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Posts Tagged ‘Marco Restelli’

Pennabilli? E dov’è Pennabilli? Sul sito di questa deliziosa cittadina marchigiana danno queste coordinate: “PianetaTerra, Italia, Marche, Pesaro e Urbino, Montefeltro”. E aggiungono una frase del poeta Tonino Guerra: «E’ bello se puoi arrivare in un posto dove trovi te stesso». E’ qui dunque – non a caso – che un gruppo di “cercatori del sè” ha deciso di realizzare dal 14 al 16 luglio 2010 un piccolo ma originale Festival dell’India ricco di racconti di viaggio, proiezioni di foto, presentazioni di libri, film di Bollywood, meditazioni collettive, danze kathak, concerti e altro….Un programma cui parteciperò anch’io, con una presentazione fotografica dello splendido pellegrinaggio giainista alla collina sacra di Shatrunjaya (nei pressi della città di Palitana nello stato settentrionale del Gujarat) e con la presentazione di un paio di film indiani, veri “classici moderni”: Lagaan – C’era una volta in India e Monsoon Wedding- Matrimonio indiano. Se volete vedere il programma completo leggete qui sotto.
MilleOrienti vi saluta per qualche giorno
e tornerà attivo dopo il Festival, cioè  il 17 luglio. Nel frattempo, cercate di godervi queste giornate estive….io vi ricordo le parole di un vecchio saggio di nome Osho: «Enjoy, people, because your Body is the Temple».

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Cresce la tensione politica e militare fra Corea del Nord e Corea del Sud per l’affaire della nave sudcoreana affondata, probabilmente, da un siluro (ne abbiamo parlato qui). E il mondo torna a interrogarsi su cosa vogliano davvero le Sfingi che sono al potere in Corea del Nord. Ma come si vive in questo isolatissimo Paese, uno degli ultimi regimi comunisti “puri e duri” del pianeta? Con molta semplicità abbiamo cercato di spiegarlo io e Cristiana Ceci in un articolo pubblicato sul settimanale femminile Tu Style (in edicola questa settimana) e intitolato «Viaggio nel Paese della finta felicità». Potete leggerlo sul giornale oppure qui sotto. Il titolo dell’articolo allude alle parate e alla propaganda del partito, tese a dare un’immagine gioconda di un Paese in realtà poverissimo, e illustrate nell’articolo di Tu Style dalle magnifiche fotografie di Eric Lafforgue (nel suo sito cliccate su “North Korea”). Buona lettura.

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Nel Paese della Finta Felicità, quando il Partito ordina la gente corre: le donne in divisa con il fazzoletto rosso al collo – o in improbabili costumi folkloristici – e gli uomini inquadrati in battaglioni. La gente corre in piazza a sventolare bandiere rosse e a fingere che la Corea del Nord sia il Paese più felice del mondo, mentre gli altoparlanti diffondono per le strade inni e canti rivoluzionari che invitano tutti a compiere il proprio dovere. La gente accorre al richiamo del regime perché la Corea del Nord è la più dura dittatura comunista rimasta sul nostro pianeta, un Paese dove la popolazione è divisa in tre gruppi: “fedeli”, “incerti” e “ostili”, a seconda del grado di fedeltà dimostrato nei confronti del Partito. E tutti sanno che non conviene assolutamente essere inclusi nel gruppo degli “ostili”, perché la polizia politica può farti sparire dalla sera alla mattina, senza nemmeno spiegare perché. Un recente rapporto dell’ONU descrive la Corea del Nord come «una grande prigione», dove una popolazione ridotta alla fame è prigioniera della paura. Ma la propaganda del regime continua a diffondere immagini di piazze gremite di folla festante.

In realtà, i nordcoreani hanno ben poche ragioni per festeggiare: citando un recente studio economico, la Radio Vaticana ha dichiarato che «senza aiuti della comunità internazionale, nel 2010 la Corea del Nord non sarà in grado di soddisfare il fabbisogno alimentare della sua popolazione: potrebbero venire a mancare 1,2 milioni di tonnellate di cibo rispetto al necessario».

