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Posts Tagged ‘Manmohan Singh’

Quando i media parlano di “religioni globali” di solito intendono le più diffuse, cioè il Cristianesimo e l’Islam o, in qualche caso, il Buddhismo. In realtà, nell’elenco andrebbe annoverato anche il Sikhismo, che conta ancora un numero relativamente basso di seguaci (tra i 25 e i 30 milioni) ma diffusi in tutto il pianeta. Le cause di tale diffusione sono due: in primo luogo i flussi migratori che hanno portato i  Sikh dal Panjab ai quattro angoli del mondo, in secondo luogo il piccolo ma crescente movimento di conversioni al Sikhismo fra gli occidentali, i cosidetti White Sikhs, così chiamati dai Sikh indiani sia per la pelle bianca sia perché usano vestire di bianco.
Facciamo dunque un breve giro del mondo con le sikh news di questi ultimi giorni.

ITALIA. Da noi, come in moltissimi altri Paesi, in questi giorni è stata celebrata la principale festività sikh, il Baisakhi (o Vaisakhi), che ricorda la fondazione del Khalsa, la comunità dei battezzati sikh, operata nel 1699 dal decimo e ultimo Guru dei Sikh, Govind Singh. In Italia, la festa più grande si è tenuta a Novellara, in provincia di Reggio Emilia: è qui infatti che si trova il più vasto tempio sikh del nostro Paese, il Gurdwara Singh Sabha (nella foto, un particolare dell’interno). Questo tempio è il secondo per dimensioni in Europa (superato solo dall’antico Gurdwara di Londra, dove risiede un’ampia comunità sikh). Una cronaca delle celebrazioni è qui sulla Gazzetta di Reggio.
Negli stessi giorni a Milano si riunivano molti italiani convertiti al Sikhismo per un seminario con Guru Dev Singh, un messicano diventato maestro di un antico sistema di medicina sikh, il Sat Nam Rasayan, una tecnica curativa legata alla meditazione e al Kundalini Yoga. Proprio il Kundalini Yoga – nella versione aggiornata e insegnata dai White Sikh – è diventato uno strumento importante per la diffusione del Sikhismo in Occidente; in Italia si moltiplicano i corsi di questa disciplina, e mi fa piacere segnalare, a Milano, un’ottima insegnante italiana di yoga, formatasi con Guru Dev Singh: il suo nome sikh è Sangeet Kaur (foto) e il suo sito è Kundalini Flow.

PAKISTAN. Le autorità pakistane hanno vietato ai Sikh indiani l’ingresso a luoghi sacri per i quali non abbiano uno specifico visto consolare: è accaduto a 1400 pellegrini indiani giunti in Pakistan per celebrare il Baisakhispiega il Times of India. Ma perché gli indiani si recavano in Pakistan per celebrare il loro festival religioso? Bisogna ricordare che la terra d’origine del Sikhismo è il Panjab, oggi diviso fra India (dove risiede la netta maggioranza dei Sikh) e Pakistan (dove permangono, fra molte difficoltà, piccole minoranze sikh). I pellegrini si recavano in Pakistan perché lì si trova uno dei luoghi santi del Sikhismo: il villaggio di Nankana Sahib, luogo di nascita di Guru Nanak (a fianco in un dipinto), fondatore del Sikhismo fra il XV e il XVI secolo. La politica restrittiva attuata dalle autorità pakistane nei confronti dei pellegrini sta suscitando ovviamente molte polemiche.

CANADA. In un incontro fra il Primo Ministro indiano Manmohan Singh (foto) e il Primo Ministro canadese Stephen Harper, l’India ha chiesto alle autorità canadesi di sorvegliare con attenzione le attività dei gruppi separatisti sikh residenti in territorio canadese. In Canada vive infatti una larga comunità di origine indiana che comprende fra l’altro circa trecentomila sikh; Manmohan Singh (che è egli stesso un sikh) è convinto che fra essi si nascondano gli ultimi sostenitori di uno Stato sikh separato, il  Khalistan, epigoni di quei guerriglieri protagonisti della guerra civile che insanguinò il Panjab negli anni ’80 e nei primi anni ’90 del secolo scorso. Queste formazioni armate – come il Babbar Khalsa o il Khalistan Commando Force – hanno ormai un seguito del tutto irrilevante in India (come ho potuto verificare io stesso nei miei viaggi in Panjab) ma contano ancora adepti fra i Sikh espatriati, in città canadesi come Toronto e Vancouver e, in Europa, a Londra. I servizi segreti indiani hanno avuto notizia di tentativi di riorganizzazione di questi gruppi armati, che vorrebbero riportare l’orologio della Storia ai sanguinosi anni ’80. Da qui, l’invito alla sorveglianza rivolto alle autorità canadesi.

