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Posts Tagged ‘PAKISTAN’

Quale sarà il futuro del Pakistan? Il 25 agosto l’agenzia Reuters  ha dato notizia della conferma talebani pakistaniufficiale della morte del capo dei talebani pakistani, Mehsud, ucciso da un drone volante americano. Al di là della domanda che questa morte solleva (“chi sarà il prossimo capo?”) l’esistenza stessa dei “talebani pakistani” (foto) evidenzia ancora una volta lo strettissimo legame fra Afghanistan e Pakistan, la famosa area strategica AfPak che oggi costituisce una delle culle dell’ideologia islamista. E sui rapporti fra Pakistan e Afghanistan alla luce delle elezioni afgane vale la pena di leggere anche un intervento apparso il 17 agosto su Equilibri.net.

La progressiva islamizzazione dello Stato e della società pakistana costituisce a mio parere il più copertina_9788843047574interessante filone dell’analisi sviluppata da Elisa Giunchi nel suo ottimo libro «Pakistan. Islam, potere e democratizzazione», pubblicato da Carocci (pp. 220, euro 16,50). Giunchi, docente di Storia e istituzioni dei Paesi islamici all’Università Statale di Milano, illustra il lungo processo di islamizzazione del Paese prendendo in esame vari terreni: la scarsa attenzione allo sviluppo economico e sociale del Paese; il dibattito filosofico-politico sui rapporti fra Islam e Stato, e l’influenza esercitata in tale dibattito dal rigorismo wahabita dell’Arabia Saudita; il predominio ideologico esercitato dalle scuole coraniche (madrasa) a fronte della scarsità di risorse per la scuola pubblica, progressivamente islamizzata; la mancata elaborazione di una interpretazione moderna della religione attraverso i mass media e i testi scolastici; i mutamenti nel diritto e nella magistratura e la progressiva “caduta” del senso di laicità dello Stato; il peggioramento della condizione sociale delle donne (cui l’autrice dedica pagine illuminanti); il ruolo predominante giocato dalle Forze armate e dai servizi segreti, che hanno impedito le democratizzazione del Paese; e si potrebbe continuare….

La materia è complessa, ma l’autrice riesce a coniugare nel suo libro profondità di analisi, ricchezza di fonti documentarie e grande chiarezza espositiva (dote rara, quest’ultima, fra gli accademici italiani).

Bhutto_BenazirL’esame di questo processo di islamizzazione attraversa un lungo arco di tempo prendendo in considerazione tutte le tappe principali della storia pakistana: a partire dall’affermarsi dei movimenti islamici nel subcontinente indiano durante l’età coloniale britannica, seguita dalla partition del subcontinente e la nascita del Pakistan, passando poi per le guerre combattute con l’India e la trasformazione del Pakistan Orientale in Bangla Desh, le tensioni fra le varie etnie del Paese, i diversi governi di Ali Bhutto (padre di Benazir), Zia ul-Haq e Pervaiz Musharraf, per giungere infine all’omicidio di Benazir Bhutto (foto) nel dicembre 2007, alla conquista democratica del potere da parte del vedovo Asif Ali Zardari,  nel 2008, e ai precari equilibri politico-militari nell’area AfPak agli inizi del 2009.

L’analisi della società pakistana è condotta peraltro senza dimenticare mai il quadro internazionale, quindi i rapporti del Paese – unica potenza nucleare del mondo musulmano – con l’India, la Cina, gli Usa, l’Afghanistan, al-Qaeda e il movimento dei talebani (movimento che nacque nei primi anni Novanta proprio dal legame fra madrasa pakistane, estremisti afgani, esercito e Isi, i servizi segreti pakistani).

Se una piccola critica si può fare a questo libro brillante, è quella di avere dimenticato di dedicare PAKISTAN CHRISTIANS PROTESTqualche riga in più alla condizione sociale delle minoranze religiose pakistane: hindu, sikh e cristiani, così spesso oggetto di attacchi da parte di fanatici musulmani anche in tempi recentissimi, per la contestata “legge sulla blasfemia” di cui ora i cristiani chiedono l’abolizione attraverso una raccolta di firme (foto). Ma si tratta di una critica che non offusca certo i meriti dell’opera: una sicura autorevolezza, un’attenzione quasi amorosa per i dettagli, e un linguaggio capace di rendere fruibile la materia anche ai non specialisti.

