrazia, i diritti umani calpestati, i prigionieri politici negli oltre 1400 laogai (fonte: Laogai Research Foundation – Italia). E l’occupazione del Tibet.

Per ragionare su “Questione tibetana e campi
di concentramento in Cina” si terrà lunedì laogai
8 giugno alle ore 21 a Verbania una tavola rotonda
(presso l’Hotel Il Chiostro) alla quale parteciperanno: Claudio Tecchio dell’Ufficio Internazionale Cisl Piemonte e coordinatore della Campagna di solidarietà con il popolo tibetano;  Francesca Romana Poleggi della sezione italiana della Laogai Research Foundation; Paolo Ferrante autore del libro Laogai, Tamding Choepel della Tibet Culture House e il Ven. Lama Jangchup Sopa medico tibetano in esilio.

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kimjongilAl Carissimo Leader Kim Jong-il piace una variante del poker: il poker nucleare. Lo dimostrano i continui rilanci di missili che il regime comunista nordcoreano  fa su quel  nervoso tavolo da gioco che è il nostro pianeta.  Il Carissimo Leader (questo è il titolo ufficiale)  ha lanciato ieri una nuova carta, con la quale salgono a 6 i missili tirati dalla Corea del Nord. A questi si aggiungono gli esperimenti nucleari sotterranei condotti dal regime nordcoreano, condannati dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dagli Usa, dalla Russia, dalla Cina, dal Giappone, dalla Corea del Sud e dall’Unione Europea.  Il regime nordcoreano è riuscito a compattare contro di sè questo enorme fronte di Paesi compiendo una strabiliante serie di errori. Per citare solo gli ultimi:

1) ha contrariato la Cina (fino a oggi preziosa alleata) ignorando le richieste di Pechino di non destabilizzare l’area, e mostrando di ignorarla le ha tolto quel ruolo di mediatore fra Pyongyang e il mondo che Pechino si era data e che le era prezioso sul piano internazionale. Così, ormai convinta che Pyongyang sia una scheggia impazzita, e in attesa di tornare a giocare un ruolo da protagonista su questo scacchiere, a Pechino non è restato che adeguarsi alla politica di sanzioni decisa dalla comunità internazionale, e l’agenzia cinese Xin Hua saluta con malcelata soddisfazione l’adesione di di Seul alla Proliferation Security Initiative.
2) ha irritato la Russia – che un tempo si opponeva a sanzioni contro la Nord Corea – non missile_nuclearepreavvertendola del lancio dei missili.
3) ha preoccupato il Giappone (che è nel raggio d’azione dei missili nordcoreani) spingendolo a un gesto senza precedenti nella storia recente: Tokyo ha chiesto a Pechino di fare pressioni. Dati i rapporti storicamente difficili fra i due colossi asiatici, la risposta interlocutoria di Pechino è già una novità significativa, e uno scacco per Pyongyang. Tokyo è incerta sul modo migliore di rispondere alle provocazioni nordcoreane – sottolinea il Japan Times – ma intanto invoca nuove e più dure sanzioni economiche contro Pyongyang.
4) Ha spaventato, naturalmente, la Corea del Sud, che anni fa aveva lanciato la Sunshine policy verso i cugini del nord, una politica di distensione che ora è stata seppellita. La Corea del Sud ha così deciso di aderire alla Proliferation Security Initiative, il piano a guida americana che in quest’area del mondo mira a bloccare il trasferimento di armi e tecnologia “dalla e alla” Corea del Nord.
5) Ha costretto quindi l’America a spostare attenzione e risorse su un fronte che Barack Obama considerava secondario, rispetto ad Afghanistan, Pakistan e Iran. Così gli Usa si sono impegnati a difendere il Giappone e la Corea del Sud da eventuali attacchi.

Questi disastrosi effetti potrebbero portare Pyongyang a rivedere la propriasoldati nord coreani politica? Per ora non sembra affatto. Pyongyang ha già annunciato “immediate risposte militari” nel caso la Corea del sud o altri Paesi dell’area decidano – sulla base della Proliferation Security Initiative – di fermare e ispezionare navi nordcoreane, alla ricerca di armi o tecnologia vietata. In più, il regime comunista ha dichiarato di non sentirsi più legato all’armistizio del 1953 (ricordiamo che un vero trattato di pace non è mai stato firmato dalla fine della guerra di Corea). Dunque, l’ennesimo rilancio al poker del Carissimo Leader. Ma perché lo fa? Cosa spera di ottenere? Risposta: danaro e credito politico. La minaccia militar-nucleare è l’unica merce di scambio fra il regime nordcoreano e il resto del mondo.