Per approfondire, cliccate sui post contenuti nella CATEGORIA “SIKH IN OCCIDENTE”.

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LA CRONACA DEI FATTI. A Vienna domenica 24 maggio una banda di 6 fondamentalisti sikh, armati di coltelli e pistole, attacca il tempio di una setta sikh “eterodossa” (chiamata Ravidasia o Sach Khand Dera). Nel tempio si erano radunati circa 400 indiani per ascoltare i sermoni di due Sant, cioè di due autorità spirituali della setta. Durante l’attacco restano ferite una quindicina di persone, fra le quali uno dei due Sant, Rama Nand, che muore il 26 maggio. Questa serie di eventi ha due conseguenze immediate: 1) movimenti della destra austriaca chiedono al governo di Vienna misure restrittive nei confronti dell’immigrazione indiana; 2) manifestazioni di protesta e scontri di piazza si scatenano in Punjab – stato dell’India settentrionale a maggioranza sikh – ad opera dei Ravidasia, coadiuvati da gruppi di Dalit, cioè di fuoricasta o “intoccabili”. India Austria Temple ShootingAd Amritsar, a Jalandhar e in altre città del Punjab vengono bruciate automobili e assaltati edifici pubblici;  negli scontri fra manifestanti e polizia muoiono due persone. Per fronteggiare la situazione e allontanare lo spettro della guerra civile (che insanguinò il Punjab negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso)  le autorità politiche e religiose del Punjab si muovono  su più fronti.  Il Capo Ministro del Punjab, Parkash Singh Badal – che è un sikh – condanna duramente l’attacco sikh al tempio dei Ravidasi di Vienna, e contemporaneamente impone il coprifuoco nella città epicentro delle violenze, Jalandhar. Analoga dura condanna dei fondamentalisti sikh che hanno colpito Vienna viene espressa dal Primo Ministro dell’India Manmohan Singh – anch’egli un sikh – e dal partito sikh al governo in Punjab, lo Shiromani Akali Dal, che invita i commercianti a una serrata anti-violenza per martedì 26 maggio. Al momento in cui scriviamo, in Punjab regna la tensione ma la situazione pare sotto controllo.

I PROTAGONISTI E IL CONTESTO. UN’ANALISI CULTURALE. Il sikhismo (qui sotto il suo simbolo, il Khanda) è una religione khandamonoteista che propugna un rapporto diretto fra l’uomo e Dio. E’ la quinta religione al mondo per diffusione, e nacque in Punjab nel XV secolo ad opera di Nanak, primo di dieci Guru. Il libro sacro dei Sikh, il Guru Granth Sahib, contiene 5.894 inni di numerosi poeti e mistici fra cui Ravidas (nel dipinto qui a destra)  Ravidasche fondò un movimento spirituale  nel XIV secolo. E’ da lui che prendono il nome i Ravidasi, cioè i sikh “eterodossi” che hanno subìto l’attacco a Vienna  e poi scatenato le violenze in Punjab. Sono noti anche come Sach Khand Dera perché il Sach Khand o “Regno della Verità” è lo stadio finale dell’ascesa spirituale secondo il Sikhismo, di cui i Ravidasi sono comunque “figli”. A differenza dei Sikh – sia del Khalsa sia di altre comunità minori – non hanno il tempio centrale  in Punjab bensì a Benares (foto a destra);  pregano con lo stesso libro sacro dei Sikh ma non lo considerano – come fanno invece i Sikh – un “Guru vivente”.Ravidas Mandir a Benares

