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Posts Tagged ‘Piero Verni’

Pennabilli? E dov’è Pennabilli? Sul sito di questa deliziosa cittadina marchigiana danno queste coordinate: “PianetaTerra, Italia, Marche, Pesaro e Urbino, Montefeltro”. E aggiungono una frase del poeta Tonino Guerra: «E’ bello se puoi arrivare in un posto dove trovi te stesso». E’ qui dunque – non a caso – che un gruppo di “cercatori del sè” ha deciso di realizzare dal 14 al 16 luglio 2010 un piccolo ma originale Festival dell’India ricco di racconti di viaggio, proiezioni di foto, presentazioni di libri, film di Bollywood, meditazioni collettive, danze kathak, concerti e altro….Un programma cui parteciperò anch’io, con una presentazione fotografica dello splendido pellegrinaggio giainista alla collina sacra di Shatrunjaya (nei pressi della città di Palitana nello stato settentrionale del Gujarat) e con la presentazione di un paio di film indiani, veri “classici moderni”: Lagaan – C’era una volta in India e Monsoon Wedding- Matrimonio indiano. Se volete vedere il programma completo leggete qui sotto.
MilleOrienti vi saluta per qualche giorno
e tornerà attivo dopo il Festival, cioè  il 17 luglio. Nel frattempo, cercate di godervi queste giornate estive….io vi ricordo le parole di un vecchio saggio di nome Osho: «Enjoy, people, because your Body is the Temple».

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Ci sono mille modi per affrontare l’India.
Probabilmente tutti sensati, logici e tutti altrettanto parziali. Anche perché ci sono mille Indie, mille lingue, razze, architetture, religioni e tradizioni. Di tutte queste Indie ci parla nel suo nuovo libro Claudio Cardelli, scrittore, giornalista, fotografo, presidente dell’Associazione Italia-Tibet ma forse, prima di tutto, grande viaggiatore.
Dopo Tibetan Shadows, uscito l’anno scorso, Cardelli presenta ora un bellissimo volume fotografico: My Diary of India (editrice Mediane,  360 pagine, in italiano e in inglese, 170 foto a colori, 25 euro). Le foto che publichiamo qui sono tratte appunto dal libro, che è arricchito anche da una prefazione di Piero Verni.

Il libro inizia con i coloriti racconti delle prime migrazioni ad oriente con pullmini, Citroen 2CV o, come nel caso dell’autore, una scalcinata R4 con cui nel 1970 Cardelli affronta il suo primo viaggio “far away”. Rock’n’roll, figli dei fiori e il viaggio all’Eden….Da allora, attraverso la Turchia, l’Iran l’Afghanistan  il Pakistan e l’India la frequentazione con quel mondo diviene assidua e pressoché annuale. Attraversare  per quasi quarant’ anni le strade, i deserti e le montagne di un paese gigantesco  e composito come l’India non è cosa da tutti. Casi della vita, correnti di pensiero, flussi migratori di scalcinati minibus tra le steppe dell’Iran e dell’Afghanistan hanno portato Claudio Cardelli a fare del subcontinente indiano la sua seconda patria e a considerare tutto quel territorio il suo “Cuore del Mondo”- La gran mole di materiale che Cardelli ha raccolto viene divisa in racconti e cronache su varie esperienze, territori, eventi che colorano da sempre  la magica India e che hanno segnato la parte più emotiva della memoria dell’autore. Dallo Zangskar al Kutch, dall’Orissa al Kashmir, dal Sikkim al Ladakh “My Diary of India” racconta la fedele relazione amorosa con quel paese di un “vecchio” viaggiatore.
Esiste un paese al mondo dove in piena era HI-TECH ci si imbatte lungo le strade in rituali e liturgie che datano 2-3000 anni? E’ l’India, che cambia alla velocità delle luce e che rimane profondamente legata a se stessa e alla sua storia millenaria. La più grande democrazia del mondo dove caste e barriere sociali sembrano non poter essere scalfite da nessuna riforma e rivoluzione. Il paese della mitezza e della “rassegnazione” al karma.. ma capace di esprimere fanatismi e violenze inaudite. Il paese dove tutti i climi e tutte le morfologie  terrestri si dischiudono al viaggiatore nelle loro espressioni più drammatiche ed imponenti. Grandi montagne, intricate foreste, desolate steppe. Il diario dell’autore parte da molto lontano per testimoniare i cortocircuiti mentali di quelli della sua generazione “contaminati” dai Beatles, da Kerouac o dalla semplice sete di avventura. Quella piccola e grande avventura che ancora negli anni ’70 era data di vivere appunto ai “temerari” delle 2CV o dei pulmini Volkswagen in rotta nel Centrasia verso Benares o Kathmandu. Dal suo monumentale archivio fotografico Cardelli  sceglie e ci regala non l’India un po’ scontata e già troppo vista dei Taj Mahal o del Palazzo dei Venti assieme all’iconografia un po’ retorica, pur vera, dei sari e dei turbanti. Cardelli trasporta il lettore tra la gente, le feste, le carraie di montagna su autobus, i trenini giocattolo, a piedi o in sella alle mitiche Royal Enfield Bullet con le quali ormai da alcuni anni Cardelli solca le strade di montagna dell’India del nord e alle quali è dedicato l’ultimo capitolo. L’India su due ruote.
Per chi già ama l’India e per chi ha la curiosità di “iniziarsi” al più caleidoscopico paese del mondo  My Diary of India ci accompagna in un viaggio colorato e struggente assieme al miliardo di abitanti del subcontinente indiano.

