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Posts Tagged ‘MILLEORIENTI’

Il Tibet sta attraversando uno dei più difficili periodi della sua storia. Nonostante l’interesse che la civiltà tibetana suscita nel mondo e la crescente solidarietà internazionale nei confronti della causa tibetana, la situazione sul Tetto del Mondo rimane drammatica, tanto più che il tentativo del Dalai Lama di aprire un effettivo dialogo con Pechino sembra non sortire risultati concreti. Le condanne a svariati anni di carcere inflitte al video maker Dhondup Wangchen e al fotografo Kunga Tseyang, dimostrano quanto Pechino tema l’informazione indipendente sia per quanto riguarda  i documentari sia i reportages fotografici.

Per capire quale futuro attende il Tibet lo Spazio Sirin (via Vela 15, Milano) in collaborazione con la casa di produzione video Breizh Productions e l’Associazione Italia-Tibet, organizza il 5 marzo 2010 alle ore 21 la serata “Tibet quale futuro”, nel corso della quale verranno proiettati alcuni filmati della Breizh Productions (di cui MilleOrienti ha parlato qui) sul problema tibetano. Discuteranno della situazione del Tibet:

Kelsang Dolkar, Presidente della Comunità tibetana in Italia
Claudio Cardelli
,
Presidente dell’Associazione Italia-Tibet
Piero Verni
,
giornalista, scrittore e direttore di Breizh Productions
Marco Restelli
,
giornalista, indianista e blogger (MilleOrienti)

Qui sotto, il trailer del DVD “Tibet: quale futuro?” di Guido Ferrari


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Cari Padani,
benvenuti nella nuova Padania-Panjab. Da “padano doc” quale sono (padre milanese, madre bergamasca, educazione a colpi di polenta) sono lieto di annunciarvi che il nostro repertorio musicale, dopo “Oh mia bèla madunìna” e “La montanara uè” si arricchisce di un non meno interessante contributo: bhangra music made in Berghem! L’espressione può risultare oscura, perciò troverete un utile dizionarietto nelle righe sotto questo video – che forse non è un capolavoro, ma ci mostra un pezzo di nuova realtà italiana: la presentazione degli Indian Culture Club di Bergamo, ovvero Italian Bhangra Music. (E ovviamente il video è ricco di riferimenti a Bollywood…)

Berghem: nome, in bergamasco, di Bergamo, ridente cittadina padana. Un tempo sugli alpeggi dei monti bergamaschi lavoravano i bergamini, che erano mandriani transumanti. Oggi gli eredi dei bergamini, addetti alle vacche nelle aziende zootecniche – non solo nella bergamasca ma in tutta la Padania – sono extracomunitari (quale italiano vuole svegliarsi alle cinque del mattino per mungere?). Molto spesso si tratta di indiani del Panjab (Punjab secondo la traslitterazione inglese), una regione  nota come “il granaio dell’India”. Quasi sempre, questi immigrati sono di religione Sikh. I Panjabi tradizionalmente sono ottimi allevatori e agricoltori, perciò oggi decine di migliaia di loro lavorano, stimati, nelle campagne padane.

Bhangra music: uno stile di musica e danza originario del Panjab, regione settentrionale del subcontinente indiano (oggi divisa fra India e Pakistan) che fu anche la terra di origine del Sikhismo. Il bhangra era ed è suonato e ballato in Panjab in particolare in occasione di Vaisakhi, una bellissima festa che viene celebrata a metà aprile e che è legata alla storia e alla spiritualità sikh. Negli anni Novanta del secolo scorso il bhangra cominciò a diffondersi come stile musicale a Londra, mixandosi con la dance e riscuotendo grande successo fra i giovani in tutta Europa grazie ad artisti come Punjabi Mc (che si esibì anche al Festival di San Remo). Oggi il bhangra è la musica di riferimento di una generazione di immigrati indiani – non solo panjabi – in Europa, e in India è molto utilizzato nei film di Bollywood.

Per saperne di più: potete leggere su MilleOrienti i post della categoria “Sikh in occidente” (qui a fianco) oppure cliccare in alto sulla pagina “chi sono”, dove troverete la mia bibliografia sui Sikh. In particolare consiglio la lettura del libro di D. Denti -M. Ferrari – F. Perocco (a cura di): «I Sikh. Storia e immigrazione», edito da Franco Angeli, perché parla specificamente dell’immigrazione panjabi e sikh in Italia. E’ un libro nato dalla collaborazione fra sociologi di Cremona e di Padova – che hanno studiato le migrazioni degli indiani in Italia – e indologi (fra cui il sottoscritto) che spiegano cosa sia la cultura sikh.