Ma la ragione alla base della disputa fra le due comunità non è tanto di carattere dottrinario (anche perché, è questo il paradosso, ciò che unisce i Sikh e i Ravidasi è molto più di ciò che li divide) bensì sociale: Ravidas  era un fuoricasta, un “intoccabile”, considerato impuro a causa del suo lavoro di ciabattino, in cui lavorava le pelli di animali; tuttavia sostenne nei suoi inni che anche un fuoricasta può giungere a Dio, e che la divisione in caste è un errore. Divenne perciò un eroe dei fuoricasta del Punjab,  e Ravidasi symbolancora oggi il movimento che a lui si ispira (qui a destra, il suo simbolo), cioè quello dei Ravidasi, raccoglie  i suoi seguaci fra i fuoricasta, o Dalit, in particolare del gruppo dei Chamar, i ciabattini.
Anche il Sikhismo sostiene l’uguaglianza degli uomini davanti a Dio e nega il sistema delle caste, ma la divisione castale – benché cancellata anche dalla Costituzione dell’India moderna – resta comunque ancora oggi onnipervadente. In qualsiasi comunità sociale e religiosa (e il nucleo centrale dei Sikh in Punjab resta infatti di casta Jat). I protagonisti degli odierni scontri di piazza in Punjab, dunque, hanno manifestato per difendere la propria identità sociale di Dalit, offesa dall’attacco di Vienna. Perciò, trattandosi di un conflitto intercastale,  agli “eretici Sikh” Ravidasi si sono uniti in piazza anche i Dalit di religione hindu e buddhista (questi ultimi, seguaci di Ambedkar).
Il commento più appropriato a questa desolante situazione ci sembra quello fatto da un giovane blogger sikh: «Credo che questa sia una tragedia degli anni ’80 e ’90, quando in Punjab c’era la guerra civile». Il colpo di coda di un passato che sembrava chiuso per sempre. Sembrava…

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Quale India è uscita dalle elezioni politiche appena concluse? Ecco, in cinque punti, il nuovo volto della più popolosa democrazia del mondo.

indian flag1) I commenti della  stampa indiana vanno sostanzialmente nella stessa direzione: l’India del prossimo futuro sarà, sul piano interno,  più governabile, più laica, più aperta a riforme economiche liberali ma anche attente alle emergenze sociali; mentre sul piano internazionale sarà sicuramente una potenza amica degli Usa. Inoltre, non subito ma probabilmente fra un paio d’anni, se l’anziano Manmohan Singh passerà il timone a Rahul l’India sarà di nuovo governata da un Gandhi. Semplificando secondo categorie politiche a noi note – per quanto obsolete e difficilmente applicabili in Asia – sono state sconfitte la “destra” dei nazionalisti hindu (Bjp) e la “sinistra” del Third Front dominato dai comunisti. Ha vinto insomma il centrismo pragmatico del partito del Congresso. Vediamo cosa cambierà esaminando i risultati delle varie coalizioni politiche.

2) La United Progressive Alliance (Upa), la coalizione del partito del Congresso guidata da Sonia Gandhi, ha colto un successo di

Sonia Gandhi

Sonia Gandhi

dimensioni impreviste da tutti gli analisti, indiani e internazionali, e con 262 seggi (contro i 179 vinti nel 2004) è molto vicina alla maggioranza assoluta in Parlamento (272); i 10 seggi mancanti le arriverranno molto probabilmente da un’alleanza con partiti minori (usciti ridimensionati da queste elezioni, e quindi ansiosi di assicurarsi un futuro politico) come lo Rjd e lo Sp. La performance del Congresso – la migliore dal 1991 – gli consentirà quindi di governare con mano sicura, senza sottostare ai condizionamenti degli ex alleati della sinistra comunista, com’è accaduto fino a poco tempo fa.

Manmohan Singh

Manmohan Singh

3) Quali ragioni hanno portato il Congress alla vittoria? In un editoriale sul quotidiano The Hindu intitolato The Manmohan Singh impact, Harish Khare considera determinante l’autorevolezza dimostrata dall’attuale Primo ministro indiano, il settantaseienne economista sikh Manmohan Singh: «The country, especially the middle class, appeared to have recoiled at the prospect of preferring seemingly lesser qualified men and women to a “tried and trusted” administrator….Dr. Singh became the symbol of a dormant collective aspiration for governmental stability, administrative performance, and decency in public life». Harish Khare elogia anche la capacità mostrata da Singh di superare le crisi:  quella dell’economia mondiale  (nonostante la quale quest’anno l’India si attende una crescita del Pil del 5%) e quella del terrorismo con gli attacchi a Mumbai. Khare rileva anche come i violenti attacchi personali portatigli dall’opposizione si siano rivelati controproducenti.