Consideriamo infatti l’attuale situazione interna alla Corea del Nord:
1)
Il Paese è alla fame. La sua economia è allo stremo ormai da vent’anni.
2)
L’unica industria funzionante è quella militare. E in un Paese di 22 milioni di abitanti, ci sono ben 1,2 milioni di soldati. Il quarto esercito del mondo.
3)
Kim Jong-il, il Carissimo Leader, è da tempo molto malato, e medita di lasciare il potere a uno dei suoi figli, ma ha bisogno di garantirgli l’appoggio dell’unico apparato efficiente del Paese, quello militare.
4)
Sta per arrivare nell’area il mediatore americano Stephen Bosworth, cui il regime nordcoreano potrà avanzare una richiesta non nuova: soldi in cambio di pace e stabilità. Non è affatto detto, però, che questa volta il Carissimo Leader abbia giocato bene le sue carte, perché la Corea del Nord non è mai stata debole e isolata come oggi…

MIO INTERVENTO SULLA COREA DEL  NORD A RADIO CITTA’ FUTURA

Ordine bipolareInfine, per sapere e capire di più sulla Corea del Nord e sulla sua “cugina” del Sud, MilleOrienti consiglia un libro e un blog.
Il libro
è un saggio dello storico e  politologo sudcoreano Hyung Gu Lynn: Ordine bipolare. Le due Coree dal 1989, (EDT, pp. 272, euro 18). Analizza la storia, la cultura, la politica e la società dei due Paesi “cugini”. L’autore si mostra scettico sulla possibilità di una riunificazione a breve termine fra le due Coree, ma anche sulla effettiva pericolosità dell’aggressiva politica nordcoreana, dal momento che il Paese ha e avrà sempre più bisogno degli investimenti sudcoreani, giapponesi e cinesi per poter sopravvivere. Hyun Gu Lynn non dimentica però di sottolineare anche la gravità di due emergenze umanitarie troppo spesso dimenticate: quella dei profughi nordcoreani in Cina, esuli in condizioni disperate, e quella dei diritti umani totalmente cancellati nella Corea del Nord.

Il blog che consigliamo non si rivolge invece ai politologi quanto a tutti coloro che più semplicemente vogliano conoscere e apprezzare qualcosa della cultura, della società, dei costumi e delle tradizioni delle due Coree: si chiama Il Paese del Calmo mattino ed è curato da un esperto di lingua e cultura coreana.

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Si sono accessi i riflettori sulla Fiera del libro di Torino, in corso fino al 18 maggio. Le star della letteratura presenti sono numerose, e fra loro diversi autori legati in vario modo all’Asia, come  l’angloindiano Salman Rushdie, il cinese Yu Hua e il Nobel turco Orhan Pamuk. Milleorienti però preferisce non occuparsi delle star e dare invece ai propri lettori qualche sommesso consiglio su libri e autori molto meno noti ma forse non meno interessanti… Vi proponiamo perciò quattro brevi schede di libri che secondo noi valgono la pena.

CINA/ Fae Myenne Ng: Il regno fiorito. Editore Neri Pozza, pp. 256, euro 16,50.
Il_regno_fiorito In questo romanzo Fae Myenne Ng dà voce alle proprie radici: americana nata San Francisco da una famiglia cinese, racconta una storia di amore e di spaesamento culturale, di passioni censurate dalla morale confuciana e di difficoltà di integrazione sociale; le difficoltà sperimentate da tanti cinesi emigrati negli Usa, stranieri in terra straniera. Un romanzo il cui protagonista si vive sempre sospeso fra due mondi – la Cina e gli Usa – divisi in tutto, anche nella grammatica delle emozioni amorose.  Il bellissimo incipit del libro è illuminante sia sul contenuto sia sullo stile di scrittura: «La donna che amavo non era innamorata di me; la donna che ho sposato non era mia moglie. Ilin Cheung era mia moglie sulla carta. Infatti, apparteneva a Yi-Tung Szeto. Anch’io gli appartenevo, perché ero indebitato con lui. Lui era mio padre, sempre sulla carta». Non a caso il New York Times ha definito Fae Myenne Ng «la scrittrice più dotata di talento poetico dell’odierna letteratura sino-americana».