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Sabato 8 maggio Io Donna, il settimanale femminile del Corriere della Sera, è uscito in edicola con un dossier dedicato agli scrittori indiani presenti al Salone del Libro di Torino, che si svolgerà dal 13 al 17 maggio e avrà appunto l’India come Paese Ospite. Il Salone offrirà una ricca serie di incontri con autori, letture e conferenze (il programma completo degli eventi dedicati all’India è qui). In copertina, Io Donna ha messo la bellissima Tishani Doshi (a destra), poetessa e romanziera che sarà, come tanti suoi colleghi, ospite al Salone di Torino, e che è stata intervistata da Anna Maria Speroni (l’intervista è qui). In questo “dossier India” c’è anche un mio articolo intitolato Passaggio al Lingotto – un richiamo al celebre Passaggio in India di E. M. Forster –  in cui traccio una mappa delle tendenze in cui si possono classificare gli scrittori indiani presenti a Torino. E’ chiaro che queste classificazioni sono sempre soggettive e un po’ arbitrarie, e vanno prese con un pizzico di ironia. Il gioco però mi sembra che funzioni, perciò ve lo ripropongo qui sotto in versione integrale (quella pubblicata da Io Donna è stata un pochino tagliata per ragioni di spazio). Ovviamente il mio articolo non parla proprio di “tutti” gli scrittori indiani al Salone (per esempio: non di Tishani Doshi, intervistata in altre pagine del giornale) ma può costituire una buona guida per orientarsi nel vasto mare dell’India letteraria che troveremo a Torino. Buona lettura…

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– Inferni Metropolitani –
Sognate l’India spirituale e meditativa? Scordatevela. Oggi le metropoli indiane globalizzate sono un inferno di violenza e

Tarun Tejpal

corruzione. E l’India ha una nuova generazione di scrittori hard-boyled, cantori delle “città del peccato” come Mumbai, dove convivono i quartieri a luci rosse e le mille luci di Bollywood, gli speculatori di Borsa, gli intrighi politici e le gang criminali. Mumbai è stata la protagonista di successi internazionali come Maximum City di Suketu Mehta (Einaudi) e Giochi Sacri di Vikram Chandra (Mondadori). Ora al Salone del Libro il noir metropolitano torna protagonista di due nuovissimi romanzi: La storia dei miei assassini di Tarun Tejpal (Garzanti) e I sei sospetti di Vikas Swarup (Guanda). Entrambi gli autori sono già delle star. Tejpal (a Torino il 15 maggio) è il “Saviano indiano”, e racconta da scrittore le mafie metropolitane perché, da grande giornalista d’inchiesta, le combatte nella realtà, dalle colonne del coraggioso settimanale Tehelka da lui fondato. Quanto a Swarup (anch’egli a Torino  il 15) ha alle spalle il successo mondiale del romanzo Le dodici domande (Guanda) da cui è stato tratto il film The Millionaire, pluripremiato agli Oscar, e ora, descrivendo i “sei sospetti” di un omicidio, racconta il degrado delle città indiane.
Di un diverso inferno metropolitano parla invece Indra Sinha nel suo Animal (Neri Pozza): la morte di migliaia di persone causata da una fuga di gas tossici da un’industria chimica nella città di Bhopal, nel 1984. In questo inferno reale Indra Sinha muove il suo personaggio, Animal, così chiamato perché ridotto a camminare a quattro zampe come conseguenza dell’avvelenamento da gas. Animal ha vinto il Commonwealth Writers’ Prize e Indra Sinha, che parlerà a Torino il 13 maggio, promette di sorprenderci come ci ha sorpreso il suo libro, che nonostante il tema amarissimo usa i registri dell’ironia e dell’umorismo perché – sostiene l’autore – «per affrontare una tragedia bisogna saper ridere».

