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Posts Tagged ‘diritti umani in Cina’

«La Via veramente Via non è una via costante». Con questo verso inizia il  Dàodéjīng (o Tao Te Ching, dipende dal sistema usato per traslitterare il cinese 道德經). E’ un libro sorprendente, di grande profondità filosofica e bellezza poetica. E’ la pietra fondativa del Taoismo, e secondo la tradizione fu composto da Laozi (a fianco, una statua a lui dedicata) in un periodo compreso fra il quarto e il terzo secolo a.C. Vi consiglio di leggerlo con il cuore, magari nella versione del Dujvendak, più volte ripubblicata da Adelphi e dagli Oscar Mondadori. E’ uno di quei libri che vale la pena rileggere negli anni della maturità, per trovarvi nuovi significati.

Io lo scoprii quando un professore di liceo mi disse: leggilo e dimmi cosa ne pensi. Avevo sedici anni, e come tutti i sedicenni avevo ben altro a cui pensare. Ma rimasi fulminato da quel libro straordinario. Fu lì che nacque il mio amore per l’Asia, e quindi la mia decisione di iscrivermi alla facoltà di lingue orientali, a Venezia. (Poi divenni un indianista, ma non ho mai smesso di studiare anche le culture degli altri Paesi asiatici).

Perché mi sono permesso questo ricordo personale? Perché la Cina mi suscita emozioni contrastanti: amo la sua grande cultura, la sua storia, il suo popolo, ma trovo esecrabile il suo sistema politico attuale. Non  credo di poter essere definito anticinese se vi dico che trovo molto interessante l’ultimo post di Piero Verni sul suo blog «FreeTibet». Si intitola «Ma dopo le Olimpiadi non dovevano diventare più buoni?» e si riferisce, naturalmente, ai dirigenti politici cinesi. Il post non parla solo di Tibet ma anche della drammatica situazione dei diritti civili e dei laogai (su cui potete documentarvi qui), dei recenti arresti di dissidenti, della questione mongola e della questione uigura. Nel suo post, Piero osa guardare la tigre, cioè la Cina, negli occhi. Il risultato è una durissima polemica, a tratti volutamente provocatoria, non solo verso il regime cinese ma anche verso la passività e l’ignavia dell’Occidente, verso Romano Prodi, il Parlamento Europeo, Barack Obama. Mi piacerebbe discuterne con voi.

Sulla questione degli uiguri (l’etnia abitante il Xinjiang, teatro di violenti scontri nel 2009) vi invito a leggere anche il bellissimo commento di Giorgia, che vive in Cina da dieci anni e che commentando questo post su MilleOrienti illustra, con osservazioni fatte sul campo, le difficili condizioni di vita del popolo uiguro nella Cina attuale.

Dietro le mille luci di Shanghai (a destra) che tanto fanno gola al business occidentale, chi vuol guardare la Cina negli occhi vede una situazione a volte disperante. Eppure una società come quella cinese, con una civiltà di tale grandezza alle spalle, una società che sta vivendo tanti e tali mutamenti (nel costume, nel diritto, nell’organizzazione sociale, in forme di democrazia ancora embrionali eppure in crescita) non potrà restare sempre così ferma sul piano politico, così monoliticamente bloccata dal partito comunista. I tempi del cambiamento saranno lunghi, e certo questo non consola tutti coloro (singoli e popoli) che stanno soffrendo l’oppressione del regime di Pechino, e Piero ha ragione quando dice:

«...Il Muro di Pechino non cadrà da solo. Avrà anche lui bisogno della sua dose di picconate. Forse nel suo caso molto più interne che esterne. Blandire Pechino, sperare nella buona volontà dei suoi dirigenti, tacere sull’aggressività delle sue politiche economiche, sul suo sciovinismo e sulla sua “volontà di potenza”, puntella quel Muro che invece dovrebbe essere abbattuto» .

Vero. Ma io credo  che nonostante tutto la Cina cambierà ancora, su pressione del mondo ma anche grazie alle proprie capacità interne.
Perché?
Perché «La Via veramente Via non è una via costante».