INDIA/ Matilde Adduci: L’india contemporanea. Dall’indipendenza all’era della globalizzazione. Editore Carocci, pp. 138, euro 15,50.
libro Matilde AdduciLe elezioni politiche in corso in India – di cui fra pochissimo conosceremo i risultati – attireranno le analisi più o meno documentate di tanti giornalisti. Ma quanti fra i nostri commentatori conoscono davvero la realtà economica e sociale dell’India? Questo libro può essere un utile strumento per capire una realtà che i media italiani rappresentano quasi sempre solo in base a vecchi luoghi comuni. Adduci, ricercatrice dell’università di Torino e membro del think-tank Asia Maior, analizza l’affermazione del progetto politico neoliberista in India  a partire dagli anni Ottanta, le principali implicazioni sociali delle riforme liberiste e la creazione di nuove sacche di povertà ed esclusione ai margini della Shining India; quell’India che ha fatto parlare di sè in tutto il mondo a causa di un boom economico tanto tumultuoso quanto ineguale nelle proprie ricadute sociali. E’ interessante che nel suo studio Adduci sottolinei le linee di continuità fra i governi del Congress Party e quelli del BJP, il partito dei nazionalisti hindu. Anche se l’analisi di Adduci non è sempre condivisibile – c’è una sottovalutazione del ruolo dell’elemento religioso nelle dinamiche sociali – il libro si presenta comunque documentato e stimolante. Per i tuttologi di moda sui giornali italiani, una lettura consigliabile.

GIAPPONE/ Reinhard Kammer: Lo zen nell’arte del tirare di spada. Editore Feltrinelli, pp. 91, euro 7.

Lo zen e l'arte della spada Il Kendo, La Via della Spada, al pari di tante arti tradizionali giapponesi come il Chado, la Via del tè, o il Kyudo, la Via dell’Arco, è una parte imprescindibile della filosofia e dell’estetica del buddhismo zen, e costituisce appunto una delle molte Vie (do) per la meditazione. A giudicare dalla copertina, questo libro sembrerebbe un saggio scritto oggi sulla materia; in realtà, Reinhard Kammer – formatosi all’Istituto per l’Asia Orientale della Ruhr Universitat di Bochum – non è l’autore del libro bensì il curatore, poiché qui presenta la propria traduzione del Tengugeijutsuron, un classico del Kendo risalente al XVIII secolo. Si tratta di un testo di grande fascino che non ha perso nulla della propria attualità – come dimostra peraltro la progressiva diffusione del Kendo in Occidente, Italia compresa – perché questa antica arte di combattimento non va intesa come un inno alla guerra bensì come una via alla consapevolezza del qui-e-ora, che è alla base dello spirito zen. Non un libro su tecniche di morte, dunque, bensì un testo che spiega l’importanza di affinare la coscienza dell’attimo presente, una coscienza che è celebrazione della vita stessa.

IRANFiglie di ShahrazadAnna Vanzan:  Figlie di Shahrazad. Scrittrici iraniane dal XIX secolo a oggi. Editore Bruno Mondadori, pp. 224, euro 18.
L’autrice,  iranista e islamologa dell’Università Statale e dell’Università IULM di Milano, conduce il lettore in un viaggio attraverso una letteratura femminile – quella di lingua persiana – che ha radici molto antiche e che in particolare negli ultimi due secoli ha dimostrato grande vivacità, confermandosi importante anche oggi, nella Repubblica islamica dell’Iran. Pochi sanno infatti che attualmente in Iran la produzione femminile di narrativa supera quella degli uomini, e che la partecipazione femminile al dibattito pubblico delle idee è molto intensa. Partendo dunque dalle antiche consuetudini dell’harem per arrivare alla situazione odierna, Vanzan tratteggia la lenta emancipazione delle donne iraniane soffermandosi sulle autrici – di nararrativa e di poesia – di maggiore spessore, senza trascurare l’apporto delle donne alla scrittura cinematografica e teatrale.

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