Era ora che gli immigrati panjabi – sikh e non sikh – dopo anni di oscuro lavoro nelle nostre campagne cominciassero a far venire alla luce, anche in Italia, la loro cultura e la loro splendida musica! Benvenuti in Padania-Panjab…

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«La Via veramente Via non è una via costante». Con questo verso inizia il  Dàodéjīng (o Tao Te Ching, dipende dal sistema usato per traslitterare il cinese 道德經). E’ un libro sorprendente, di grande profondità filosofica e bellezza poetica. E’ la pietra fondativa del Taoismo, e secondo la tradizione fu composto da Laozi (a fianco, una statua a lui dedicata) in un periodo compreso fra il quarto e il terzo secolo a.C. Vi consiglio di leggerlo con il cuore, magari nella versione del Dujvendak, più volte ripubblicata da Adelphi e dagli Oscar Mondadori. E’ uno di quei libri che vale la pena rileggere negli anni della maturità, per trovarvi nuovi significati.

Io lo scoprii quando un professore di liceo mi disse: leggilo e dimmi cosa ne pensi. Avevo sedici anni, e come tutti i sedicenni avevo ben altro a cui pensare. Ma rimasi fulminato da quel libro straordinario. Fu lì che nacque il mio amore per l’Asia, e quindi la mia decisione di iscrivermi alla facoltà di lingue orientali, a Venezia. (Poi divenni un indianista, ma non ho mai smesso di studiare anche le culture degli altri Paesi asiatici).

Perché mi sono permesso questo ricordo personale? Perché la Cina mi suscita emozioni contrastanti: amo la sua grande cultura, la sua storia, il suo popolo, ma trovo esecrabile il suo sistema politico attuale. Non  credo di poter essere definito anticinese se vi dico che trovo molto interessante l’ultimo post di Piero Verni sul suo blog «FreeTibet». Si intitola «Ma dopo le Olimpiadi non dovevano diventare più buoni?» e si riferisce, naturalmente, ai dirigenti politici cinesi. Il post non parla solo di Tibet ma anche della drammatica situazione dei diritti civili e dei laogai (su cui potete documentarvi qui), dei recenti arresti di dissidenti, della questione mongola e della questione uigura. Nel suo post, Piero osa guardare la tigre, cioè la Cina, negli occhi. Il risultato è una durissima polemica, a tratti volutamente provocatoria, non solo verso il regime cinese ma anche verso la passività e l’ignavia dell’Occidente, verso Romano Prodi, il Parlamento Europeo, Barack Obama. Mi piacerebbe discuterne con voi.

Sulla questione degli uiguri (l’etnia abitante il Xinjiang, teatro di violenti scontri nel 2009) vi invito a leggere anche il bellissimo commento di Giorgia, che vive in Cina da dieci anni e che commentando questo post su MilleOrienti illustra, con osservazioni fatte sul campo, le difficili condizioni di vita del popolo uiguro nella Cina attuale.

Dietro le mille luci di Shanghai (a destra) che tanto fanno gola al business occidentale, chi vuol guardare la Cina negli occhi vede una situazione a volte disperante. Eppure una società come quella cinese, con una civiltà di tale grandezza alle spalle, una società che sta vivendo tanti e tali mutamenti (nel costume, nel diritto, nell’organizzazione sociale, in forme di democrazia ancora embrionali eppure in crescita) non potrà restare sempre così ferma sul piano politico, così monoliticamente bloccata dal partito comunista. I tempi del cambiamento saranno lunghi, e certo questo non consola tutti coloro (singoli e popoli) che stanno soffrendo l’oppressione del regime di Pechino, e Piero ha ragione quando dice:

«...Il Muro di Pechino non cadrà da solo. Avrà anche lui bisogno della sua dose di picconate. Forse nel suo caso molto più interne che esterne. Blandire Pechino, sperare nella buona volontà dei suoi dirigenti, tacere sull’aggressività delle sue politiche economiche, sul suo sciovinismo e sulla sua “volontà di potenza”, puntella quel Muro che invece dovrebbe essere abbattuto» .