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…significa che gli Usa sono davvero in declino. O almeno che, al di là delle parole di circostanza spese dai politici nei meeting, il peso americano in Asia si va riducendo vistosamente.
Ma prima di spiegare il titolo di questo post, dovuto alla censura di cui è stato vittima Barack Obama a Pechino (come potrete leggere più sotto) va detto che il presidente americano purtroppo ha ottenuto molto poco, dal suo giro asiatico. E ancora meno dalla Cina, dove non è riuscito ad avvicinare Pechino alle posizioni di Washington su nessuna questione: né sulla atomica iraniana, né sulla guerra al terrorismo in Afghanistan e Pakistan, né sui problemi dell’effetto-serra e nemmeno sulla necessità di rivalutare la moneta cinese, il renminbi.
Inoltre, essersi sbilanciato in affermazione del tipo «una Cina prospera e potente è un vantaggio per tutti» non gli ha giovato, e certo sollecita in molti di noi una domanda: quale vantaggio per i tibetani, per gli uiguri, per i dissidenti cinesi in carcere, etc?  (E a proposito del drammatico stallo della questione tibetana, e delle troppe illusioni dell’Occidente sul dialogo con la Cina, invito tutti a leggere il lucido intervento di Piero Verni sul suo blog Free Tibet, che polemizza con un articolo di Francesco Pullia pubblicato su Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani).

Per capire quale sia il peso non solo di Barack Obama ma dell’intero Occidente, di fronte all’ Impero di Mezzo (come la Cina si è sempre considerata, a prescindere dai regimi che l’hanno governata nel corso del tempo) un piccolo fatto è più eloquente di molte parole. Ecco spiegato il titolo di questo post:  il fatto è riportato da Informa, Rivista telematica di giornalismo e comunicazione. Riporto l’articolo per intero, perché ne vale la pena: «La Cina censura Obama. Il presidente americano, per la prima volta in visita nel Paese di Mao, è stato oscurato in tutta la nazione per le sue affermazioni sulla libertà di stampa e contro la censura. Il suo discorso, tenuto davanti a 520 selezionatissimi studenti, al museo delle scienze e della tecnologia di Shangai, non è stato mandato in onda né dalla televisione ufficiale di Pechino né dai siti web cinesi. L’unico ad essere riuscito a diffondere le parole di Obama è stato un blogger locale che, quasi in tempo reale, era riuscito a pubblicare il discorso sul suo sito. Ma in meno di mezz’ora, ventisette minuti per l’esattezza, le efficientissime autorità cinesi preposte al controllo della rete, hanno cancellato il post. “Io sono un grande sostenitore della non censura” sono state le parole di Obama che hanno fatto scattare la censura – per noi negli Stati Uniti il fatto di avere un Internet libero, senza limiti di accesso, è un punto di forza. Per questo penso che la fruizione libera di Internet sia una cosa da incoraggiare”.

(altro…)

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156 morti (“ufficiali”….), 1103 feriti, 1500 arrestati: questo è il bilancio provvisorio delle proteste di piazza degli uiguri, i musulmani turcofoni del Xinjiang, schiacciati nel sangue dalla polizia cinese da domenica 5 luglio. E di chi è la colpa? Della “complottista” Rebiya Kadeer, naturalmente. E’ lei, la leader in esilio (negli Usa) della dissidenza uigura, la responsabile di tutto…Almeno, questa è la versione dei fatti che si legge sul quotidiano della Repubblica Popolare China Daily, che sottolinea: «l’obiettivo più importante per la Cina è la stabilità». Parola del presidente Hu Jintao, che per seguire la situazione in Xinjiang ha abbandonato – con un gesto clamoroso – il vertice del G8. E se poi alla stabilità si deve sacrificare tutto –  vite umane, diritti umani – pazienza. Gli uiguri del Xinjiang chiedono autonomia e rispetto della propria identità: sono etnicamente diversi dagli Han (l’etnia largamente maggioritaria in Cina) e sul piano religioso seguono un islam che non ha niente a che fare – per ora – con il fondamentalismo e il radicalismo. Ma in Cina la parola d’ordine è una sola: ordine, appunto. E pena di morte per i “rivoltosi”….
L’ossessione cinese per l’ordine (che l’ideologia del regime esprime più graziosamente nell’ideale della “società armoniosa”)  a volte finisce per avere risvolti grotteschi, come nel caso del video sulla città di Urumqi (teatro degli scontri) presentato dalla Beijing Review e intitolato «Urumqi Citizens Support Traffic Control».
Lasciando perdere la paradossale retorica del regime, rimando chi voglia un’analisi seria della situazione in Xinjiang e della questione uigura al blog del mio amico Piero Verni che fa un quadro storico, sociale e politico della situazione, esaminandone vari retroscena.
Un’ultima annotazione: in un editoriale del Corriere della Sera del 9 luglio, Franco Venturini conclude con una considerazione sui Signori della Terra riuniti nel G8 all’Aquila: «Sui 160 ammazzati dello Xinjiang non era il caso di dire una parola? Dimenticavo, anche se è partito, Hu Jintao pesa». Bravo Venturini!