– Donne fra il sari e il jeans –
Le vedi camminare allegre, in compagnia di amiche, nelle strade di Delhi o di altre città: un giorno indossano una maglietta e un jeans e il giorno dopo, con altrettanta disinvoltura, il sari e i gioielli tradizionali. Vogliono un posto al sole nella “Shining India” del boom economico (alla faccia della crisi, l’India continua a crescere) e come le donne occidentali si barcamenano a fatica fra impegni famigliari e professionali. Aspirano alla modernità ma senza rinunciare alle tradizioni (per esempio ai matrimoni combinati, ancora molto in voga). Ma se nelle città indiane la mobilità sociale offre alle donne varie alternative, nelle campagne il peso dei ruoli tradizionali è ancora forte, la violenza sessista diffusa, i contrasti fra generi aspri.

Anita Nair

Questi universi femminili sospesi fra tradizione e modernità hanno prodotto in India una letteratura ricchissima, che è ben rappresentata al Salone del Libro. A cominciare da Anita Nair, che dopo il successo internazionale di Cuccette per signora (Neri Pozza) presenta a Torino, il 15 maggio, L’arte di dimenticare (Guanda). Il nuovo romanzo di Nair racconta della moglie di un manager d’azienda, immersa negli agi della buona società di Bangalore (la capitale dell’hi-tech indiano, dove vive la stessa Nair), che un giorno viene improvvisamente lasciata dal marito e si trova a dover reinventare la propria vita, riflettendo sul senso dei rapporti di coppia e della famiglia.
Niente metropoli e inquietudini borghesi invece per il libro fresco di stampa di Sampat Pal Devi, che il 15 maggio presenterà a Torino Con il sari rosa (Piemme). Il titolo allude appunto ai sari rosa con cui si vestono abitualmente le militanti della Pink Gang, il movimento femminista fondato dalla stessa autrice per offrire una possibilità di liberazione alle contadine delle campagne indiane, dove  sessismo e tradizioni di dominio brutale sono ancora diffusi (compreso l’infanticidio delle femmine).

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Cari Padani,
benvenuti nella nuova Padania-Panjab. Da “padano doc” quale sono (padre milanese, madre bergamasca, educazione a colpi di polenta) sono lieto di annunciarvi che il nostro repertorio musicale, dopo “Oh mia bèla madunìna” e “La montanara uè” si arricchisce di un non meno interessante contributo: bhangra music made in Berghem! L’espressione può risultare oscura, perciò troverete un utile dizionarietto nelle righe sotto questo video – che forse non è un capolavoro, ma ci mostra un pezzo di nuova realtà italiana: la presentazione degli Indian Culture Club di Bergamo, ovvero Italian Bhangra Music. (E ovviamente il video è ricco di riferimenti a Bollywood…)

Berghem: nome, in bergamasco, di Bergamo, ridente cittadina padana. Un tempo sugli alpeggi dei monti bergamaschi lavoravano i bergamini, che erano mandriani transumanti. Oggi gli eredi dei bergamini, addetti alle vacche nelle aziende zootecniche – non solo nella bergamasca ma in tutta la Padania – sono extracomunitari (quale italiano vuole svegliarsi alle cinque del mattino per mungere?). Molto spesso si tratta di indiani del Panjab (Punjab secondo la traslitterazione inglese), una regione  nota come “il granaio dell’India”. Quasi sempre, questi immigrati sono di religione Sikh. I Panjabi tradizionalmente sono ottimi allevatori e agricoltori, perciò oggi decine di migliaia di loro lavorano, stimati, nelle campagne padane.

Bhangra music: uno stile di musica e danza originario del Panjab, regione settentrionale del subcontinente indiano (oggi divisa fra India e Pakistan) che fu anche la terra di origine del Sikhismo. Il bhangra era ed è suonato e ballato in Panjab in particolare in occasione di Vaisakhi, una bellissima festa che viene celebrata a metà aprile e che è legata alla storia e alla spiritualità sikh. Negli anni Novanta del secolo scorso il bhangra cominciò a diffondersi come stile musicale a Londra, mixandosi con la dance e riscuotendo grande successo fra i giovani in tutta Europa grazie ad artisti come Punjabi Mc (che si esibì anche al Festival di San Remo). Oggi il bhangra è la musica di riferimento di una generazione di immigrati indiani – non solo panjabi – in Europa, e in India è molto utilizzato nei film di Bollywood.