Vero. Ma io credo  che nonostante tutto la Cina cambierà ancora, su pressione del mondo ma anche grazie alle proprie capacità interne.
Perché?
Perché «La Via veramente Via non è una via costante».

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Vogliamo iniziare il 2010 con una polemica? E vabbè…non possiamo farne a meno, visto che il prof. Sartori, ignorando i propri strafalcioni sull’Islam e la cultura indiana pubblicati il 20 dicembre 2009 sulla prima pagina del Corriere della Sera, è tornato a difendere la propria tesi sull’impossibilità di integrare i musulmani nelle società non-islamiche. Sartori persevera tornando sulla materia oggi 5 gennaio 2010, sempre sul Corriere, in un articolo intitolato Una replica ai pensabenisti dell’Islam.
L’illustre politologo (interessante in altre occasioni e in altri campi, ma disastroso quando parla di Asia) se la prende ora con Tito Boeri, che gli aveva risposto sul Corriere il 4 gennaio 2010 con l’articolo I musulmani e i tempi dell’integrazione. Ma ahimé, anche nella risposta a Boeri Sartori incorre in altri errori, ben segnalati dallo studioso di islamistica che cura il blog “Tutto in 30 secondi”:  vi invito quindi a leggere il suo post Carissimo Sartori, rispondi a noi please.

Inoltre mi unisco all’invito fatto da “Tutto in 30 secondi”: Sartori, provi a  risponderci, grazie. Perché l’illustre professore  si prende la briga di replicare a Boeri, ma non alle documentate e circostanziate critiche rivolte al suo primo articolo da MilleOrienti, da Tutto in 30 secondi e da Jaska Trasmigrante (e perché stupirsi del silenzio di un Accademico? Del resto, lo stesso Corriere della Sera, anche nella sua edizione on line, non ha ancora scoperto l’esistenza della Blogosfera come luogo di dibattito…).

Per farla breve, cari lettori, vi invito a leggere questi tre interventi on line che demoliscono la tesi islamofobica di Sartori:
– Questa è la risposta di MilleOrienti: L’Islam, l’Italia e l’India. Errori e sciocchezze sulla prima pagina del Corriere della Sera
– Questa è la risposta di Tutto in 30 secondi: Caro Sartori, chi è lo sprovveduto?
– Questa è la risposta di Jaska Trasmigrante: Risposta all’editoriale di Giovanni Sartori sulla “Integrazione degli islamici”

Per concludere, solo una riflessione: perché è così facile compiere errori grossolani quando si parla dell’Islam, tanto in Occidente quanto in Asia (in India, in questo caso)? Certo la materia è scottante, ma proprio per questo ci si dovrebbe documentare bene quando si parla di un tema tanto “caldo”.

P.S.: Respingo al mittente la definizione di “pensabenista dell’Islam”. Io non ho una posizione ideologica sull’Islam. Mi limito, considerando i dati storici e culturali, a valutare la posizione da prendere caso per caso. E sarebbe bene che anche l’illustre professore facesse così…
Chi fosse interessato a seguire il dibattito in corso con i lettori di MilleOrienti può cliccare sui post della sezione “Islam in Occidente”. Attendo, come sempre, le vostre opinioni.

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Ai regali di Natale ci avrete già pensato, ma…ai libri da leggere durante le vacanze e oltre? Ecco qui sotto alcune recensioni di libri per tutti i gusti, su vari aspetti delle culture asiatiche (arte, storia, letteratura, biografie, cinema) e su vari Paesi (India, Cina, Giappone). Sono libri del 2009, benché non siano nuovissimi. Oggi i libri spariscono dalle pagine dei giornali e dagli scaffali delle librerie in pochissimo tempo. Io penso invece che meritino una vita molto più lunga, e che sia giusto parlarne (bene o male) anche più tardi. Perché i libri, a differenza del latte, non hanno una data di scadenza.