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Risposta ovvia: «Perché è una gran bella esperienza». Certo :-), ma ci sono anche ragioni molto più forti di questa. Lhakpa è un tibetano nato e cresciuto in esilio in India; i suoi genitori, fuggiti dal proprio Paese a causa dell’occupazione cinese, morirono poco dopo l’arrivo in India, e lui crebbe in un orfanotrofio. Nel corso degli anni, Lhakpa si è chiesto come fare  per far conoscere a tutti le sofferenze dei tibetani, finché gli è venuta un’idea: diventare lui stesso un messaggero, girando il mondo in motocicletta. Una brillante azione nonviolenta. Così il 10 marzo è partito per un viaggio di 8 mesi in 22 nazioni, con un fitto calendario di tappe, incontri e dibattiti. Il programma del suo Free Tibet World Tour è qui, e domani, venerdì 28 maggio 2010, Lhakpa sarà a Roma nell’ambito di Verso il Tibet, una rassegna cinematografica di due giorni sulle culture himalayane.
La rassegna Verso il Tibet si tiene al Film Studio di Roma (via degli Orti d’Alibert 1/c) e costituisce una rara occasione di apprezzare documentari italiani di grande qualità sui popoli e le regioni himalayane. La sera, al termine delle proiezioni, ci sarà un incontro con gli autori dei filmati (Gaia Ceriana, Marina Colonna, Manfredi Manera, Mario Gianni, Piero Verni, Theo Eshetu) e con Lhakpa. E – ne sono convinto – i film maker indipendenti e il free raider tibetano avranno parecchio da dirsi…

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Il Dalai Lama con Marco Pannella

Piero Verni

Un appuntamento imperdibile per tutti coloro a cui sta a cuore la questione dei diritti civili nel mondo: Radio Radicale ha organizzato per venerdì 30 aprile dalle 17,00 alle 19,00 una conversazione tra il leader radicale Marco Pannella e Piero Verni (giornalista-blogger autore di vari libri sul Tibet e di una biografia autorizzata del Dalai Lama).   Tema: «Tibet, Cina e dintorni».Venerdì 30 la diretta sarà qui.

Consuelo Pintus

Un altro podcast che vale la pena ascoltare riguarda LifegateRadio: la giovane e brillante indianista Consuelo Pintus – specializzatasi in lingua hindi nella prestigiosa scuola di Agra – ha partecipato il 27 aprile al programma Passengers di LifeGate Radio parlando di “Chapati in the darkness”, il suo diario di viaggio – dall’India al Bangla Desh –  che ha vinto un posto all’interno dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve S.Stefano. Si può riascoltare qui la puntata (musica compresa).