Per saperne di più: potete leggere su MilleOrienti i post della categoria “Sikh in occidente” (qui a fianco) oppure cliccare in alto sulla pagina “chi sono”, dove troverete la mia bibliografia sui Sikh. In particolare consiglio la lettura del libro di D. Denti -M. Ferrari – F. Perocco (a cura di): «I Sikh. Storia e immigrazione», edito da Franco Angeli, perché parla specificamente dell’immigrazione panjabi e sikh in Italia. E’ un libro nato dalla collaborazione fra sociologi di Cremona e di Padova – che hanno studiato le migrazioni degli indiani in Italia – e indologi (fra cui il sottoscritto) che spiegano cosa sia la cultura sikh.

Era ora che gli immigrati panjabi – sikh e non sikh – dopo anni di oscuro lavoro nelle nostre campagne cominciassero a far venire alla luce, anche in Italia, la loro cultura e la loro splendida musica! Benvenuti in Padania-Panjab…

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Ne ha parlato il TG3 (edizione delle 19) poche sera fa: le Gothic Lolita sono arrivate anche in Italia. Da dove viene questa espressione? Gothic Lolita o GothLoli  ( ゴスロリ) indica una delle tribù metropolitane femminili più famose di Tokyo,  che fa parte di un movimento più vasto: le Harajuku Girls. Sono bande di ragazze che fanno del travestimento e dello style crossing una filosofia di vita, e che si esibisono nel  quartiere più pazzo di Tokyo: Harajuku appunto. Si tratta di un fenomeno sociale abbastanza complesso e variegato, al cui interno non è semplicissimo orientarsi;  capita così che sbagli anche Wikipedia, confondendo le Harajuku Girls con le Cosplay, le ragazze vestite come i personaggi dei manga. In realtà le Cosplay, come le Gothic Lolita, sono solo una delle tante tendenze presenti fra le Harajuku Girls, termine con cui ormai si intendono le tribù metropolitane femminili non solo in questo quartiere di Tokyo ma in tutta la capitale e anche a Osaka. Nel corso dei nostri viaggi in Giappone io e mia moglie Cristiana Ceci (che è nipponista e giornalista) ci siamo molto divertiti ad Harajuku, e abbiamo scritto di quel “mondo parallelo” in varie sedi. In questi giorni è uscito un nostro articoletto sul settimanale femminile Tu Style. Dunque, senza la pretesa di fare sociologia (perché non si tratta certo di un saggio accademico) abbiamo descritto una realtà che conosciamo bene…e che ormai ha raggiunto anche il nostro Paese. Ecco perciò qui sotto l’articolo  pubblicato.


«Le più vanitose sono le Gothic Lolita,  vestite di nero e di pizzi dalla testa ai piedi, con zeppe altissime. O al contrario vestite tutte di bianco, con il velo di trine, come delle spose. Hanno dai quattordici ai vent’anni e camminano piano, una accanto all’altra, come fossero in un salotto aristocratico o a una sfilata di alta moda. Invece sono in mezzo a una strada dell’isola pedonale di Harajuku, il quartiere più pazzo e più colorato di Tokyo, vero palcoscenico per le tribù di ragazze della metropoli giapponese. Le Gothic Lolita sfilano per farsi ammirare dai passanti che le osservano dai marciapiedi,  e par farsi desiderare dai loro coetanei maschi,  che occhieggiano le loro calze a rete e le giarrettiere in bella vista.  In mano portano borsettine a forma di valigetta nero e acciaio, oppure le riviste di riferimento della loro tribù metropolitana: Lolita Bible e The Gothic.