«Quattro secoli di pittura Rajput. Mewar, Marwar, Dhundhar. Miniature indiane nella collezione di Isabella e Vicky Ducrot». Con saggi di Rosa Maria Cimino (Università del Salento),  Vicky Ducrot (esperto d’arte indiana e collezionista) e della dr.ssa Daljeet (curatrice della sezione Dipinti del National Museum di Delhi). Editore Skira, euro 70.
Questa pubblicazione, riccamente illustrata, è una vera strenna natalizia: è un libro abbastanza costoso (70 euro) ma vale il suo prezzo perché presenta una collezione davvero straordinaria di miniature provenienti dagli antichi stati principeschi dei Rajput nel Rajasthan. Le miniature rappresentano sia temi religiosi sia scene di corte e di “amor cortese”, e Vicky Ducrot con la moglie Isabella le ha raccolte in oltre 30 anni di ricerche internazionali e di viaggi in India (Ducrot, grande viaggiatore in Asia, è non a caso il fondatore del Tour Operator “Viaggi dell’Elefante”). Il risultato di tante ricerche è quello che potremo ammirare non solo in questo libro ma anche nella mostra che il Mao, Museo d’arte Orientale di Torino, allestirà da marzo a giugno 2010 con il titolo «Miniature indiane della collezione Ducrot». Un’opera raffinata, dunque,  per tutti gli amanti dell’arte indiana.

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«L’acqua non è mai la stessa. Le acque nella tradizione culturale dell’Asia». A cura di Carolina Negri e Giusi Tamburello, Leo Olschki editore, euro 24.
Giappone e Cina: come si sono rapportate le culture di questi due Paesi, nel corso dei secoli, a un elemento fondamentale come l’acqua? Per mezzo di una ricca serie di contributi di nipponisti e sinologi (più l’intervento di un’indologa), questo volume analizza le rappresentazioni letterarie, filosofiche e pittoriche dell’acqua facendo luce sulla centralità culturale di questo elemento nelle civiltà asiatiche. Il volume raccoglie gli atti di un convegno tenutosi all’università di Lecce nel 2007 e certo comprende scritti specialistici destinati a un pubblico non digiuno di culture orientali; tuttavia anche il non-specialista potrà cogliere la grande bellezza di certe poesie o brani di prosa dedicati all’acqua (come questi versi del Kokinwakashu: «Quasi schiuma d’acqua/vana resta a galla/questa vita penosa; nondimeno/affidandomi alle onde/non riesco a cessare di sperare»).
I titoli di alcuni saggi renderanno più chiaramente l’idea dei contenuti del volume: «L’acqua nel taoismo e nelle arti del paesaggio della tradizione cinese»; «Il significato delle terme nel Giappone antico»; «Il lago dell’oracolo dei Dalai Lama»; «Immagini d’acqua nelle poesie d’amore del Kokinwakashu»; «L’acqua nella letteratura giapponese per l’infanzia»; «Tuffi di luce: acqua, nuoto e corpo nel cinema cinese»; «L’acqua nella cultura indiana». Insomma un libro di grande profondità e poesia, da gustare lentamente, come una tazza di tè verde.

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«Il sari rosso». Di Javier Moro, edizioni il Saggiatore, euro 18,50.
Nel 1965, a Cambridge, una ragazza piemontese di nome Sonia Maino conosce un indiano di nome Rajiv Gandhi, figlio di Indira e nipote di Nehru, il fondatore (con il Mahatma Gandhi) dell’India moderna. Quando si sposeranno, lei indosserà il sari rosso che prima di lei, nel giorno del matrimonio, aveva indossato Indira Gandhi. Un sari intessuto da Nehru quando si trovava nelle carceri inglesi. Il rosso, in India, è il colore delle spose. Ma è anche il colore del sangue che ha sempre versato la famiglia Nehru-Gandhi: Indira verrà uccisa in un attentato dai sikh, e anni dopo anche il marito di Sonia, Rajiv, eletto a sua volta primo ministro, verrà ucciso in un attentato dai tamil. A quel punto sarà Sonia, ormai diventata indiana, a prendere su di sè la responsabilità della politica indiana, fino a portare il partito del Congresso alla vittoria alle elezioni del 2009 (di cui MilleOrienti ha scritto in questo post).
Il sari rosso è un libro che si legge come un romanzo: il romanzo-biografia di Sonia Maino Gandhi, una donna che ha vissuto da protagonista molte delle svolte epocali dell’India moderna. L’autore del libro, Javier Moro, è noto per varie opere sull’India, fra cui Mezzanotte e cinque a Bhopal, scritto con Dominique Lapierre.

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(altro…)

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Om Mani Padme Hum

Om Mani Padme Hum

Si intitola Om Mani Padme Hum, la luce del Tibet la mostra della fotografa Angela Prati che si inaugura martedì 29 settembre alle 18,30 a Milano, presso la Galleria San Fedele (via Hoepli 3/A) con il contributo di KEL 12. L’esposizione, che rimarrà aperta fino al 23 ottobre (dal martedì al sabato, orario: 16-19) è curata dal critico fotografico Gigliola Foschi e da Andrea Dall’Asta S.I.  Durante l’inagurazione del giorno 29/9 avrà luogo, alle 20, un dibattito sulla drammatica situazione tibetana a cui parteciperanno la fotografa Angela Prati, Marco Restelli di MilleOrienti e Davide Magni S.I. redattore della rivista Popoli.