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Il telegenico e inutile presidente afghano Hamid Kharzai – noto come “il sindaco di Kabul” per la sua incapacità di controllare il resto del territorio statale – si prepara febbrilmente alle elezioni presidenziali che si terranno ad agosto. Su questo tema l’Osservatorio Argo ha pubblicato on line a maggio un dossier dal titolo “Afghanistan. Verso le elezioni presidenziali”. Kharzai fa bene a preoccuparsi: in questi anni è riuscito a scontentare tutti, americani, europei, onlus occidentali, Onu, ma italianianche le tribù afghane, i talebani e i pakistani. Intanto, nulla di nuovo dal fronte afghano: uccise da una bomba quattro persone fra cui una bambina di 5 anni, feriti soldati italiani…mentre i talebani continuano a sostenersi con le coltivazioppiooni di oppio (a sinistra). Così, per esempio, si è scoperto che  la banda internazionale di narcotrafficanti italo-albanesi appena smantellata a Perugia dalle Forze dell’ordine si riforniva di eroina direttamente in Afghanistan. Ma naturalmente la questione oppio è solo un tassello di un mosaico in cui rientrano a pieno titolo la guerra combattuta ai talebani in Pakistan, i civili sfollati, la tragedia della valle dello Swat dov’è stata instaurata la shari’a, e sopratuto il pericolo rappresentato da un Pakistan dotato di armi nucleari ma incapace di controllare la guerriglia islamica, cosicché ora i talebani mordono anche la mano che li ha sempre nutriti; il think-tank South Asia Analysis Group sottolinea un fatto emblematico: nei giorni scorsi i talebani  hanno attaccato una sede dei Servizi Segreti Pakistani (ISI) a Lahore.

Per fronteggiare questa crescente instabilità l’Onu ha creato un nuovo gruppo di contatto, l’AfPak, che comprende la Nato, la Cina, l’Iran , la Russia e i Paesi del Golfo Persico. E il presidente ameMinasiricano Obama ha cambiato le priorità di  bilancio del Pentagono rispetto alla (disgraziata e dannosa) era Bush: un  anno fa la Casa Bianca prevedeva 87 miliardi di dollari per l’Iraq e 47 per l’Afghanistan, ora sono 65 per l’Afghanistan e 61 per l’Iraq.

Per saperne di più, e per capire come e perché ciò che accade in Afghanistan riguarda anche il nostro futuro, ecco due libri e un appuntamento (oltre al dossier di Argo già segnalato sopra). I libri sono scritti entrambi da diplomatici italiani con lunghe esperienze in Afghanistan: Nicola Minasi è l’autore di Mille giorni a Kabul (Rubbettino editore, pp. 294, euro 20), mentre l’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo – Segretario generale 2709039delegato dell’Alleanza Atlantica dal 2001 al 2007 – è autore di La strada per Kabul. La comunità internazionale e la crisi in Asia centrale (Edizioni del Mulino, pp. 192, euro 16). Per presentare quest’ultimo libro e per ragionare sulla pericolosa involuzione della situazione afghana l’Ispi-Istituto per gli Studi di Politica Internazionale promuove nella propria sede di Milano (via Clerici 5) il 9 giugno alle ore 18 una tavola rotonda dal titolo: “Afghanistan. Quale posta in gioco per l’Europa?”. Parteciperanno, oltre all’autore del volume, Paolo Magri, Antonio Martino, Carlo Scognamiglio e Vincenzo Nigro.

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soldiers1Più soldati e più armi in Afghanistan, per l’immediato futuro. Li invieranno gli Usa, e l’Europa (in minor misura) farà lo stesso. Ma è una strategia con il fiato corto, e il primo a saperlo è il presidente americano Obama che ha fatto una dichiarazione interessante: la crisi afghana “non può essere risolta militarmente”, l’impegno occidentale “non può essere perpetuo” e quindi “occorre una exit strategy”. Obama punta a un maggiore coinvolgimento di Pakistan e Iran nella “lotta al terrore”, a un rafforzamento dell’esercito afghano, a un consolidamento della democrazia….per concludere con la “exit” dall’Afghanistan.

Ma la domanda che mi pongo (e pongo a tutti voi) è questa: chi fornirà una exit strategy alle donne afghane?women-of-afghanistan Come salveranno se stesse oggi, domani e in futuro?

La situazione è nota. 1)  anni di intervento militare occidentale hanno portato a un controllo molto limitato del territorio afghano; 2)  anni di fallimenti nella ricostruzione di una società civile – nonostante gli sforzi delle ONG occidentali, troppo spesso lasciate sole – non hanno migliorato le condizioni di vita delle afghane. Anzi.