Ma non ci sono solo loro: le tribù metropolitane di ragazze sono tante, a Tokyo, e tutte danno spettacolo qui, nel quartiere di Harajuku,  cuore dello street style giapponese, regno incontrastato delle teeenager più creative e più esibizioniste. A cento metri dalle Gothic Lolita c’è il punto di raccolta di un’altra tribù, le Visual Kei (parola quest’ultima che in giapponese significa “stile”). Non a caso queste teenager si ritrovano intorno alla statua in bronzo di Elvis Presley, davanti al  Rock’n’Roll Museum: le Visual Kei sono fanatiche delle band di Jrock, il rock giapponese. Si vestono sovrapponendo i capi più eccentrici che trovano nei mercatini, e portano nei capelli extension di tutti i colori.

Non meno sgargiante, vicino a loro, è un gruppo di Decora (da “Decoration”): sembrano evidenziatori ambulanti,  con gli abiti di mille colori accesi e accessori in toni fluo. Rigorosamente in minigonna, fingono maliziosamente di essere brave bambine, secondo una stile finto-ingenuo molto di moda fra le teenager giapponesi, e che si riassume in una parola: kawaii”, cioè “tenero e carino”.In realtà, ingenue non sono affatto, queste ragazze. Le Harajuku Girls sono tipe sveglie. Non imitano, inventano: abiti, mode, gusti. Qui, non a caso,  stilisti e cacciatori di tendenze vengono a ispirarsi e spesso a copiare idee. L’ultima tendenza è quella del kimono vintage: alcune hanno preso dai solai delle nonne i vecchi, magnifici kimono, li hanno strapazzati e bruciacchiati (con le sigarette) e magari li portano sopra i jeans. La parola d’ordine è style crossing.

Madri e nonne giapponesi, però, spesso non apprezzano affatto questo riutilizzo ironico dei kimono, né apprezzano lo stile di vita delle Harajuku Girls. E’ evidente che oggi la distanza – di costumi e di valori – fra le ragazze giapponesi e le loro madri è diventata abissale. «Mia figlia, tutta vestita di pizzi neri e con la faccia coperta dal cerone bianco, quando esce mi pare un vampiro, o un cadaverino», dice sconsolata Tomoko, una casalinga cinquantenne che abita nell’immensa periferia di questa metropoli da 13 milioni di abitanti. «La mia generazione, come quella dei miei genitori, si è ammazzata di lavoro per assicurarsi un buon futuro. E cosa fanno i nostri figli? Si travestono, giocano a sfilare in strada, non fanno progetti, non fanno sacrifici… Il futuro, per loro, sembra non esistere. Parlano solo di shopping o di locali». In effetti, è impossibile non cedere alla tentazione dello shopping compulsivo e stravagante a Tokyo: irresistibili i centinaia di negozietti e piccole boutique specializzati in abbigliamento e accessori J-girls sulla Takeshita Dori, la via centrale del quartiere di Harajuku, chiusa al traffico proprio per facilitare le sfilate open air delle ragazze. Per non parlare della mecca dello shopping al femminile, il grande magazzino Shibuya 109, nel trendissimo quartiere di Shibuya, appunto.

Gatti in un Cat Cafè di Tokyo

Non c’è da stupirsi, poi, che l’argomento sulla bocca di tutti i ragazzi siano i locali alla moda:  a Tokyo ce ne sono davvero per tutti i gusti. Ma gli anatemi di mamma Tomoko sono forse un pochino esagerati. L’ultima tendenza, per esempio, è  all’insegna della voglia di tenerezza, con i bar animalisti fra cui spiccano i “Cat Cafè”. Come funziona un Cat Cafè? La cliente – perché  molto spesso si tratta di ragazze –  entra,  ordina una tazza di tè verde, si lascia affondare in una comoda poltrona o si sdraia su un morbidissimo tappeto e… le danno un gattino da coccolare, o con cui giocare rotolandosi sul tappeto. In pratica, l’affitto orario del gattino è compreso nella consumazione. Le giovani tokyote vanno pazze per questa “felino-terapia”. E anche i gatti sono contenti, perché sia i proprietari dei locali sia le loro clienti sono animalisti e li stra-coccolano.