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Il Tibet sta attraversando uno dei più difficili periodi della sua storia. Nonostante l’interesse che la civiltà tibetana suscita nel mondo e la crescente solidarietà internazionale nei confronti della causa tibetana, la situazione sul Tetto del Mondo rimane drammatica, tanto più che il tentativo del Dalai Lama di aprire un effettivo dialogo con Pechino sembra non sortire risultati concreti. Le condanne a svariati anni di carcere inflitte al video maker Dhondup Wangchen e al fotografo Kunga Tseyang, dimostrano quanto Pechino tema l’informazione indipendente sia per quanto riguarda  i documentari sia i reportages fotografici.

Per capire quale futuro attende il Tibet lo Spazio Sirin (via Vela 15, Milano) in collaborazione con la casa di produzione video Breizh Productions e l’Associazione Italia-Tibet, organizza il 5 marzo 2010 alle ore 21 la serata “Tibet quale futuro”, nel corso della quale verranno proiettati alcuni filmati della Breizh Productions (di cui MilleOrienti ha parlato qui) sul problema tibetano. Discuteranno della situazione del Tibet:

Kelsang Dolkar, Presidente della Comunità tibetana in Italia
Claudio Cardelli
,
Presidente dell’Associazione Italia-Tibet
Piero Verni
,
giornalista, scrittore e direttore di Breizh Productions
Marco Restelli
,
giornalista, indianista e blogger (MilleOrienti)

Qui sotto, il trailer del DVD “Tibet: quale futuro?” di Guido Ferrari


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Il 14 febbraio 2010 sono iniziate le celebrazioni del Losar,  il capodanno tibetano. L’inizio del  nuovo anno lunare (l’anno della Tigre di Ferro per i tibetani) viene festeggiato da varie popolazioni  sulla catena himalayana: nell’India settentrionale, in Bhutan e in Nepal. La sua origine è antichissima, e precede l’avvento del buddhismo in Tibet. Secondo Wikipedia, «sebbene cada spesso lo stesso giorno del Capodanno cinese» (di cui MilleOrienti ha parlato qui) «occasionalmente con un giorno od un mese lunare di differenza, il Losar non è direttamente connesso con la vicina festività, si pensa invece che sia culturalmente più affine allo Tsagaan Sar mongolo». Che quest’anno è stato festeggiato il 13 febbraio, come si può vedere sul sito di Soyombo, l’associazione per la diffusione della cultura mongola in Italia.

Per celebrare il Losar, la Breizh Production, una nuova casa di produzione video con sede nella Bretagna francese, inaugura il nuovo sito e mette in vendita i DVD di due documentari di straordinario interesse: «Tibet: quale futuro?» di Guido Ferrari e «Il mio Tibet». Il senso di questa operazione è spiegato da Piero Verni, che insieme a Mario Cuccodoro gestisce la Breizh Production:

«I principali campi di interesse della nostra piccola casa di produzione video sono la difesa delle culture minacciate di estinzione, con speciale riguardo alla situazione del Tibet, alla difesa della sua civiltà e alla la tutela del suo ecosistema. Perché produrre dei DVD? Perché, vivendo nella società dello spettacolo, se una cosa non la si vede al cinema o sul televisore di casa, è come se non fosse mai accaduta. Per quanto uno scrittore o un giornalista possa essere bravo non sarà mai in grado di rendere la drammatica situazione del Tibet come può fare un documentario ben realizzato. E riguardo al Tibet, purtroppo, non possiamo contare sulla presenza di programmi prodotti dalle grandi catene televisive dal momento che l’accesso al Paese delle Nevi è loro proibito. Quindi l’unica possibilità è quella di lanciare “dal basso” una forte offensiva mediatica. Quanto la Cina si senta minacciata da questa “produzione dal basso” (che però può contare sui canali distributivi delle Associazioni, della Rete, di Face Book, di You Tube, etc.), lo dimostra la incredibile condanna a 6 anni di carcere duro ricevuta da Dhondup Wangchen colpevole, appunto, solo di aver realizzato un documentario amatoriale sulla condizione dei tibetani (“Leaving Fear Behind”) e di averlo fatto circolare in rete e in proiezioni fuori dal Tibet.
Perciò, il senso del nostro lavoro editoriale con la Breizh Productions è proprio quello di cercare di fornire, nel nostro piccolo, un’altra voce al popolo tibetano;  una documentazione visiva che contribuisca alla battaglia per impedire che l’antica civiltà tibetana scompaia».