Bastano due agghiaccianti fatti della cronaca recente, per illustrare la condizione femminile. Primo esempio: preoccupato di ottenere il consenso della comunità sciita (circa il 10% della popolazione afghana) alle elezioni del 20 agosto, il karzaipresidente afghano Karzai – mediatico ed elegante, ma del tutto inefficace sul piano politico – ha prima firmato una legge che autorizza di fatto lo stupro casalingo, salvo poi fare mezza marcia indietro in seguito alle proteste internazionali, affermando che la legge era stata “male interpretata” dagli occidentali. (Per farsi un’opnione sul governo e le istituzioni afghane si può andare su http://www.afghan-web.com/politics/)

Tutta colpa dei talebani? No. Perché, come nota Emanuele Giordana nel suo blog Great Game (http://emgiordana.blogspot.com/): “questa non è una legge talebana o voluta dai talebani. Ma nessuno è sembrato stupirsi del fatto che i “cattivi” stanno dentro al parlamento dell’Afghanistan, eletti coi voti del popolo nell’istituzione da noi ad hoc creata in laboratorio. Sveglia ragazzi: nel parlamento afgano i talebani ci sono già e i signori della guerra dell’Alleanza del Nord sono spesso addirittura peggio dei sodali di mullah Omar”.

Secondo esempio: la tortura – 34 frustate – a cui è stata sottoposta una donna pakistana ai primi di aprile, flagellata davanti a decine di spettatori maschi. La sua colpa? Si trovava in compagnia di un uomo che non era suo marito. Non è accaduto in Afghanistan, bensì nella confinante valle dello Swat, in Pakistan,  ma la “cultura” che quel gesto di violenza esprime è la stessa dei talebani. Di recente nello Swat  lo Stato pakistano (ormai incapace di mantenere il controllo del proprio territorio) ha di fatto ceduto la propria sovranità sulla regione ai capiclan pashtun, permettendo loro di ristabilire come legge la sharia, il codice islamico, nella sua interezza.

rawa-logo1Si tratta dunque di un gravissimo  problema sociale legato all’interpretazione dell’islam ormai affermatasi in quest’area del mondo, un problema la cui risoluzione richiederebbe una strategia politica (con forti interventi economici e sociali) che non può risolversi in un intervento armato e una exit strategy a breve. Riguardo alla condizione femminile in Afghanistan, la cosa migliore  è lasciare la parola alle afghane stesse. Ecco cosa scrive sul proprio sito l’associazione femminista afghana RAWA http://www.rawa.org/index.php:

“The US “War on terrorism” removed the Taliban regime in October 2001, but it has not removed religious fundamentalism which is the main cause of all our miseries. In fact, by reinstalling the warlords in power in Afghanistan, the US administration is replacing one fundamentalist regime with another. The US government and Mr.Karzai mostly rely on Northern Alliance criminal leaders who are as brutal and misogynist as the Taliban”.

Su tutto questo vorrei che voi, amici di MilleOrienti, vi esprimeste.

Ulteriori materiali di approfondimento e riflessione sulla situazione dell’Afghanistan si trovano su http://www.afgana.org/ che riflette il punto di vista di ricercatori e ONG impegnati in Afghanistan.

Ne riparleremo.

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Il Pakistan ha ammesso per la prima volta ufficialmente il coinvolgimento di elementi pakistani del gruppo Lashkar-i-Toiba negli attentati che hanno insanguinato Mumbai. Era ora.

La novità è che alcuni terroristi hanno inviato soldi per la preparazione dell’attentato anche dall’Italia….oggi c’è un articolo sul Corriere della Sera, ma potete leggere le notizie anche sul blog di Nello del Gatto, INDONAPOLETANO

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Dalla mailing list dell’associazione ItalIndia ricevo questo messaggio che vi giro: segnalo la nascita di Pakistaniaat , una nuova rivista accademica peer reviewed promossa dal Departimento di Inglese, Kent State University, USA che si propone come un forum riguardante la storia, la cultura, la letteratura e la politica del Pakistan, nella convinzione che questo paese meriti un’attenzione particolare anziché essere ridotto a una tessera del discorso sul terrorismo internazionale o sugli studi postcoloniali e/o dell’Asia meridionale. Al momento stanno raccogliendo articoli per il primo numero, previsto per giugno 2009

il sito è pakistaniaat.org

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cari amici

l’India ha vissuto il suo “11/9”, con gli attacchi terroristici avvenuti a fine novembre nella città di Mumbai. La risposta a questi attacchi naturalmente non può essere solo militare ma politica, e i problemi sul tappeto sono tanti, fra cui quello della frammentazione dei poteri in Pakistan (ne ho parlato il 27/11 su Sky Tg 24), Paese da cui proveniva gran parte dei terroristi, e che appare ormai un Paese ingovernabile, con il potere politico ufficiale he non controlla più vari rami dei suoi servizi segreti (ISI).

Le analisi su questi fatti sono necessariamente ancora frammentarie, ma due mi sembrano interessanti e ve le allego qui sotto

– quella di Gregory Clark (Akita International University) pubblicata l’8 dicembre sul Japan Times

– quella di Michelguglielmo Torri (università di Torino) in uscita sulla rivista svizzera Galatea, che vi incollo qui sotto *La battaglia di Mumbai, il Pakistan e lo spettro di /al-Qa‘ida/*

Buona lettura, attendo i vostri pareri

marco

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