Certo non ci sono solo locali così “kawaii”, cioè così teneri e carini. Le ragazze di Tokyo sono molto disinvolte sul piano sessuale (sicuramente molto di più delle loro coetanee europee) ma talvolta non hanno un luogo dove stare in intimità con il proprio ragazzo. Così magari, dopo aver passato il pomeriggio a farsi ammirare nelle strade di Harajuku, la sera si ritirano con il fidanzato in un Net Cafè, che in Giappone chiamano “manga kissa”. No, non pensate a un banale bar con internet point, né a un motel: si tratta di un mix di questo ed altro. I manga kissa sono locali low cost – perciò adatti alle tasche degli studenti – aperti 24 ore al giorno. I clienti – di solito una giovane coppietta – pagano l’ingresso e poi possono leggere migliaia di manga (i famosi fumetti giapponesi), giocare alla playstation, guardare un dvd di anime – i cartoni animati molto popolari in Giappone, anche a luci rosse –  mangiucchiando nel frattempo una pizza. E tutto ciò nella più completa privacy, perché la coppia è chiusa in una micro-stanzetta (a volte un loculo) dove le poltrone sono reclinabili e volendo si può fare sesso, fra un videogame e un sito hard al computer.
In questi ultimi anni i manga kissa sono diventati popolarissimi fra i giovani. Suscitando la preoccupazione di madri come Tomoko. Ma nel loro pazzo girovagare fra il giorno e la notte, le ragazze esprimono il vero spirito di Tokyo. Una metropoli che non si annoia, non si ferma, non dorme mai.


GLI INDIRIZZI PER IL JAPAN SHOPPING ON LINE

Un tocco di Giappone in casa o in un accessorio fancy per capelli. Lo shopping Japan style, grande scuola di fantasia ed eclettismo, si può fare on line sui siti giusti. Dove anche il risparmio è garantito.

www.jbox.com: un grande portale per chi ama il merchandising legato ai personaggi dei fumetti e alla cultura pop nipponica. Calendari, dvd, T-shirt e migliaia di oggetti griffati manga. Volete una scatola bento (lunch box) con il muso della gattina Hello Kitty? Questo è il posto giusto per scovarlo.

www.japan-shop.com/store/1094.html: altro portale con i link a tutti i maggiori e-shop a tema Giappone. Potete trovarci raffinati libri illustrati, candele, i gadget tecnologici più amati dai ragazzi, ma anche kimono, ventagli e oggettistica per la casa: dalle porcellane agli incensi.

www.tokyostyle.us: i cool hunter americani vanno a caccia delle ultime novità del Tokyo style e le propongono in questo sito. Come i cerchietti per capelli foderati di stoffe di kimono vintage o i calzini tabi, con la separazione dell’alluce e tradizionalmente bianchi, ora rivisitati in fantasie eccentriche e coloratissime. Più tante collezioni di abbigliamento donna.

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Namasté. Due notiziole per gli amanti di Bollywood – ma anche del cinema indiano d’autore.

– In questi giorni esce nelle librerie la nuova edizione della Garzantina Cinema, che contiene cinema1una trentina di lemmi sulle cinematografie dell’India  (scritti da me).

images– A qualcuno potrà anche  interessare sapere le date e i titoli di un mini-corso sul cinema indiano che tengo all’università IULM di Milano. Eccoli:
Giovedì 16 aprile ore 15-16.30:  Star e divinità: forme del divismo a Bollywood (Aula Meucci)
Martedì 21 aprile ore 15-17: Lineamenti di storia del cinema indiano: forme produttive ed espressive (Aula 124 )
Giovedì 23 aprile ore 15-17: Protagonisti del “cinema d’autore” in India (Aula 124)
Giovedì 30 aprile ore 15-17: Il cinema indiano contemporaneo e i linguaggi della globalizzazione (Aula 124)

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«Le future generazioni difficilmente potranno credere che un uomo come lui sia vissuto davvero su questa terra». Così lo scienziato Albert Einstein esprimeva tutta la sua ammirazione nei confronti di Mohandàs Karamchànd Gandhi, noto come il Mahàtma,  “Grande Anima”. Per Winston Churchill invece – uno dei suoi più duri avversari –  Gandhi era solo «un fachiro seminudo che osa parlare alla pari a Sua Maestà Britannica».