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Ancora sangue in Cina. La regione cinese del Xinjiang (nota anche come Turkestan _Rebiya_Kadeer.jpg_largeorientale) è abitata dalla minoranza etnica uigura di religione islamica, che da molti anni costituisce quasi un “secondo Tibet” agli occhi di Pechino. Dal Xinjiang oggi giungono notizie di manifestazioni di piazza represse con violenza: il primo bilancio provvisorio è di 3 morti, 20 feriti e centinaia di arresti. La leader del popolo uiguro, Rebiya Kadeer (a destra), oggi costretta all’esilio negli Usa, si batte da sempre con gli strumenti della nonviolenza per ottenere da Pechino autonomia e rispetto per la cultura uigura. Un’intervista a questa grande donna, realizzata il 5 maggio di quest’anno dall’Unità, si può leggere sul sito di Emma Bonino, che da anni appoggia le rivendicazioni del popolo uiguro.

una foto in mostra a trentoI  fatti di sangue del Xinjiang riportano per l’ennesima volta alla luce la tragica situazione dei diritti umani in Cina. A questo proposito vogliamo segnalare un’interessante serie di eventi che si svolgerà a Trento dal 16 al 23 luglio. In via Calepina 1, presso la Sala della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto,  si terrà la mostra fotografica itinerante: «Diritti umani: quali? Realtà dei diritti umani e spunti per la loro applicazione» (a sinistra, una foto esposta) cui seguiranno alcuni filmati sulla situazione dei diritti umani. Verrà analizzata anche la situazione dei laogai, i campi di concentramento (a  destra) tuttora molto diffusi in Cina.un laogai cinese

Il 16 luglio alle ore 18 si svolgerà a Trento la prima di una serie di tavole rotonde cui parteciperanno: Toni Brandi, presidente della Laogai Research Foundation Italia, Gunther Cologna e Luciano Michelozzi, consiglieri dell’Associazione Italia-Tibet, Michele Nardelli, presidente del Forum per la Pace e i Diritti Umani, Ghesce Lodoe Ghyatso, Lama tibetano in esilio, e Gianni Festini Brosa, Presidente dell’Associazione Samten Choling Onlus. Durante la settimana della mostra 6 monaci tibetani eseguiranno un mandala di sabbia (che alla fine verrà distrutto, a significare l’impermanenza e il non-attaccamento alle cose). Il 17 luglio si terrà un dibattito dal titolo «Tibet: passato, presente e futuro», e  il 23 luglio verrà presentato il libro della Laogai Research Foundation: «La strage degli innocenti. La politica del figlio unico in Cina».

Infine, agli amanti della cultura tibetana vale la pena di ricordare un’altra mostra fotografica, questa volta a Roma. Di tema non politico in sè, è però culturalmente importante perché dedicata alla sopravvivenza di un’importante tradizione spirituale tibetana: il bön. Dall’8 al 31 luglio 2009 si terrà alla sala Santa Rita di Roma «CHÖD. Il sacrificio di sè. Il pellegrinaggio sacro nella tradizione spirituale prebuddhista tibetana», un evento espositivo multimediale curato dall’etnologo Martino Nicoletti, che vuole illustrare le  forme contemporanee di una spiritualità precedente l’introduzione del buddhismo in Tibet.

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