Qui di seguito riportiamo la presentazione alla mostra della curatrice Gigliola Foschi:

Om Mani Padme Hum, ovvero “Salve o Gioiello nel Fiore di Loto”: questa antica e celebre formula sacra -5buddhista viene dai tibetani recitata, incisa nelle rocce, scritta sulle innumerevoli bandierine di preghiera che fremono nel vento per riempire l’aria di benedizioni. Il termine “Gioiello” allude al Bodhisattva Avalokiteshvara (“il Signore che osserva con compassione”) di cui il Dalai Lama è considerato la reincarnazione vivente. Mentre il Fiore di Loto è un simbolo buddhista di purezza ed elevazione spirituale, perché sboccia luminoso malgrado affondi le sue radici nel fango degli stagni. Già il titolo scelto per questa mostra da Angela Prati (nota fotografa specializzata in reportage geografici) ci fa dunque comprendere come le sue immagini – frutto di numerosi viaggi in Tibet e nei paesi vicini che ospitano i rifugiati tibetani – vogliano essere un omaggio alla tenacia con cui il popolo del “tetto del mondo” mantiene viva la propria cultura e spiritualità, nonostante la dura occupazione cinese.

-4Dal 1950, infatti, la Cina sta perpetrando in Tibet quello che il Dalai Lama ha definito un “genocidio culturale”. Se durante la famigerata Rivoluzione Culturale (1966-1976), le Guardie Rosse scatenate dal presidente Mao devastarono 6000 monasteri, oggi Pechino non si limita a dure campagne repressive e di “rieducazione”: grazie al trasferimento massiccio e ininterrotto di coloni cinesi, cui si aggiunge un controllo delle nascite fatto di sterilizzazioni forzate e aborti, sta infatti progressivamente riducendo i tibetani a una minoranza senza diritti nella  propria patria. L’autrice, posta di fronte a tale drammatica situazione, più che indagare gli effetti devastanti del regime cinese, ha però preferito mostrare il fascino della spiritualità tibetana: in questo modo ci fa capire che la cultura di questo tormentato Paese è talmente ricca, complessa e affascinante, da costituire un vero e proprio patrimonio dell’umanità, un tesoro universale che tutti noi siamo chiamati  a difendere.

Divisa in quattro sezioni, la mostra si apre con le suggestive immagini di paesaggi solitari e monasteri, che Angela Prati  ha realizzato nel 1991 in Tibet,  seguendo il percorso compiuto dal grande orientalista ed esploratore Giuseppe Tucci negli anni Trenta. Nella seconda sezione, le sue fotografie  raccontano la protesta dei tibetani nei confronti delle autorità cinesi che permettono la cattura di animali rari e selvaggi per la preparazione di quelle medicine tradizionali di cui sono grandi consumatori. Una protesta – come mostrano le precise e intense immagini di Angela Prati – rigorosamente pacifica e altamente simbolica: donne e uomini si privano infatti dei loro decori di pelliccia in nome della compassione per tutti gli essere viventi, e li bruciano in un grande falò.-3

La terza sezione offre l’occasione di ammirare appieno la fastosità e il tripudio di colori della grandiosa “Festa della Preghiera” (nel Monastero di Geerdeng, ad Aba), con danze mistiche e raduni di fedeli che bruciano incensi e rami di cedro fino ad avvolgere ogni cosa in una densa nebbia profumata, mentre sfilano cavalieri riccamente addobbati e  monaci dai “berretti gialli” (appartenenti all’ordine dei “Virtuosi”, cui fa capo il Dalai Lama). La quarta sezione è invece dedicata ai rifugiati tibetani nel Ladakh (India). Molti di loro, nati e cresciuti in esilio, possono solo vagheggiare una madrepatria che giace irraggiungibile al di là delle vette innevate.  Ancora per quanto saranno  costretti a sognare Lhasa senza potere mai visitare il grandioso palazzo del Potala, dove risiedevano i Dalai Lama?

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…..ci risentiamo il 20 agosto!

fruddance

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