A sessant’anni dalla sua morte, l’uomo che liberò l’India dagli inglesi senza sparare un colpo, e fece discutere per tutta la vita i suoi contemporanei; è ancora una presenza importante. E il suo messaggio continua ad affascinare migliaia di persone.

Profondamente influenzato dalla spiritualità hìndu,  Gandhi insegnò agli indiani (e al mondo) un metodo di lotta politica del tutto innovativo, e ancora molto moderno. Era basato sulla moralità, la nonviolenza e il rispetto dell’avversario.

“Se esiste un uomo nonviolento, diceva, perché non può esistere una famiglia nonviolenta? E perché non un villaggio, una città, un Paese, un mondo nonviolento?”

Ecco alcuni dei concetti-chiave gandhiani:
– « Io non credo alle vittorie ottenute in fretta, con la violenza. Dalla violenza non possono derivare risultati positivi duraturi».
– -«Nessun uomo può essere attivamente nonviolento e non ribellarsi contro l’ingiustizia dovunque essa si verifichi»
– «La disobbedienza per essere civile dev’essere aperta e nonviolenta. E’ un’atteggiamento di ribellione pacifica, sicuramente più pericolosa della ribellione armata»
– «Il solo mezzo che abbiamo per realizzare la verità nei rapporti umani è la pratica della nonviolenza» (ahìmsa, nella lingua di Gandhi).

Per mettere in pratica i principi  della “lotta politica nonviolenta” (satyàgraha) contro il colonialismo britannico,  Gandhi diede vita a campagne di disobbedienza civile che colsero di sorpresa gli inglesi e insegnarono agli indiani il rispetto di sé.

Per esempio il boicottaggio delle industrie tessili inglesi. Gandhi chiese agli indiani, che producevano il cotone, di filare da sé i propri vestiti. Voleva rendere l’India autosufficiente, indipendente dall’economia inglese. Ma voleva anche sottolineare che chi produce la materia prima, vale quanto, o forse di più, di chi la utilizza per fabbricare stoffe, e  poi rivenderle a caro prezzo. E il semplice arcolaio, era un simbolo, era uno strumento di autodeterminazione, che sottolineava la consapevolezza della propria importanza, come esseri umani.
Migliaia di indiani lo imitarono, e la ruota dell’arcolaio è oggi al centro della bandiera dell’India.
Un’altra celebre campagna di disobbedienza civile è la “marcia del sale”: nel 1930, per protestare contro una nuova tassa sul sale imposta dal governo inglese, Gandhi partì dalla città di Ahmedabàd e fece 400 km a piedi fino al mare, per estrarre il sale marino e mostrare agli indiani che i beni della terra appartengono a tutti. Durante la sua marcia, un intero popolo si unì a lui: gli inglesi arrestarono ben 60mila indiani, ma poi dovettero arrendersi e trattare.

Negli anni successivi, Gandhi guidò il Partito del Congresso nelle lotte antiinglesi fino all’indipendenza, nel 1947.  Fece viaggi in Europa, visitò anche Roma, e fece conoscere il suo messaggio a tutta l’Europa.

Lottò contro la potenza coloniale, ma dovette fare i conti anche con le esigenze di indipendenza dei mussulmani, che volevano uno stato per se. Gandhi non era d’accordo, ma alla fine l’accordo fu fatto, e, insieme all’India indipendente, nacque il Pakistan.
E paradossalmente l’uomo che aveva passato la propria vita a cercare i fondamenti morali della politica, a intrecciare lotte sociali e spiritualità hìndu, e a gettare ponti fra le religioni, venne ucciso a Delhi proprio da un hìndu fanatico, che lo accusava di essere stato troppo “morbido” con i musulmani. Era il 30 gennaio 1948.

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