Rahul Gandhi

Rahul Gandhi

Ma un altro elemento importante per la vittoria del Congresso è stato sicuramente il “fattore Rahul”: il trentotenne rampollo della dinastia Nehru-Gandhi, Rahul Gandhi, ben coadiuvato dalla sorella Priyanka (brillante e decisa come la nonna Indira Gandhi), ha condotto un’instancabile tour nell’India rurale per spiegare che le politiche future del Congresso terranno conto del disagio sociale di quelle ampie fasce di popolazione ancora escluse dal boom economico. Ed è risultato credibile. In un articolo sul quotidiano Times of India intitolato Veterans fall, Rahul Gandhi rises,  Vikas Singh nota che il suo successo personale è anche quello di una nuova generazione di indiani e conclude predicendo un grande futuro per Rahul: «The UPA has a shot at another five-year term, and Manmohan Singh is not getting any younger. Sooner or later, expect a passing of the torch to Rahul and his trusted team….for now, the star that’s shining brightest on the Indian political firmament is undoubtedly Rahul Gandhi».

militante hindu

militante hindu

4) L’aggressività dei nazionalisti hindu ha stancato il Paese. La National Democratic Alliance (Nda), la coalizione guidata dai nazionalisti hindu del Bharatiya Janata Party (Bjp) è uscita sconfitta passando dai 174 seggi del 2004 ai 158 attuali; ha perso roccaforti come il Rajasthan ma sopratutto ha perso la propria statura di partito di governo continuando a puntare sulla drammatizzazione della politica nazionale e sull’ aggressione nei confronti della grande minoranza musulmana del Paese (oltre il 13% della popolazione, cioè circa 150 milioni di persone). Molti osservatori notano che l’elettorato indiano ha considerato “superata” e “fonte di troppe divisioni” la politica del Bjp; il quotidiano Hindustan Times, in un editoriale non firmato intitolato What worked for Congress, attribuisce proprio agli errori del Bjp la vittoria del Congresso, sottolineando che «…the BJP could not whip up what it likes to term as nationalistic sentiments in its favour. It did try various pseudo-religious, pro-Hindu tacks such as promising to build the Ram temple or saving the Ram sethu. But if none of this worked, the reason was not only that the issues had become dated, but also because the voters had realised that these were no more than cynical electoral ploys. However, it was the loss of the terror card which hurt the BJP the most. The party had routinely used it in the past to demonise the Muslims as a community in the guise of castigating the Pakistan-based terrorists. But the electorate appears to have seen through this game as well

L. K. Advani

L. K. Advani

Narendra Modi

Narendra Modi

L’opinione pubblica indiana ha quindi dato, con queste elezioni, una chiara indicazione in favore di una politica più laica, che punti a unire e non a dividere il Paese. La conseguenza più immediata è la fine della carriera politica del leader del Bjp, l’anziano L.K. Advani; Vikas Singh, sul Times of India, prevede che sarà sostituito dall’attuale capo-ministro del Gujarat, il non meno estremista Narendra Modi, e che il duello del futuro sarà appunto quello fra Narendra Modi e Rahul Gandhi. Inoltre, vale la pena di notare che alla brutta performance della Nda ha contribuito quella dei suoi alleati a livello locale, come il partito sikh Shiromani Akali Dal, che in Punjab è stato punito dagli elettori passando da 8 a 4 seggi. Quanto infine ai due “dissidenti” della famiglia Gandhi, Maneka e suo figlio Varun, sono entrambi stati eletti nelle liste del Bjp, ma non hanno determinato significativi spostamenti di voti.

5) E’ crollata la sinistra comunista. Il Third Front, coalizione di partiti di sinistra (compreso il Bsp di Mayawati) guidata dai comunisti, ha subito pesanti arretramenti in communist indiatutto il Paese, scendendo da 83 a 58 seggi, e i comunisti sono stati umiliati nei due stati in cui governavano: il Bengala e il Kerala. Su questi risultati pesano sicuramente ragioni politiche attinenti alle realtà locali (per esempio in Bengala il partito comunista aveva di fatto aperto al mercato e agli investimenti stranieri, e per consentire l’apertura di nuove industrie e favorire un’alleanza fra industriali e sindacati aveva operato una politica di esproprio delle terre, che ha provocato un voto in massa dei contadini a favore del Trinamool Congress, alleato del Congresso). Restano però le conseguenze politiche: il Congresso per governare non avrà più bisogno dei voti determinanti della sinistra. E sul piano internazionale potrà portare avanti la politica di collaborazione con gli Usa, sancita dal patto di cooperazione nucleare firmato da George Bush e Manmohan Singh. Proprio per protestare contro quel patto i comunisti erano usciti dalla coalizione di governo con il Congresso. Ma ora si trovano ad essere politicamente irrilevanti.

I lettori interessati a visionare i risultati elettorali stato per stato, possono trovarli sul sito ufficiale della commissione elettorale.

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