Per maggiori particolari sui due DVD, leggete qui sotto. (altro…)

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«La Via veramente Via non è una via costante». Con questo verso inizia il  Dàodéjīng (o Tao Te Ching, dipende dal sistema usato per traslitterare il cinese 道德經). E’ un libro sorprendente, di grande profondità filosofica e bellezza poetica. E’ la pietra fondativa del Taoismo, e secondo la tradizione fu composto da Laozi (a fianco, una statua a lui dedicata) in un periodo compreso fra il quarto e il terzo secolo a.C. Vi consiglio di leggerlo con il cuore, magari nella versione del Dujvendak, più volte ripubblicata da Adelphi e dagli Oscar Mondadori. E’ uno di quei libri che vale la pena rileggere negli anni della maturità, per trovarvi nuovi significati.

Io lo scoprii quando un professore di liceo mi disse: leggilo e dimmi cosa ne pensi. Avevo sedici anni, e come tutti i sedicenni avevo ben altro a cui pensare. Ma rimasi fulminato da quel libro straordinario. Fu lì che nacque il mio amore per l’Asia, e quindi la mia decisione di iscrivermi alla facoltà di lingue orientali, a Venezia. (Poi divenni un indianista, ma non ho mai smesso di studiare anche le culture degli altri Paesi asiatici).

Perché mi sono permesso questo ricordo personale? Perché la Cina mi suscita emozioni contrastanti: amo la sua grande cultura, la sua storia, il suo popolo, ma trovo esecrabile il suo sistema politico attuale. Non  credo di poter essere definito anticinese se vi dico che trovo molto interessante l’ultimo post di Piero Verni sul suo blog «FreeTibet». Si intitola «Ma dopo le Olimpiadi non dovevano diventare più buoni?» e si riferisce, naturalmente, ai dirigenti politici cinesi. Il post non parla solo di Tibet ma anche della drammatica situazione dei diritti civili e dei laogai (su cui potete documentarvi qui), dei recenti arresti di dissidenti, della questione mongola e della questione uigura. Nel suo post, Piero osa guardare la tigre, cioè la Cina, negli occhi. Il risultato è una durissima polemica, a tratti volutamente provocatoria, non solo verso il regime cinese ma anche verso la passività e l’ignavia dell’Occidente, verso Romano Prodi, il Parlamento Europeo, Barack Obama. Mi piacerebbe discuterne con voi.

Sulla questione degli uiguri (l’etnia abitante il Xinjiang, teatro di violenti scontri nel 2009) vi invito a leggere anche il bellissimo commento di Giorgia, che vive in Cina da dieci anni e che commentando questo post su MilleOrienti illustra, con osservazioni fatte sul campo, le difficili condizioni di vita del popolo uiguro nella Cina attuale.

Dietro le mille luci di Shanghai (a destra) che tanto fanno gola al business occidentale, chi vuol guardare la Cina negli occhi vede una situazione a volte disperante. Eppure una società come quella cinese, con una civiltà di tale grandezza alle spalle, una società che sta vivendo tanti e tali mutamenti (nel costume, nel diritto, nell’organizzazione sociale, in forme di democrazia ancora embrionali eppure in crescita) non potrà restare sempre così ferma sul piano politico, così monoliticamente bloccata dal partito comunista. I tempi del cambiamento saranno lunghi, e certo questo non consola tutti coloro (singoli e popoli) che stanno soffrendo l’oppressione del regime di Pechino, e Piero ha ragione quando dice:

«...Il Muro di Pechino non cadrà da solo. Avrà anche lui bisogno della sua dose di picconate. Forse nel suo caso molto più interne che esterne. Blandire Pechino, sperare nella buona volontà dei suoi dirigenti, tacere sull’aggressività delle sue politiche economiche, sul suo sciovinismo e sulla sua “volontà di potenza”, puntella quel Muro che invece dovrebbe essere abbattuto» .

Vero. Ma io credo  che nonostante tutto la Cina cambierà ancora, su pressione del mondo ma anche grazie alle proprie capacità interne.
Perché?
Perché «La Via veramente Via non è una via costante».

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